Avere vent’anni: ANGEL DUST – Enlighten the Darkness

Marco Belardi: Quell’anno ebbi l’onore di ascoltare il miglior heavy metal moderno di sempre. Che si trattasse di derive del power metal o di cose completamente assorbite dagli Ottanta, pensateci bene, nel Duemila uscirono cose talmente distanti fra loro da non poterle accomunare con facilità sotto a un’unica etichetta. Eppure sempre di metal classico si trattava. I titoli voglio elencarveli qua sotto, con la certezza che ometterò qualche uscita importante per mia dimenticanza, o perché è domenica mattina e sono qui a scrivere alle 8:56, reduce da una cena alienante e cominciata con un banale spritz: Sentenced – Crimson, Iron Maiden – Brave New World, Nevermore – Dead Heart in a Dead World, Angel Dust – Enlighten the Darkness. 

Prendete questi quattro titoli: dimostrarono che il metal classico era vivo e vegeto, e che plasmandolo era possibile ottenere cose nuove senza ricorrere agli sputtanamenti corali tipici di qualche anno prima. Nomino questi quattro poiché li ritengo importantissimi, nonché responsabili d’aver avvicinato all’heavy metal intere generazioni di appassionati, forse le ultime se ci si intende riferire a numeri significativi. E allora metterò l’accento sull’ultimo di questi quattro titoli, Enlighten the Darkness. Il migliore album per distacco della band tedesca, oscurato da Bleed per il solo fatto che in quel disco troneggiava l’ombra della omonima canzone. Un giro di tastiera che non replicherai più nella vita, un riffone che ti porterai dentro – o appresso – al costo di dover confrontare tutto il materiale successivo con uno stramaledetto e riuscitissimo brano che potrebbe lanciarti oppure stritolarti. Eppure Enlighten the Darkness era infinitamente superiore sia a Bleed, che a Border of Reality. Quattro canzoni in apertura una più bella dell’altra, e poi, quasi in chiusura, il monumentale heavy metal massiccio di Cross of Hatred. La magistrale convivenza di sonorità classiche, tastiere e modernità, il tutto sorretto da una delle voci più imponenti che abbia avuto l’onore di ascoltare alla fine della mia adolescenza: quella di Dirk Thurisch. Uno degli album più belli dell’intera annata, ed uno dei più trascurati.

Trainspotting: Non molto da aggiungere a quanto detto dal toscano di redazione. Enlighten the Darkness è di gran lunga il miglior album degli Angel Dust, al punto che non escludo che la decisione di sciogliersi, solo pochi anni dopo, sia stata causata anche e soprattutto dalla frustrazione di non aver raggiunto fama mondiale nonostante l’aver composto un discone del genere. Il fatto che Enlighten the Darkness non li abbia proiettati in cima alle scalette dei festival e alle preferenze dei metallari di tutta Europa è un mistero che ancora non riesce a risolversi. Gruppi meno dotati e meno completi di loro sono stati celebrati in maniera incomprensibile, mentre gli Angel Dust hanno dovuto subire l’umiliazione di comporre un mezzo capolavoro passato quasi in sordina, fino allo scioglimento di cui ugualmente pochi si sono accorti.

Ma non era colpa loro, perché ad Enlighten the Darkness non mancava davvero nulla: power metal roccioso, melodico, moderno e proiettato in avanti, con una decina di pezzi uno meglio dell’altro e persino un paio di ballate meravigliose. E su tutto, come già specificato sopra, la vociaccia sporca e potentissima di Dirk Thurisch che riesce a valorizzare sia le parti più pesanti che quelle più emozionali. Da riscoprire ad ogni costo.

One comment

  • Capolavoro, recuperato parecchi anni dopo l’uscita. Non se ne parlò abbastanza all’epoca. Avevo appena smesso di comprare roba cartacea, tra l’altro…e credo che questo sia valso per molti. Era un periodo limbo tra l’inizio di internet e il tramonto di un’era “analogica”.

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