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Musica di un certo livello #29: UADA, WITCHSORROW

3 luglio 2018

Onde evitare di fare un copia-incolla della recensione di Roberto, proverò ad articolare le stesse idee in modo differente all’unico fine di sensibilizzare ulteriormente la gentile utenza nei confronti di questo notevole e giovanissimo gruppo di Portland. L’esordio, pur avendolo scoperto troppo tardi per farlo finire in buone posizioni delle playlist di fine anno, credo abbia perdurato negli stereo di alcuni di noi; nel mio sicuramente. Per cui, non appena appreso che il mese scorso è uscito Cult of a Dying Sun, mi sono apprestato a mettere da parte la qualunque (anche il nuovo Judas Priest che non ho ancora capito bene se me lo debba far piacere tantissimo o se mi sto imborghesendo in qualche modo) e a concentrarmi esclusivamente su di esso. Devoid of Light fu una bella mazzata tra capo e collo, col suo mix di atmosfere cascadiche mai troppo preponderanti, la cospicua dose di cazzimma e un buon livello generale di songwriting e produzione per essere un esordio. Non ultimo aspetto, ne apprezzai molto la durata, perché oggi pare sia diventato un atto di coraggio quello di far durare i dischi meno di un’ora. Con i suoi 33 minuti, DoL non ti lasciava il tempo di riflettere su questo e quello ed andava dritto al suo fine, senza calo alcuno. Potrei parlarvi della rava e dalla fava, delle differenze minime tra questo e il predecessore, ma non lo farò perché qui l’obiettivo è sensibilizzare la gentile utenza, come detto. Dunque, per riferimenti e caratteristiche andatevi a rileggere l’ineccepibile recensione di Roberto, perché valgono ancora adesso. A mio parere, se anche questo Cult fosse durato venti minuti di meno lo avrei gradito ulteriormente. Detto ciò, sia messo a verbale che gli UADA riescono ad evocare atmosfere cascadiche e ad infilare momenti di apertura e melodia senza dimenticare la cosa più importante, quella cioè che si tratta pur sempre di black metal. Se la strada intrapresa non verrà abbandonata, ce li ritroveremo piazzati sempre più in alto nei bill dei festival di genere. 

Dopo aver ascoltato Hexenhammer mi sono reso conto di quanto mi manchino i Cathedral. A dire il vero mi sono procurato il disco solo perché ogni tanto è bene dar credito a qualcuno che nel nome ha scelto di infilare la parola “Witch” (o “Doom”, come diceva il buon Giardina), anche se quel nome non ti dice niente e il curriculum vitae dei componenti il gruppo non ti dice parimenti niente. Scopro ora, dunque, che gli inglesi WITCHSORROW sono addirittura al quarto disco e io solo vagamente ricordavo che qualcuno di noi li avesse già incrociati in qualche festival di musica per gente che si fa le siringhe di droga sotto le ascelle. Ebbene sì, mi mancano ma credo anche che Dorrian abbia fatto bene a mettervi un punto. Forse mi mancano proprio per questo, perché non ho assistito alla snervante deriva geriatrica che molte storiche band prendono quando non hanno voglia e stimoli ad evolversi o il coraggio di farla finita. I With the Dead, inoltre, li trovo un passatempo gradevole ma non mi stupiscono in nulla né tantomeno mi inducono lo stesso effetto madeleine di questi signori qui, che vogliono essere la copia carbone dei migliori Cathedral (beninteso senza sfiorarne le vette), a cominciare proprio dalla voce e dalle chitarre di Nick Ruskell, il quale si intuisce chiaramente quanto tempo abbia trascorso in cattedrale pregando il suo (e il nostro) dio. Ogni tanto fa bene ricordarsi di quanto si stava meglio quando si stava meglio. (Charles)

One Comment leave one →
  1. Supermariolino permalink
    4 luglio 2018 00:07

    Grande album Devoid of Light!

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