Tre dischi che potreste ascoltare al posto del nuovo dei Katatonia

È parecchio che non seguo più con vero interesse la band di Jonas Renkse ma, avendo percepito dai miei sodali il clima di sconcerto e delusione diffusi che ha accolto l’uscita di City Burials, ho selezionato tre recenti uscite che faranno tornare il sorriso a tutti i fan degli svedesi che oggi si sentono abbandonati. Oddio, proprio il sorriso magari no. Facciamo allora tre recenti uscite che vi faranno restare tappati in casa a meditare su tutto quello che avete sbagliato nella vostra vita, soprattutto in campo sentimentale, attaccati a un flacone di benzodiazepine mentre intorno a voi tutti festeggiano la fine della quarantena buttandosi in spiaggia a bere, scopare e fare i tuffi a cufaniello. Così va meglio?

I più accostabili ai Katatonia del lotto sono gli americani DEATHWHITE, che si inseriscono nel sempre più fitto novero della “gente che si incappuccia e cela la propria identità perché fa fico”. Grave Image segue di tre anni il discreto esordio For a Black Tomorrow e concilia suggestioni novantiane con quell’approccio un po’ enfatico tipico della nuova ondata del genere, senza però quella tendenza alla dispersività che rende per me poco digeribili Swallow The Sun e affini. La musica del trio di Pittsburgh sembra poggiare su un retroterra new wave genuino e non rimasticato e non disdegna qualche riffone doom vecchia scuola per riequilibrare la situazione. Lavoro un po’ diseguale, con un paio di picchi notevolissimi come la conclusiva Return to Silence, ma decisamente da recuperare.

Per qualche motivo in copertina c’è la statua di Giordano Bruno di Campo de’ Fiori trasportata in una brulla cornice montana dove sicuramente fa più fresco che qui dove il rogo arse.

Ve lo ricordate Tuomas Saukkonen dei Before the Dawn, grande gruppo feticcio di Bargone? Il nerboruto finnico nel 2013 aveva sciolto tutte le sue band per concentrare ogni suo sforzo sulla sua nuova creatura, i Wolfheart. Contento lui, a me non sono mai sembrati così imprescindibili (se siete di parere contrario, vi segnalo che un paio di mesi fa è uscito il quinto full Wolves of Karelia). E allora perché ha pubblicato un nuovo Lp a nome DAWN OF SOLACE a 14 anni di distanza da The Darkness? È presto detto, trattansi dei brani che erano stati scritti all’epoca per il successore che avrebbe dovuto essere inciso nel 2007 e avrebbe previsto un fracco di ospiti illustri, da Fernando Ribeiro a Ville Sorvali dei Moonsorrow passando per Hulk Hogan e Jimmy il Fenomeno. Ora non so quanto ci sia effettivamente di materiale inedito e quanto le versioni originali siano state riarrangiate, perché Waves non suona manco troppo datato. Il dubbio è ora se posso considerarlo per la playlist o meno: tecnicamente non è un disco nuovo ma è tra le cose migliori che abbia ascoltato in questi mesi di quarantena.

La vena doom/death che resisteva ancora in The Darkness è quasi scomparsa. Waves è gothic metal come ormai non lo suona più nessuno, influenzato tanto dai Katatonia quanto dalla scuola suicide nazionale, per quanto giocato su accenti torpidi e dilatati, scevri da quell’approccio rock’n’roll che i Sentenced ebbero fino alla fine. Come nella migliore tradizione finlandese, i Dawn Of Solace non inventano niente ma riescono a conservare una loro insondabile personalità. Al solito, fa tutto Saukkonen con il bravo Mikko Heikkilä alla voce pulita.

Chiudiamo in bellezza con il terzo album dei LOTUS THIEF, compagine di San Francisco tra le scoperte più interessanti fatte di recente dalla benemerita Prophecy Productions, così cara al nostro Charles. I riferimenti letterari restano elevati: dopo un concept su De Rerum Natura di Lucrezio e un altro sul Libro dei Morti egizio, questa volta i californiani si cimentano nientemeno che con Eschilo.

Oresteia ripercorre le tragiche vicende degli Atridi con l’impianto teatrale che si confà alla materia. Ovvero, tanti saluti alla forma canzone e via con un cangiante intreccio di generi che cambia registro a seconda degli snodi tematici delle tracce. Sulla carta, il rischio è quello di cucinare un pastone pretenzioso e sovrabbondante. E invece funziona (quasi) tutto benissimo: le parentesi dark ambient come le sfuriate black metal, i languori ethereal di scuola Projekt come i flirt col post rock. Il disco scorre con una fluidità inattesa, viste le premesse, e la frontwoman Bezaelith ha il piglio e il carisma giusti per un compito non facile. Ma che c’entrano i Katatonia? Non molto, in realtà, ma in qualche modo dovevo arrivare a tre. Statemi bene. (Ciccio Russo)

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