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Perdonami, Satana, perché non ho peccato: BLACK ROYAL – Firebride

20 maggio 2020

Vi ricordate quando le major, abbacinate dalle vendite clamorose delle glorie Earache e Roadrunner, pensarono che si potesse sbancare la hit parade con il death metal? Eravamo a metà anni ’90 e allora non sembrava un’idea così campata in aria, dato che un album violentissimo e urticante come Far Beyond Driven dei Pantera era riuscito poco prima a piazzarsi al primo posto della classifica di Billboard. La Warner e la Columbia pensarono che si potesse ottenere lo stesso risultato da Entombed e Carcass ma commisero l’errore di tentare di addomesticarli. L’esperimento non funzionò e ci fottemmo due delle più grandi band di quel periodo. Nondimeno, è vero che il death’n’roll, gettando ponti con scene allora aliene come lo stoner e l’hardcore, era un filone che commercialmente aveva il potenziale per tirare parecchio. Mi sono quindi sempre domandato perché sia rimasto, in seguito, relativamente inesplorato. E forse se lo sono chiesti anche i Black Royal.

I primi due Ep e l’Lp di debutto Lightbringer sono il classico prodotto di una band nata negli anni ’10, ovvero con un bagaglio di ascolti costruito in un mondo senza più veri confini tra generi, dove il rischio più frequente è quindi quello di mischiare troppo le carte e risultare dispersivi. Firebride, invece, trova una sintesi miracolosa. I pezzi sono basati su una sezione ritmica essenziale che scandisce tempi quasi sempre moderati e giri sabbathiani talmente scarni e basilari da risultare irresistibili (un po’ il discorso delle Konvent) ma sono tutt’altro che grezzi o monolitici, anzi, rivelano anche a un ascolto superficiale una scrittura assai raffinata e una sorprendente capacità di evocare influenze anche piuttosto aliene senza mai perdere il filo del discorso: tastiere orrorifiche, soluzioni di chitarra eterodosse, un uso non scontato della voce femminile e tutti quei piccoli accorgimenti in sede di arrangiamento che fanno la differenza.

Il chitarrone alla Crowbar che apre il primo brano, la micidiale Coven, mi aveva fatto pensare, insieme a un retroterra dall’eclettismo West Coast, che i Black Royal fossero americani. E invece sono finlandesi, giovani e senza un passato in formazioni di rilievo. Il concept panteista-luciferino, che ci fa sentire subito a casa, viene ribadito dalla successiva Hail Yourself, un altro ritornello da scandire sotto il palco con le corna alzate alla prima occasione (sono molto curioso di beccarli dal vivo) e un riff che, tanto per ricollegarci alla premessa, è metà figlio di Swansong e metà di Wolverine Blues.

La coesione dell’insieme, almeno per la prima metà dell’album (38 minuti, una durata normale finalmente) è tale che anche sviluppi in apparenza fuori posto come la coda black/doom di All Them Witches risultano fluidi e naturali. Se non mi strappo i capelli è solo per un lato B dove tale compattezza viene leggermente a scemare, tanto da farmi pensare che gli ultimi brani siano stati scritti per primi, subito dopo Lightbringer. Eppure anche qua non mancano zampate che lasciano il segno, come le reminiscenze Down di The Reverend o le atmosfere stregonesche di Gods of War. Speriamo non si brucino perché, se azzeccano il prossimo disco, possono diventare grossi davvero. Intanto, Firebride nella playlist di fine anno ci va sicuro. (Ciccio Russo)

3 commenti leave one →
  1. 20 maggio 2020 10:03

    Boh, per me Swansong rimane un disco più che buono, certo non è Heartwork, ma comunque aveva il suo perchè. Anche Wolverine Blues è forse il disco che ascolto di più degli Entombed insieme a Clandestine. Detto questo, che non vi fotte un cazzo, butto lì un disco ascrivibile a questi suoni che in troppi si dimenticano e che per me è fantastico: Soul Survivor dei Gorefest.

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    • 20 maggio 2020 13:16

      Considero Swansong un capolavoro e Wolverine Blues è uno dei dischi della mia vita. Scrivo che ci fottemmo le due band perché le due major non vollero pubblicare i dischi incisi distruggendo la loro carriera. Gli Entombed subirono un lungo stop proprio nel momento in cui sarebbero dovuti esplodere e la formazione storica inizió a sfasciarsi, i Carcass si sciolsero.

      Piace a 1 persona

    • 20 maggio 2020 22:57

      Giustissimo Sole Survivor dei Gorefest, nel ’96 fu apprezzato da molti: metal classico, suoni potenti, voce death. Io personalmente lo trovo ruffiano, ma era roba seria, ha fatto storia. Insieme a Wolverine Blues, a cui deve la strada aperta, si può considerare uno dei classici che hanno contribuito a costruire i suoni e gli stilemi del metal moderno.

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