Crucificado pelo black metal: Frummyrkrið – Dauðans Myrkri

Mi hanno fregato, e io ci sono caduto con tutte le scarpe. Cominciamo dall’inizio.

Tra gli innumerevoli Bandcamp alert che mi arrivano con cadenza quotidiana mi vengono segnalati questi Frummyrkrið, gruppo nuovo di pacca: vai a cercare un po’ in giro e non trovi altri dischi, demo, collaborazioni, neanche una partecipazione ad una compilation. Strano. Difficile credere che questo sia un gruppo improvvisato. Perché boia mondo, il disco vale davvero: è molto, ma molto più che notevole, persino la terza traccia Frosinn í algleymidi, composta solo da effetti di pioggia, chitarra acustica arpeggiata, voci dell’altro mondo e feeling notturno azzeccatissimo, è piacevole da ascoltare e non è la solita rottura di palle che non capisci cosa stia lì a fare.

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Bisogna immaginare gli Ulver del periodo BergtattKveldssanger – parti acustiche/ambient ed effetti compresi – intrecciati con una buona quantità di Emperor ed Enslaved dei primi tempi. Oltretutto certi arrangiamenti viking black vengono accentuati fino alla prevalenza, e se a tutto questo aggiungete alcune sonorità di elettropop anni ’80 nelle trame delle tastiere ed un’impostazione compositiva che non disdegna né il progressive né il death metal bello corposo e pesante, condendo il tutto con accelerazioni in crescendo e financo inserti di fiati, l’idea che si stia parlando di un disco al di fuori della norma probabilmente starà facendo capolino anche tra voi. E poi, come dice la biografia, vengono dall’Islanda, nell’ultimo decennio probabilmente una delle terre più all’avanguardia nel proporre eccellente metal estremo di qualità, non standardizzato, variegato e fantasioso, con le radici ben piantate nella storia ma capace di intarsiarsi con le contaminazioni più varie senza essere un pasticcio. Musica che funziona, funziona bene. Specialmente le due lunghe suite Ég féll niður í tómið – undici minuti – e Frummyrkrið mun gleypa allt – oltre i diciassette – sono idealmente quanto di più vicino noi vecchi fan dei Solstafir speravamo che gli stessi avrebbero continuato a suonare all’epoca di quel capolavoro inavvicinabile che fu Kold. Quella che ascoltiamo qui è musica diversa da quella dei Solstafir, ma gratificata della medesima classe.

Naturalmente ho comprato il disco su Bandcamp al volo, anche se purtroppo solo in digitale perché edizioni fisiche non ne esistono. E poi vieni a sapere che in realtà il gruppo faceva solo finta di essere islandese, perché in realtà è brasiliano. Brasiliano? E come fai a crederci? Eppure persino Metal Archives conferma. Da Bandcamp il gruppo è sparito, non lo si rintraccia più, e pure l’acquisto è stato rimosso dalla mia collezione. Si trova ancora su Youtube, ma come si sa la qualità sonora è paragonabile al vino in cartone del discount rispetto ad un Franciacorta millesimato. Meno male che non ho tergiversato e l’ho comprato subito: sto cercando di approfondire la faccenda ma non trovo notizie nemmeno nel forum in inglese che frequento dove si fa a gara a chi è più nazikattivo, nel quale, se ci fossero state implicazioni politiche, si sarebbe venuto a sapere, credetemi. Ho provato a chiedere in giro ma non se li filava nessuno, e tutto tace.

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Non so perché, ma io ho sempre avuto un’allergia abbastanza marcata per i gruppi di tale o talaltra nazione che fanno di tutto per sembrare di essere purosangue di un altrove più appropriato, sia esso la Norvegia, l’Islanda o l’Antartide. Mi chiedo che bisogno ce ne sia, se questa musica avesse avuto i testi in portoghese a me non avrebbe fatto né caldo né freddo. Dauðans Myrkri rimane uno dei migliori album di questo 2021, anno che sta tirando fuori cose davvero importanti, a me però dispiace che sia ancora necessario simulare questo tipo di minchiate per guadagnare punti nella graduatoria della notorietà. Brasiliani… io ci sono caduto con tutte le scarpe. Chissà se questo album avrà mai un seguito: io qualche dubbio ce l’ho, nel frattempo voi provate a metterci le mani sopra, perché vale lo sbattimento. (Griffar)

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