UADA – Djinn

I riff iniziali ricordano gli Editors più che un gruppo black metal, ma gli incappucciati di Portland ci avevano già abituati col primo disco, che si apriva in modo decisamente peculiare. Dopodiché Djinn esplode compiutamente, e per un’ora rimaniamo immersi senza eccessive sorprese nel terzo attesissimo album degli Uada.

Stilisticamente Djinn non è infatti dissimile dai precedenti, anche se compie qualche passo avanti nell’evoluzione melodica della band. La struttura è ora meno contorta e decisamente più lineare, al punto che sarebbe impossibile ormai accostarli in qualsivoglia modo ai Taake come avevo fatto ai tempi di Devoid of Light. Di contro, alle melodie viene data sempre più importanza, tanto che in molti punti sembra di ascoltare un classico heavy metal velocizzato; tendenza che in loro c’è sempre stata ma che in Djinn è amplificata, anche grazie ad una produzione più pulita che ne valorizza l’incessante successione di riff. In questo modo perde di significato anche l’altra grande influenza di cui avevo parlato per il debutto, e cioè gli Mgla.

Nonostante la durata, Djinn non soffre del problema del secondo Cult of a Dying Sun, cioè la tendenza ad allungare il brodo diluendo i tantissimi buoni spunti di cui comunque quel disco era pieno. In questo senso Djinn è più costante e per certi versi più complesso da assimilare, senza quei picchi assurdi contenuti in, ad esempio, The Purging Fire e Snakes & Vultures, ma di contro senza passaggi a vuoto. A Djinn manca però terribilmente la produzione potente di Cult of a Dying Sun: qui si è optato per un suono sì pulito ma anche più leggerino, forse in tema con lo stile del disco ma che toglie impatto e penalizza le frequenti accelerazioni. È come se fosse una coperta troppo corta che, in ognuno dei tre dischi, viene tirata da una parte o dall’altra penalizzando o favorendo certi aspetti: ciò non toglie comunque che ognuno dei tre capitoli della loro discografia merita tantissimo per differenti motivi, cosa che diventa evidente dal vivo, in cui i quattro cascadici trovano la propria dimensione ideale.

Nota a margine: Per concludere vorrei fare una menata che probabilmente potrei risparmiarmi ma che sento comunque di dover fare, non fosse altro che per una questione di coerenza personale. Su queste pagine ce la siamo spesso presa con alcuni gruppi che rompono i coglioni con le loro sgradevoli opinioni politiche di cui non frega niente a nessuno. Non mi riferisco al NSBM perché è una roba a parte che se vogliamo fa anche folklore e che comunque si pone all’interno di una nicchia che è sempre esistita e che fa riferimento a questioni, diciamo, fuori dall’attualità; mi riferisco invece a quei gruppi che infilano le polemichette da blog di gente con gli occhiali e i capelli colorati in un tipo di musica che con tutto questo non c’entra strutturalmente alcunché. Gli Uada fanno lo stesso, ma dalla barricata opposta. Loro sono tra quei gruppi che in passato sono stati boicottati per questioni ridicole come l’aver suonato in festival in cui erano presenti band considerate ideologicamente ambigue eccetera, avrete sicuramente presente il concetto. Nello specifico la questione è particolarmente grottesca, tanto che persino quei fenomeni circensi di Metalsucks li hanno difesi da queste accuse, e capisco benissimo come gli Uada siano rimasti infastiditi dal venire accostati a determinate ideologie, anche perché il loro batterista è pure ebreo. Capisco anche che ormai vivere a Portland per una persona normale sia diventato un incubo, data la quantità di scimmie urlatrici che infestano l’area, ma sinceramente questa non mi pare una motivazione sufficiente a scrivere dei testi che sembrano una trasposizione letterale di un post incattivito di un blog politico. Non voglio mettere paletti alla creatività e non voglio irrigidire la musica in schemi predefiniti: ne faccio una questione di opportunità e continenza. Inoltre c’è modo e modo di accostarsi a determinati temi, e sapere che un pezzo black metal evocativo e maestoso in realtà sta parlando dell’ultima polemica uscita su Vice, per quanto ne stia parlando prendendo posizioni che mi trovano d’accordo, non solo mi fa cadere le braccia ma svilisce l’atmosfera e riporta tutto in una dimensione incompatibile con quella che loro stessi cercano, peraltro riuscendoci, di creare con la loro musica. Ho finito. (barg)

4 commenti

  • Punto di vista che comprendo il tuo ma per me questo disco è una delle maggiori delusioni dell’anno.

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  • Al di là delle chiacchiere, il problema di questo disco è essere MOSTRUOSAMENTE noioso e privo di mordente. Ho amato Devoid (forse perchè “in scia” con i Mgla) e su Cult condivido la tua opinione, ma questo Djinn è indifendibile. Mia opinione: temo che questi ragazzi non abbiano lo spessore (gente come i Mgla non nasce tutti i giorni), che gli manchi quel quid per darmi quello che il black dovrebbe dare.

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  • delusione, noioso, indifendibile… ammazza che stroncatura. per me invece ha grandi melodie, la produzione un po’ leggera in effetti lo è, ma le canzoni ci sono…

    parlando del lato lirico, francamente la maggioranza dei pezzi non ricade nei pipponi politici di cui parla Bargone… qui o là escono anche frasi tipo “shatter vessels of thriving doubt
    & devour diadems of decaying divinity”,
    che insomma non mi pare sviliscano alcunché…

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  • Segno, le premesse piacciono.
    La butto lì un po’ a cazzo, visto le atmosfere e i gusti in quella direzione, a quando un tuo pezzo su qualcosa dei Wolves in the Throne Room?
    grazie

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