Hákarl western: SÓLSTAFIR – Endless Twilight of Codependent Love

Edoardo Giardina: A partire dalla loro svolta sludge/post-metal (e quindi da Masterpiece of Bitterness) per me i Sólstafir non hanno sbagliato un colpo che fosse uno almeno fino a Ótta compreso. Ovviamente c’è stato qualche episodio della loro discografia che è stato migliore e peggiore rispetto agli altri. Non sto sostenendo che si siano attestati tutti su livelli altissimi, ma mi risulterebbe comunque abbastanza complicato scegliere un mio album preferito tra quelli che hanno pubblicato – forse arriverei a dire Svartir sandar, ma solo dopo una lunga e sofferta ponderazione. Forse avrete notato che neanche per un momento ho citato Berdreyminn, che per me fu una delusione cocente.

Ammetto subito che l’annuncio di questo Endless Twilight of Codependent Love mi aveva fatto presagire il peggio, a partire dal titolo in inglese dell’album e del singolo Her Fall from Grace, abbastanza insulso e dimenticabile (il treno per Fjara passa una volta sola). Non è la prima volta che gli islandesi compongono una canzone in inglese e spero che non sia neanche l’ultima (alcune di queste sono pure tra le mie preferite); ma la dicitura “epic rock n’ roll” comparsa nella descrizione della loro pagina Facebook, mi ha fatto temere che avrebbero pubblicato un album ancora più radiofonico e orecchiabile del precedente. Anche queste due ultime caratteristiche non sono un problema di per sé, dato che già Ótta semplificava e alleggeriva molto la loro proposta musicale pur rimanendo un ottimo album. Ciò che ha reso tutto veramente poco digeribile è stata la svolta riccardona di Berdreyminn, che mal si confà a tale gruppo pur considerando tutta la sua estetica fuori dagli schemi.

Sono comunque contento che i miei presagi siano stati smentiti: Endless Twilight of Codependent Love è un ottimo album, meno introspettivo di Ótta, ma più serio di Berdreyminn. E, pur restando difficile definirlo metal (tranne in qualche suo passaggio), riesce lo stesso a recuperare una certa ruvidità, marchio di fabbrica che i Sólstafir sembravano aver abbandonato scientemente e definitivamente. Non vedo errori.

Charles: Diciamo pure che seguo questo gruppo islandese (e tutti gli altri gruppi islandesi) per la sua provenienza, per il semplice fatto che l’Islanda è veramente un posto incredibile. Ne ero affascinato prima di andarci e rimango tutt’ora della stessa opinione, tanto che ogni anno riprogetto di tornarci, salvo poi dover rinunciare o perché costa troppo o perché c’è il coviddi o per altri cazzi. Quelle brume onnipresenti, le nubi di vapore sulfureo, il vento pungente, l’aurora boreale, le cascate, le mandrie di cavallini al pascolo, i panorami marziani, le casette in stile hobbit, le sabbie nere, le navi arenate sulle spiagge, quelle facce strane di gente che ti guarda come se il marziano fossi tu, con queste espressioni misto perplessità-depressione, e che probabilmente si chiede per quale assurdo motivo tu sia andato a sbattere fino a lì, queste e tante altre cose lo rendono un posto incredibile. Ma ciò che mi rimase più impresso fu la varietà culturale ed etnica di una capitale molto più europea e moderna di tante altre città europee, come anche il fatto che vi fossero centinaia di passeggini in giro spinti da queste famigliole giovanissime, l’istituzionalizzazione della settimanale ubriacatura feroce (che spiega in parte pure il perché del proliferare di tutti quei criaturi) opportunamente regolamentata dal governo locale, e soprattutto il fatto che ad ogni angolo vi fosse un gruppetto di ragazzini che suonava musica molto piacevole, perlopiù musica dura e dalle influenze più disparate.

Reykjavík e resto dell’Islanda sono, dunque, due mondi totalmente agli antipodi, mondi che ritrovo quasi sempre nei dischi dei Sólstafir. Mentre alcune realtà musicali locali si ispirano agli aspetti più mitologici della tradizione orale islandese e musicalmente si attestano su registri al 100% onirici (la campagna e l’interno desertico), e altri si sviluppano su registri più moderni e contaminati (la capitale), i Sólstafir, nel corso della loro carriera, hanno saputo quasi sempre fluttuare tra i due mondi con una abilità veramente notevole, spostando l’equilibrio una volta su un aspetto, una volta sull’altro, senza perdere nulla in identità. Quest’ultimo disco è un ottimo compromesso che rispetta le due anime degli islandesi e che, in quanto sui generis, sono spesso poco immediate; quindi il consiglio e di prendervi il tempo che occorre per apprezzarle.

2 commenti

  • Disco che voglio avere essenzialmente perché sono un’ islandista e le sonorità sono appropriate. L’ ho visitata qualche anno fa, a parte la capitale che è uguale a qualsiasi altra città del nord Europa, sono rimasto affascinato da tutto il resto. A proposito di alzate di gomito, la gente beve ma sa farlo, mai avuto problemi di sorta nei pub o per strada anzi tutti molto curiosi sulla mia provenienza.

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  • Commento a latere: ho trovato molto interessante la collana The Passenger della casa editrice Iperborea. Islanda, Norvegia, Svezia, Jappo…

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