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Avere vent’anni: AC/DC – Stiff Upper Lip

28 febbraio 2020

Già dissi a suo tempo di come Ballbreaker fu la mia iniziazione al magico mondo del metallo – pur non essendo Ballbreaker considerabile come metallo in senso stretto – e di come, di conseguenza, io mi senta legato agli Ac/Dc come per imprinting. Nei cinque anni successivi all’uscita di quell’album ascoltai compulsivamente qualsiasi cosa riuscissi ad ascoltare, spendendo tutti i soldi che avevo in un’epoca senza internet e in cui per copiare un cd bisognava non solo essere in possesso di un masterizzatore ma anche conoscere qualcuno che avesse quei dischi che ti servivano. Dunque, se all’epoca di Ballbreaker ero un ragazzino in piena età puberale con gli occhi spalancati dal sense of wonder ad ogni nota di Angus Young, all’uscita di Stiff Upper Lip ero un universitario che conosceva De Mysteriis dom Sathanas a memoria e disegnava il logo dei Manowar su ogni superficie possibile. Ma con gli AccaDacca conservavo sempre un rapporto speciale.

Il primo metallaro che conobbi fu Marco, all’università. Siccome il destino si diverte a lanciare messaggi, scoprii molto presto che costui era il più grande fan degli Ac/Dc probabilmente mai esistito, nonché la probabile reincarnazione di Bon Scott visto che era nato dieci mesi dopo la morte di quest’ultimo (e che quindi compie 40 anni tra poco. Auguri compà, e riposa in pace, Bonnie). Nei pochissimi mesi intercorsi tra l’ingresso in università e l’uscita di Stiff Upper Lip, Marco aveva dato fondo alla sua aneddotica sulla band ed eravamo riusciti ad ascoltare insieme più volte l’intera discografia; conseguentemente, aspettammo l’uscita del disco come Paolo Brosio aspetta una nuova rivelazione della Madonna di Medjugorie e ci fiondammo a Disfunzioni Musicali il giorno stesso, riuscendo peraltro a farci dare un cartonato con Angus sul piedistallo. La cosa non aveva molto senso, ma l’euforia per Stiff Upper Lip fu più o meno la stessa per l’uscita di Brave New World con il ritorno di Dickinson. Per motivi apparentemente diversi ma in fondo piuttosto simili, per me e Marco gli Ac/Dc rappresentavano molto di più di quello che rappresentassero per i nostri coetanei: e Stiff Upper Lip fu esattamente quello che volevamo, nonostante la diversità di forma e di sostanza con Ballbreaker.

Se quest’ultimo era un disco quadrato, fracassone e da stadio, Stiff Upper Lip aveva un approccio più sommesso, quasi da localino appestato da una cappa di fumo. I pezzi più tirati e “da singolo” c’erano, ma erano pochi: l’eponima in apertura, Safe in New York City, Hold me Back (che ricorda vagamente il riff di Thunderstruck) e la bellissima Give it Up in chiusura. Per il resto era uno dei pochi loro dischi da poter ascoltare anche a volume un po’ più basso del normale senza che l’esperienza ne venisse menomata. L’ho ascoltato a ripetizione per mesi, credetemi, e con Marco eravamo capaci di parlare per ore di ciascuna delle dodici canzoni incluse. Il solo riff iniziale della title track con lo stop and go e Brian Johnson che rantola “Like a dog in a howl” mi faceva uscire fuori di testa.

Pochi giorni fa mi riscrive Marco. “Bargò, vi siete dimenticati di Stiff Upper Lip che ha fatto vent’anni, vi siete imborghesiti ormai”. Lo tranquillizzo: ne avrei ovviamente parlato io, ma a fine mese, com’è d’uso per Avere vent’anni. Insomma cominciamo a parlare di nuovo del disco, a tanti anni di distanza dalla prima volta. Con mio grande stupore, mi accorgo che negli anni il suo amore per Stiff Upper Lip si è ridimensionato. Troppo leggerino, mi dice. Preferisce il successivo, Black Ice, per lo stesso motivo per cui a me non è mai piaciuto troppo: la produzione ipertrofica di Brendan O’Brien, che mi sembra troppo forzata per un gruppo così avanti con gli anni e che, per l’appunto, veniva dal suono rilassato e dall’approccio sardonico di Stiff Upper Lip. Io rimango della stessa idea, più o meno. Qui avevo scritto che Ballbreaker era l’ultimo vero capolavoro degli Ac/Dc: non mi rimangio quanto ho scritto, perché Stiff Upper Lip è più che altro un canto del cigno prima di cedere le armi al mestiere. (barg)

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  1. Stooge70 permalink
    28 febbraio 2020 10:34

    Beati voi (per l’età) che li avete conosciuti con Ballbreaker.
    Fologorato a 9 anni dal video di Highway to Hell su Telemilano (che poi diventò Canale 5..) la vita non è mai più stata la stessa…
    Li ho perfino “abbandonati” quando punk e thrash invasero la mia vita ma poi si torna sempre a casa.
    Concordo sul tono piacevolmente rilassato di SUL
    Grazie.

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