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The Midnight Sun: A Light in the Storm – SÓLSTAFIR @Santeria Social Club, Milano 20.3.2019

21 marzo 2019

Questa serata per me è stata come una prima volta sotto molti aspetti: non ero mai stato al Santeria né avevo mai visto i Sólstafir dal vivo, mio malgrado. Nonostante Berdreyminn non mi avesse proprio soddisfatto, ero comunque estremamente curioso di vederli. Se non sbaglio negli ultimi anni erano forse passati anche un paio di volte dall’Italia ma, come sempre mi capita, quando le band che più vorrei sentire passano dal nostro Paese, io mi trovo all’estero. Quindi non potevo farmi scappare questa occasione di vedere gli islandesi dal vivo, relativamente vicino a casa, accompagnati da un quartetto d’archi.

Al Santeria trovo il Barg ad attendermi per una chiacchierata e una birra – anche se il locale, tra camerieri in bretelle e avventori eleganti, sarebbe probabilmente più adatto ad un titillevole calice di vino di fusariana memoria. Non passa molto tempo che il concerto inizia ed entro da solo nella sala concerti. La prima cosa che noto è che il pubblico è estremamente eterogeneo. Non che in questo locale e con le evoluzioni più soft della più recente discografia dei Sólstafir mi aspettassi truci membri dell’Inner circle, ma è stato un po’ straniante vedere un concerto più o meno metal accanto a due ragazze (che già di per sé sarebbe strano), tirate a lucido con ballerine ai piedi e pellicciotto sulle spalle. L’altra cosa che noto, dopo le treccine del bassista-Pocahontas che si sono accorciate, è che aveva ragione il Barg: l’acustica della sala concerti è fantastica e si sente divinamente.

Mi rendo effettivamente conto di quanto i nostri cowboy islandesi abbiano raggiunto una platea molto più vasta di quella metallara quando, durante le prime canzoni, vado al bancone per acquistare qualcosa ed evitare così la coda e l’esaurimento scorte di fine concerto. Punto abbastanza deciso il vinile di Svartir Sandar e capisco che la mia scelta è stata saggia quando la “commessa” mi dice che ne erano rimaste solo due copie. Poi mi aggiunge sempre in inglese che quello è l’album che contiene Fjara. Stava dando per scontato che io non conoscessi la band o l’album e lo stessi acquistando un po’ a caso, magari per la bellissima copertina. E probabilmente l’avrà fatto perché durante il tour le sarà arrivata qualche richiesta del tipo: “Voglio l’album con Fjara”. Volevo quasi chiederle, piccato, con chi pensasse di parlare, ma rispondo solo grazie. Mentre me ne sto andando col mio nuovo vinile, il gruppo sul palco inizia una nuova canzone e lei mi dice: “Ecco, questa è Fjara, la stanno iniziando“. Tra l’altro, manco a dirlo, non era quella.

Passando al concerto in sé, l’esibizione è stata divisa in due parti. La prima, con canzoni estratte solo dai più recenti Berderyminn e Ótta, e quindi senza Fjara, è stata più sentimentale e atmosferica, durante la quale la band ha proposto quasi esclusivamente ballad. La seconda parte invece era un po’ più movimentata e composta principalmente da pezzi presi da Svartir Sandar e addirittura da Köld. Questa volta sì, compresa Fjara. Che poi in un mondo migliore sarebbe anche un cosidetto pezzone, un singolo strappalacrime e strappacapelli che passano al lido mentre mangi il Maxibon sotto l’ombrellone – anche se probabilmente sarebbe più consono in inverno sulla pista da sci durante la settimana bianca, ma tant’è. Però arrivati a questo punto della serata ce l’ho talmente in antipatia questa canzone, che mi vorrei tappare le orecchie quando parte e sin dalle prime note di chitarra il pubblico impazzisce letteralmente, alza le mani al cielo e canta a squarciagola il ritornello.

In generale, l’esibizione è a dir poco perfetta: i suoni sono fantastici, l’acustica pure, e si è venuta a creare un’atmosfera magica grazie anche a sapienti giochini di luci fatti attraverso delle lampadine installate sul palco. Certo, mi sarebbe piaciuto sentire qualche pezzo ancora più movimentato, tipo Ljós í Stormi o l’omonima Köld – questi sì, pezzoni da cantare a squarciagola con le lacrime agli occhi nonostante il loro minutaggio lunghissimo – ma ovviamente non sarà questa la serata. Ad un certo punto Aðalbjörn Tryggvason ci spiega anche che in questo tour, già che hanno il quartetto d’archi e il tastierista appresso, si concentreranno su canzoni che altrimenti non potrebbe suonare se non con le rispettive parti registrate. Quindi mi dovrò accontentare di Goddess of the Ages in chiusura – che comunque… (Edoardo Giardina)

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  1. rabe permalink
    25 marzo 2019 03:08

    Visti dal vivo pochi mesi fa aprire per gli Enslaved. A dir poco patetici…

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