PARADISE LOST @Hype Park, Cracovia, 16.09.2021

Io, Tola Piero, voglio bene a Nick Holmes. Sul serio, un bene dell’anima. Più diventano fragili le sue corde vocali, più peggiora, più io gli voglio bene. E voglio un bene dell’anima ai Paradise Lost.

Con le dovute eccezioni, si sa che il mantenere più o meno inalterata la propria formazione per decenni è tipico dei grandi gruppi, quelli più professionali, continui e che vivono stabilmente della loro arte. Infatti, fatto salvo per il batterista, che è sempre stato il tasto dolente del quintetto di Halifax e che è stato cambiato non ricordo quante volte in trent’anni, quattro quinti dei Paradise Lost sono gli stessi dal 1989 o giù di lì.

Dev’essere sicuramente come una famiglia dove ognuno ha il suo ruolo, magari si battibecca qualche volta, a volte non ci si sopporta, però il legame affettivo ed il senso di “incompiutezza”, quando qualcuno viene a mancare, si sente eccome.

Immagino essere questo uno dei motivi per i quali non c’è mai stato un cambio di frontman in casa MacIntosh: piuttosto che divorziare e risposarsi, il chitarrista ha preferito riadattare la propria musica alle corde vocali in evidente declino del buon Nick, il quale dopo decenni si ritrova a gorgheggiare nella stessa identica maniera in cui faceva su Lost Paradise o Gothic, e certo non interamente per una scelta stilistica.

 

Li avevo visti un’altra volta di “recente”, ma in un piccolo club. Stavolta c’è un organizzazione imponente in un luogo assai capiente, con un palco da grande festival ed un service con i controcazzi, con uno dei migliori suoni che abbia mai sentito dal vivo all’aperto nella mia lunga carriera di frequentatore di eventi di questo tipo. Per coincidenza abito pure a tre isolati dal luogo preposto, ed ogni volta che negli ultimi mesi un evento ha avuto luogo in questa arena, a casa mia con le finestre aperte si sentiva tutto abbastanza nitidamente, tanto era vivo e presente il suono. Cosa di cui ovviamente i noiosissimi vicini si sono sempre lamentati mandando petizioni e altri fogli di carta da culo in quantità a chi di competenza, il quale ovviamente non ha intrapreso nessunissima azione per bloccare nessunissimo evento, visto che questi terminano tutti precisamente entro l’orario stabilito per legge e senza mai sgarrare di un minuto.

I ciuffi dei Tides of Nebula

L’apertura è ad opera di un gruppo di Varsavia chiamato Tides From Nebula, esponenti di quel genere tanto in voga che alcuni chiamano postqualcosa. Per me è solo un rockettino abbastanza sfigato da pseudopoeti maledetti in depressione perenne che ti guardano male quando scorreggi nella stanza mentre si ascoltano i Joy Division. Poco o nulla da dire su questi ciuffi maledetti e sui pantaloni alla pescatora con mezzo polpaccio scoperto che accennano una danza o un balletto nella platea a questo punto ancora semivuota.

 

Poi ecco che partono le note di Widow, il che fa auspicare una bella scaletta dagli headliner. Nick Holmes ovviamente non ce la fa nemmeno se la sua vita dipendesse dal saperla cantare ancora sta canzone, ma pazienza. Figa lo stesso. Come ho già detto: gli vogliamo tutti ancora bene come ad un fratello maggiore.

A questo punto, come l’ultima volta in cui li vidi, mi aspetto o roba vecchia oppure roba da Medusa o da qualunque album in cui Nick abbia ripreso il suo stile originale, e invece vedo che insistono con il periodo che a me personalmente interessa di meno, ovvero quello centrale della loro carriera, dedicato al gotico pipparolo in stile Depeche Mode dei poveri. Un paio di pezzi dall’ultimo, bellissimo Obsidian ci scappano, quelli sì, però personalmente non c’è nessun picco vero, se non quando finalmente partono Shadowkings, As I Die o addirittura Gothic, proposte a macchia di leopardo per spezzare il filo logico della scaletta stabilita.

Inizio a cazzeggiare anche tra i banchetti in cui vendono le ristampe dei Falkenbach in vinile ad un occhio della testa e a questo punto inizio l’operazione sbronza totale, in cui innumerevoli bicchieri di plastica vengono riempiti di Zywiec e svuotati nel mio esofago.

L’evento finisce regolarmente intorno alle ventitré, e torno a casa con Beethoven in cuffia perché la Settima Sinfonia è la cosa più epica mai composta da essere umano. Un evento a cui non sarei mai mancato, soprattutto dopo tutta questa astinenza da concerti, però non posso fare a meno di pensare che i nostri avrebbero potuto aggiungere anche qualche pezzo in più dall’ultimo album, se proprio volevano evitare l’era Shades of GodIconDraconian Times, e personalmente sarei pure stato molto contento. Ad ogni modo la gente intorno a me era felice, e lo ero pure io di essere là. Ed è l’unica cosa che conta alla fine. (Piero Tola)

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