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Avere vent’anni: ANGEL DUST – Bleed

24 aprile 2019

Gli Angel Dust erano un gruppo tedesco di cui non si ricordava, forse colpevolmente, più nessuno; ebbero però l’accortezza di riunirsi al momento giusto, a fine anni Novanta, con quel Border of Reality di cui ha parlato l’anno scorso il Belardi con l’usuale dovizia di particolari. Al momento di ritornare in pista il gruppo di Dortmund abbandonò il rozzo speed crucco che ne aveva caratterizzato gli esordi per riproporsi in una versione più canonicamente power metal, sempre dal tratto tipicamente tedesco, com’era in uso in quegli anni. Detta così potrebbe sembrare molto peggio di quanto non sia, però Bleed, oltre ad essere un gran disco che spiccava anche in quel periodo di abbondanza di offerta power metal, non si limitò a seguire i noti stilemi helloweeniani ma riuscì a dare una propria versione della faccenda.

Bleed scioglie parzialmente i legami che il precedente Border of Reality manteneva con l’incarnazione ottantiana degli Angel Dust. I quali continuano a rimanere un gruppo mediamente più pesante e cupo dei colleghi connazionali, ma iniziano ad inserire elementi di novità specie sotto l’aspetto melodico. Per accorgersene basta ascoltare la traccia eponima in apertura, che oltre ad essere il vero capolavoro dell’album – e probabilmente della band in generale – è esemplificativa di ciò che stava diventando il loro stile. Un attacco con tastiere e pianoforte la cui struggente melodia cozza con il suono artigianale e con un arrangiamento che non può non rievocare le classiche sagre del bratwurst che solitamente si citano a proposito di gruppi di questo tipo; il tutto poi sovrastato da un riffone irruento e sovradistorto e dalla vociaccia roca di Dirk Thurisch, creando sin da subito il contrasto su cui si ha giocato tutta la seconda parte della discografia degli Angel Dust.

Lo schema si ripete, diverso nella forma ma identico nella sostanza, per tutto l’album. L’ulteriore passo avanti sarà compiuto col successivo Enlighten the Darkness, a mio parere il loro miglior disco, in cui le varie componenti saranno accostate con più raziocinio e coscienza di sé. Bleed invece continua a dare l’impressione di essere un album a metà, in equilibrio imperfetto tra un passato di cui sembrava non potersi fare a meno e una serie di intuizioni in potenza, ancora non perfettamente sfruttate. Il suo fascino però risiede proprio in questo: nell’essere un disco sostanzialmente sbagliato, o che quantomeno ha nella sua essenza alcuni elementi di straniamento che lo pongono su un altro piano rispetto al power tedesco standardizzato di fine anni Novanta. Questo in realtà poteva essere un loro punto di forza, ma temo sia stata la loro rovina, perché non furono in molti a prenderli sul serio.

A vent’anni di distanza Bleed rimane esattamente dove l’avevamo trovato, con le sue peculiarità sia all’interno della discografia degli Angel Dust sia all’interno della scena power crucca. I momenti peggiori del disco sono quelli in cui la band si sforza di essere più canonica, come in Addicted to Serenity, mentre quelli più memorabili sono proprio i più strani, come quelli in cui la voce di Dirk Thurisch urla con una rochezza così insistita da avere pochissimi pari nel genere. Detto ciò, credo che basti l’ascolto dell’eponima Bleed a far venire la voglia di approfondire l’album. (barg)

One Comment leave one →
  1. vito permalink
    24 aprile 2019 14:45

    sembra di sentire gli Stryper e quel christian metal parecchio cazzuto ma con i testi perniciosi !

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