Quando eravamo sensibili: THE BIRTHDAY MASSACRE – Diamonds

Il periodo, intorno al quarto di secolo, in cui fui in fissa con darkwave e dintorni non fu esattamente uno dei più edificanti della mia vita, anzi, facevo francamente cacare. Quasi guardo con più indulgenza quello, di alcuni anni successivo, in cui mi ero dedicato all’indie folk acustico e mi ero reso conto che tanto nelle discoteche gotiche non ero buono a raccogliere patate ma in compenso Roma era piena di turiste hippie. Tutta colpa di quel mio compagno di liceo che mi passò la raccolta dei singoli dei Depeche Mode. Io non volevo diventare una persona sensibile, anzi, ero pure un discreto buzzurro. Così va la vita, chioserebbe la buonanima di Vonnegut.

Di quella deriva giovanile non mi è rimasto molto. Tra il cravattaro di Transmission e il concorso per il nuovo nome del blog, finii per disfarmi di buona parte della relativa sezione della mia discografia, quasi volessi compiere una sorta di catartico rito di passaggio (i pantaloni di latex li ho invece conservati nell’armadio quale sinistro monito). Capisaldi a parte, ho giusto conservato un debole per l’harsh EBM tamarra, che in palestra rimane il massimo, ma non ho mai ripreso ad approfondire più di tanto, anche perché la paternità mi impedisce di dedicarmi alle droghe chimiche come mi piacerebbe. Però quando esce il nuovo dei The Birthday Massacre non ci sono santi, corro a sentirmelo. Sempre.

Tralasciando tutta la messe pestilenziale di romantiche memorie a esso legate, Violet, classe 2005, rimane uno degli “album non metal della mia vita”, nonostante i singoli veri fossero tre o quattro, uno dei quali plagiava senza pudore un celebre successo dei Duran Duran. Ci uscii totalmente pazzo e, pur non ricordando di solito manco che ho mangiato il giorno prima, ricordo ancora benissimo il giorno in cui trovai in un negozio dell’Oregon la prima stampa del debutto Nothing and Nowhere, uscito solo in Nordamerica e contenente alcuni brani che sarebbero poi stati riproposti nel successore. Quell’estetica alla Tim Burton (come simbolo hanno un coniglietto, perdio) non dovrebbe essere più tollerabile raggiunta la maggiore età, eppure non riesco a smettere di amarli. Magari c’entra che continuano a fare bei dischi (da un po’ di tempo a questa parte tramite crowdfunding e con ottimi risultati, un discorso che meriterebbe una disamina a parte: mi riprometto ma non prometto di scrivere qualcosa sull’argomento). 

Con un titolo così impegnativo sarebbe stato antipatico il contrario: Diamonds è tra le cose migliori mai incise dai canadesi, i quali – per ricorrere a una detestabile formula da recensore paludato che però a ‘sto giro ci sta – hanno raggiunto una piena maturità stilistica, senza le esitazioni del decennio precedente, nel quale, pur con risultati meritevoli, avevano flirtato un po’ troppo con i chitarroni, quasi a dover strizzare l’occhio alla non indifferente frangia metallara del loro pubblico (di recente hanno fatto da spalla ai Nightwish, per dire). Allo stesso tempo, si è dissipata quella stanchezza nell’ispirazione che si era cominciata ad avvertire nei precedenti Superstition e Under Your Spell, così come certe svenevolezze eccessive che stavano iniziando a diventare un po’ troppo anche per me. 

Per il resto, come sempre, non c’è alcuna vera novità di rilievo. Ma è anche per la sua prevedibilità che si ama il synth rock avvolgente e notturno della band di Toronto, con atmosfere che rimangono morbide e soffuse anche nei frangenti più ballabili, come The Last Goodbye. A orchestrare i giochi è sempre la voce inconfondibile di Chibi, che azzecca un paio di ritornelli strappacuore come non accadeva da tempo. Resistete a The Sky Will Turn e Flashback se ci riuscite.

Potrei scrivere che i The Birthday Massacre sono una madeleine indigesta di una fase archiviata sia dal punto di vista personale che musicale, ma non sarebbe onesto. La verità e che sono la band migliore per riconnettermici e farci i conti. Del resto tutti hanno i loro scheletri nell’armadio. Figuratevi io che ci conservo pure un paio di pantaloni di latex. (Ciccio Russo)

 

2 commenti

  • Io sta roba continuo a sentirla a periodi. Soprattutto quando c’è il sole. Direi per contrasto.
    Questo è un bel disco in effetti.

    P.s. Per rimanere su lidi umbratili, se gradite il goth rock con le chitarre vi suggerisco qualcosa di recente e interessante.

    Sonsombre – One thousand graves
    The Rope – Collection
    The Rope – Lillian
    October burns black – Fault line
    Long Night – Barren Land

    "Mi piace"

  • Ad avercene di roba bassosa alla Cure al posto di gente che canta co-retto usando l’ autotune ( l’ ultima perla è la hit estiva del tridente Vieri-Vendola -Adani, perché?)

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