Rivoglio il mio elefante: speciale Bull Elephant

Finalmente ho finito di scrivere questo pezzo. Ce n’è voluto di tempo… Oh, non è stato mica facile. Il motivo è semplicissimo: se andate sulla loro pagina di Metal Archives o sul loro Bandcamp troverete scritto che suonano doom/death metal. Ok, benissimo, per certi versi è anche vero, solo che è una descrizione talmente superficiale che a me pare equiparare una torta nuziale a una crostatina del Mulino Bianco. Sono tutt’è due torte, no? Eh già.

La band è un four-piece inglese, nessuno sa chi siano. Letteralmente non ce n’è traccia, neanche nelle loro pagine ufficiali in internet, i dischi sono arrivati in forma anonima, nessuna indicazione del mittente, niente nomi a cui risalire, niente di niente. Sono arrivati dall’Inghilterra, tutto lì.

Cosa vuol dire doom? Black Sabbath (su questo io avrei molto da ridire, neh)? Candemass, Cathedral? Saint Vitus? (sto mettendo nomi storici a caso, per essere preciso) E cosa vuol dire death? Entombed? Dark Angel? Va beh, il giochino lo avete capito. Il fatto è che nei due dischi di cui vi sto parlando, e che sono i primi due capitoli di una trilogia (il terzo deve ancora uscire), c’è di tutto e di più. Facciamo degli esempi salienti di quanto potrete ascoltare in questi due album: in molti momenti la voce è puro deathcore. Stridula e straziata, una cosa simile la trovi nei dischi dei Within Destruction, che certo non sono doom/death. La terza traccia dell’omonimo disco d’esordio è l’incrocio più netto tra i Fates Warning (periodo Inside Out, Pleasant Shade of Grey) e i vecchi Paradise Lost che io abbia mai ascoltato. Poi anche più avanti dei Paradise Lost ci troverete un sacco di influenze, dei primi diciamo, quelli fino ad Icon, sia per quanto riguarda alcune parti delle vocals che ricordano un botto Nick Holmes, sia per gli assoli di chitarra. E dei Fates Warning e del loro progressive metal crepuscolare, soffuso come un’alba invernale, anche.

Essendo i due dischi fortemente collegati sia a livello musicale che tematico, tra l’uno e l’altro non c’è alcuna differenza. Se posso esprimere un’opinione sono stati scritti nello stesso momento, ed anche il prossimo (quando, Brexit permettendo, verrà pubblicato) molto probabilmente non si discosterà di nulla da questi due. Il che è pure un vantaggio: se vi piaceranno questi due album andate pure sul sicuro anche con il terzo, se non vi piacciono avanzerete la pena di sprecarci del tempo dietro.

Qui c’è un melting pot di quasi tutto quanto è stato inventato nell’heavy metal dagli anni ’80 a questa parte, tranne il black metal. Se in certi momenti vi sembrerà di ascoltare gli Angel Witch non siete matti, avete ragione. Se vi sembrerà che stiano suonando i Tank avrete ancora ragione. Se parimenti qualche tratto vi ricorderà i Merciless, pure. Se sentirete la mano del mago Tomas Skogsberg e quindi del death svedese in certe sonorità, è vero anche quello. Ma poi s’indovinano Metallica, Iron Maiden (vecchi e nuovi), l’heavy rock blues dei primissimi ‘80… Ci sono persino degli assoli di chitarra in wah wah; e poi ancora Bolt Thrower, prog puro di band come Marillion, le sfuriate dark wave dei Killing Joke (epoca Extremities Dirt & Various Repressed Emotions), quando il cantante va in growl sembra il periodo death di Chuck Billy senza contare che gran parte della struttura dei brani è impostata sugli schemi della cara cara vecchia NWOBHM. Nemmeno si sono dimenticati del mosh di reminiscenze thrash metal americano, che generalmente viene usato come bridge per lanciare le parti più tirate in blast beat (sì, ci sono anche queste).

Insomma, se ancora non mi sono spiegato bene, i Bull Elephant musicalmente sono un vero casino. Di quei casini gustosi, che ti fanno ritornare spesso sul disco per cercare di capire a chi cazzo stavano facendo riferimento in quel momento. Per fare tutto questo è necessario che ci sia una certa perizia nel suonare gli strumenti (e questa non manca pur non essendo loro dei virtuosi) e che si sappia scrivere ed arrangiare un brano – e nemmeno questo gli difetta, assodato il fatto che di musica in passato devono averne ascoltata parecchia. L’impressione che danno è che non siano affatto dei ragazzini, e che sia anzi gente piuttosto scafata che ha deciso di mettere su un side project di heavy metal moderno con forti richiami ai tempi passati non volendo esporsi più di tanto giacché il concept di tutta la trilogia è fortemente politicizzato e non a tutti garba una cosa simile di questi tempi.

Concept che vado a riassumere brevemente per invogliarvi ad approfondire la loro conoscenza, inoltre se volete nella pagina Bandcamp è spiegato in modo dettagliato: ovvio che bisogna masticare un po’ d’inglese, ma chi non lo fa, oggi? Poi è scritto in modo molto semplice.

Partendo da una base Predatori dell’Arca Perduta mixata con visioni lovecraftiane, i nostri hanno immaginato che, mediante la loro diramazione chiamata Ahnenerbe (quella che si interessava di esoterismo, occultismo e ricerca delle origini della razza), i nazisti stessero cercando di ridare vita ad un elefante africano defunto per utilizzarlo in guerra come arma letale contro gli avversari. Uno sciamano, venuto a conoscenza del fatto, si è frapposto per fare in modo che l’animale resuscitato dei nazisti diventasse il loro peggior incubo. Cosa che puntualmente avviene. Il secondo capitolo prosegue da dove finisce il primo, l’anima dell’elefante ormai esausto viene migrata in un gorilla che fugge insieme al figlio dello sciamano. Una volta scoperti dovranno confrontarsi contro un esercito di non-morti cui i nazisti mettendo in pratica gli studi già compiuti nel caso dell’elefante hanno ridato parvenza di vita, e in tutto questo vengono coinvolte nel conflitto le forze della natura tutte, nell’eterna lotta tra il bene e il male.

Se pensate che per scrivere una storia del genere si necessiti di una certa quantità di fantasia siete nel giusto (come sempre), ed è la stessa fantasia che troverete anche nella proposta musicale dei Bull Elephant. Francamente non vedo l’ora che esca il terzo e conclusivo capitolo della saga, poi non so perché ho l’impressione che difficilmente si potrà ascoltare di nuovo qualcosa firmato da loro. Non so spiegarvi un concreto perché, è solo un’idea che mi sono fatto io. Ribadisco che a me sembra un side project di qualcuno che nella scena c’è da tempo, tipo i famosi supergruppi di qualche era geologica fa, che si trova in un fumoso pub una sera qualsiasi e qualcuno di loro pirla che ti ripirla decide che magari si può scrivere un po’ di musica assieme. “Ok, figo, e che facciamo?”, “Di tutto”. Appunto.

Spero che tutto questo sia abbastanza per convincervi a dedicare qualche oretta del vostro tempo ai Bull Elephant; rimane da dirvi che, se vi piacerebbe possedere anche l’edizione fisica dei due lavori, qualche casino c’è. Il primo Bull Elephant è uscito in una stupenda edizione digibook cartonato da 21×21 centimetri con libretto di 26 pagine, tutti i testi, fotografie e parecchio altro. Fu realizzato in pochissime copie solo in pre-order, la band non esclude una ristampa ma solo se ci saranno abbastanza richieste da far sì che ne valga la pena, visto che stampare una cosa del genere costa e pure parecchio. Il secondo Created from Death invece è un più economico mini-gatefold CD (in pratica come se fosse la sleeve apribile di un vinile in miniatura), questo dovrebbe essere ancora disponibile.

Come sempre: buon ascolto, ragazzi. (Griffar)

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