Più che un semplice album di cover: SABBATONERO – L’uomo di ferro

La notizia riguardante i Sabbatonero e i motivi dietro a un’idea del genere è vecchiotta, ma è ugualmente mia premura scriverne, poiché nel frattempo il disco è uscito e a maggio inoltrato si è annunciato pure il preorder dell’edizione in cassetta. Generalmente non mi interesso agli album di cover, tant’è che un mese fa ho messo su A Better Dystopia dei Monster Magnet e a due terzi della scaletta già non ne potevo più, ma questa è una faccenda particolare. Ho avuto modo di chiacchierarne brevemente con uno dei fondatori, Francesco Conte, già all’opera con Klimt 1918 (fino a circa un anno fa), Spiritual Front, Nero Omega e altre formazioni. Da una cover dei Black Sabbath alla quale partecipò Tony Dolan un anno e mezzo fa, sottolinea Francesco, è scoccata la classica scintilla, l’idea di farne un disco.

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Dal protrarsi della situazione sociale attuale è inevitabile, ma tutt’altro che scontato, che si sia generata l’idea di farne questo disco qua: L’Uomo di Ferro, il cui ricavato andrà allo staff dello Spallanzani di Roma. Quello su cui mi soffermerò è il fatto che il mondo dello spettacolo, sponda concerti, ha subito la botta che tutti sappiamo; e una parte di esso, composta da musicisti metal o più generalmente rock, in un periodo chiaramente avaro di introiti e lavoro si è unita per devolvere – a chi nel frattempo ha sempre lavorato, sottoposto a rischi e carichi non nella norma – il ricavato delle sue vendite. Motivo principale e unico per cui l’album non andrà su Spotify o canali similari, e che, a causa del proprio modus operandi, allo Spallanzani non porterebbero granché. È questo il concetto da sottolineare ne L’uomo di ferro dei Sabbatonero, non la riuscita delle cover, chi abbia reso meglio sui pezzi di Ozzy Osbourne (quasi la totalità della tracklist), come sia stato prodotto il disco o perché. Il concetto è che viene palesato quanto gli uni abbiano duramente lavorato in funzione degli altri affinché tutto potesse riprendere a pieno regime, il prima il possibile, e non un fantascientifico e contorto rovescio del medesimo concetto. In tal senso Sabbatonero è un’iniziativa da applausi, per tante che se ne sono sentite in un anno e mezzo di pandemia.

VINYL+COVER+BACK

Veniamo al punto: Tony Dolan si unisce come bassista a Francesco Conte, Filippo Marcheggiani del Banco del Mutuo Soccorso e Riccardo Spilli (Balletto di Bronzo), dopodiché, in seconda battuta, troveremo un esercito di musicisti che hanno scelto di prender parte al progetto. Se la sezione ritmica è pressoché immutata, con zero bassisti alternati a Tony Dolan e con pochissimi nomi dietro allo sgabello, fra cui Snowy Shaw (ex Mercyful Fate) e Dario Casabona degli Schizo, alla chitarra e alla voce s’alterna letteralmente di tutto.

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Il pezzo che mi ha maggiormente galvanizzato è Symptom of the Universe, un po’ perché campeggia fra le mie preferite dei Sabbath in coppia con Children of the Grave, un po’ perché detiene il riff per eccellenza, un po’ perché gli è uscita davvero bene alimentata dall’attuale voce dei Diamond Head, Rasmus Anderson, oltre che da Marty Friedman. Naturale ma abbondante è la predominanza dell’era Osbourne, con una certa attenzione spostata su Sabbath Bloody Sabbath e su Sabotage a discapito dei due titoloni che li precedettero. Fra gli altri ospiti, John Gallagher dei Raven, James Rivera degli Helstar, l’onnipresente James Murphy, i nostrani Steve Sylvester e Flegias rispettivamente alla voce su Sabbath Bloody Sabbath e Paranoid, Terrance Hobbs dei Suffocation e molti, moltissimi altri ancora. C’è pure Wiley Arnett dei Sacred Reich, l’unico loro membro ad aver suonato su tutti gli album assieme a Phil Rind, e figuriamoci se non ci tenevo a specificarlo.

Il disco è disponibile sul sito dell’etichetta Time to Kill Records, BandCamp, su Nuclear Blast Records e ben presto nei negozi fisici, presso i quali la distribuzione è già iniziata (mi informa Francesco che alla Discoteca Laziale di Roma già è reperibile). (Marco Belardi)

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