Splendidi quarantenni: DIAMOND HEAD – Lightning to the Nations

“All’inizio degli anni Novanta eravamo in bolletta assoluta. Non vendevamo un disco e non riuscivamo nemmeno a recuperare i soldi investiti in anticipo anni prima. Non esistevamo più dal 1985 e nulla si muoveva su quel fronte.

Avevamo parecchie grane legate alla distribuzione e alle royalties, così Lars Ulrich un giorno mi chiamò e mi disse che, se avevo difficoltà ad incassare quanto mi spettava, potevo chiamare un tizio alla Elektra, di cui mi diede il numero. Il resto è storia. Basterebbe dire che vivo principalmente di quello, oggi: di royalties(Brian Tatler)

Tra cover suonate dal vivo da altri gruppi e tributi vari, Brian Tatler e Sean Harris, due persone che dovrebbero avere il busto in argento in casa di ogni metallaro che si rispetti, oggi incassano abbastanza per non dover lavorare. La gratitudine ed il riconoscimento artistico li hanno sbloccati da una situazione in cui i soliti manager e gli uomini delle case discografiche stavano spolpando tutto quello che c’era da spolpare, senza lasciargli nemmeno le briciole. Una storia a lieto fine, dunque.

Quale fu il più grosso contributo alla causa dei Diamond Head? Semplicemente quel monolite di Lightning to the Nations, oggi uno splendidissimo quarantenne che, tra influenze Led Zeppelin, Thin Lizzy, Budgie e tutti gli altri soliti nomi, cementò le fondamenta di quella parte di NWOBHM che andò poi a partorire un mostro, ovvero tutto il sucessivo power/speed metal. Un disco semplicemente fondamentale.

I 7” Shoot Out the Lights (b-side la ferocissima Helpless, che non ha bisogno di presentazioni) e Sweet and Innocent erano già noti nei circuiti specializzati, ma mancava ancora la prova principale, un album che li proiettasse ai vertici del movimento nascente per mano di Iron Maiden, Saxon e Def Leppard.

Il disco è un classico dall’inizio alla fine, con pezzi che sono tutti dei classici a sé stanti. E qua iniziano anche le disavventure con i manager e i promoter, che si “dimenticarono” di pagare gli annunci pubblicitari legati all’uscita e apparsi su una delle riviste di settore più vendute dell’epoca, Sounds. Mancanze per le quali dovettero pagare multe salatissime.

CaptureLe influenze, dunque. Quelle che ispirano il disco, e quelle che da questo disco ispireranno altri. Lightning to the Nations è la calce che tiene assieme i mattoni di UFO, Judas Priest, i già citati Thin Lizzy e Budgie, e lo speed metal, il power metal ed il thrash. Senza lavori come questo non c’è coesione, non c’è continuità, il muro crolla alla prima spinta. Anzi, i mattoni superiori non esisterebbero nemmeno.

La storia inizia, come per gran parte delle più importanti entità del rock britannico, in qualche council house, autentiche roccheforti dell’Inghilterra profondamente proletaria. Stavolta si tratta della ridente Stourbridge, stesso luogo d’origine di altri cavalli di razza come i Witchfinder General e situato nelle West Midlands, a davvero uno sputo da Birmingham, capitale mondiale dell’heavy metal. Era il 1976, e la gavetta fu dura, durissima. Tuttavia, riuscirono, grazie al suono inconfondibile e la voce di Sean Harris, ad ottenere il rispetto della scena, facendogli guadagnare il ruolo di supporto degli AC/DC e degli astri nascenti Iron Maiden.

I problemi di distribuzione e gestione sono evidenti fin dalla confezione stessa del disco, griffato Happy Face Records, etichetta praticamente inesistente nel cui roster si contano solo i Diamond Head e i semisconosciuti Briar, e tre uscite che includono il disco di cui si parla oggi e il singolo Shoot Out the Lights, appunto. Il suono però definisce un’epoca: veloce, melodico ma tagliente, che prende tutto quanto fatto dai mostri sacri degli anni Settanta e che lo riassume e lo rielabora al tempo stesso con un’urgenza tipica del punk. Insomma, il primo vero “crossover” operato tra due generi della musica dura. Un “white album” (è infatti noto così ai più per via della copertina bianca) di stampo proletario e anti-hippie, pregno di riff che hanno fatto scuola e segnato gli standard di chi volesse suonare veloce e potente. Prendete un pezzo come Am I Evil?, vero paradigma di tutto ciò che è metal: incedere marziale, scandito dal sinistro riff portante e completato da un testo dalle tematiche occulte. Ancora oggi un vero e proprio inno del metal.

Diamond-Head-Photo

Il livello di influenza che ebbero sugli altri?

Sempre Brian Tatler: “Mentre gestivamo il mailorder da casa di Sean, ci accorgemmo che un tale Lars Ulrich dall’America ordinò una copia del disco, che costava poche sterline. Un ragazzo strano che ci venne perfino a trovare e che passò una settimana ospite a casa mia, levandomi il sonno quando suonava It’s Electric sul giradischi tutta la notte. Fu allora che iniziammo a capire che forse, in fondo in fondo, avevamo fatto qualcosa di significativo. Qualche anno dopo ci spedì una copia di Creeping Death, e ci accorgemmo che anche lui era in una band.”

Quattro diciannovenni con le idee chiare ed un bagaglio artistico e di ispirazioni che hanno portato i Diamond Head ad essere definiti, ad inizio decennio, come dei “possibili nuovi Led Zeppelin” (parole di Steve Harris). Peccato che con i successivi album, seppur belli, si siano ammorbiditi tentando una strada più commercialmente fruttuosa, e cadendo nel baratro senza ritorno delle migliaia di band tendenti all’AOR.

Ma non nel 1980. In quell’anno, secondo Geoff Barton di Sounds, “c’erano più riff in un qualsiasi singolo dei Diamond Head che nei primi quattro album dei Black Sabbath messi assieme”. Sentitevi i dieci minuti di Sucking My Love e ditemi.

Per un bel pezzo Lightning to the Nations fu relegato ad oggetto da collezionismo, vista anche la mancanza di ristampe e la conseguente difficile reperibilità. Mancanza colmata dalla sempre santissima Sanctuary Records, che restituì al pubblico il disco nella sua versione più pura e non adulterata (grazie ai master originali a loro disposizione). Curiosità vuole che, oltre ad essere oggetto raro, tra i collezionisti impazzasse lo scambio di versioni autografate da questo o quel membro del gruppo, visto che Sean e compagni avevano l’abitudine di autografare a caso questa o quella copia prima di spedirle.

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Racconta Brian Tatler, a proposito della qualità del materiale: “Avevamo circa 100 canzoni pronte all’epoca [!], parecchie delle quali erano state proposte nelle circa cinquanta esibizioni dal vivo portate a termine fino ad allora. La scrematura per scegliere i sette pezzi che andarono a far parte dell’album fu quindi significativa, e il materiale selezionato era davvero il meglio del meglio”. E si sente. C’è un aura di maturità e perfezione già raggiunta su Lightning to the Nations, che è propria dei cosiddetti classici istantanei.

Paul Robbins, l’ingegnere del suono che lo produsse, ci mise una settimana tra registrazioni e missaggio a dargli la luce. I pezzi sono stati registrati quasi tutti in un solo tentativo. Ricorda ancor Tatler: “C’era Sean che con la sua incredibile voce da diciannovenne ci cantava sopra, e poi io che aggiungevo tutte le chitarre da sovraincidere e gli assoli”.

Rimaneva il titolo da scegliere, e Lightning to the Nations fu ispirato da un quadro omonimo visto alla pinacoteca di Stourbridge, che diede prima nome al pezzo omonimo e poi al disco stesso.

Tatler oggi ricorda che lo consideravano come una sorta di incrocio tra un album e un demo, poiché la loro intenzione era quella di riregistrarlo con mezzi migliori una volta ottenuto un contratto discografico decente, cosa che, ringraziando il Signore, non avvenne mai, perché quello che è contenuto tra quei solchi ha fatto dei Diamond Head uno dei dieci nomi che dovrebbero saltare fuori immediatamente se si parla di Inghilterra ed heavy metal. È così e nessuno lo può negare. (Piero Tola)

 

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