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Occasioni mancate: HUNTSMEN – Mandala of Fear

15 aprile 2020

Se negli anni Ottanta il metal si evolse per progressiva estremizzazione, nei decenni successivi lo avrebbe fatto per contaminazione. Un discorso che vale anche per gli ultimi due o tre lustri nei quali, secondo la vulgata, non sarebbe “stato più inventato nulla” ma in concreto sono progressivamente cadute le barriere con generi come l’hardcore, il post rock, lo shoegaze, fino alla totale liquefazione dei confini stilistici nel grande calderone del postqualcosa. A qualcuno il fenomeno farà pure storcere il naso ma è anche questo ad aver mantenuto la nostra musica rilevante e vitale.

Per chiudere il cerchio, mancava un incontro tra il metallo moderno e quella tradizione folk americana che è a sua volta la matrice di quell’indie acustico che ha furoreggiato dai duemila in poi. Un esperimento interessantissimo, in questo senso, era stato compiuto nel 2018 dagli Huntsmen con il debutto American Scrap, nel quale la contaminazione si estendeva a un immaginario fatto di elegie dei miti della frontiera. La dura vita dei minatori, la lotta dell’uomo contro la natura e, nella traccia conclusiva, l’ultimo presidente della storia degli Usa alle prese con l’Apocalisse. Mi aspettavo quindi tantissimo da questo secondo lavoro della band di Chicago, che accoglie in pianta stabile in formazione la cantante Aimee Bueno, che nell’esordio era solo ospite. E le aspettative sono state purtroppo deluse.

Se preso come un generico album di sludge/post-metal/vattelappesca, Mandala of Fear è un buon lavoro, per quanto prolisso. Vedere un gruppo così promettente andare incontro a una normalizzazione così precoce mi ha fatto tuttavia girare le palle. Le asperità e i contrasti che avevano reso American Scrap così eccitante sono stati attutiti, in favore di una scrittura meno ruvida e più cerebrale. Nulla che i Cult of Luna o gli Inter Arma, oggi la pietra di paragone più prossima, non avessero già abbondantemente fatto a loro tempo, però. E la Bueno sarà pure diventata un membro fisso ma il suo contributo è pressoché limitato alle armonizzazioni vocali (ben fatte, per carità, sentitevi Ride Out) e la vediamo protagonista solo nell’onirica God Will Stop Trying, memore di certo dream pop alla Marissa Nadler, mera parentesi in un lp dalla durata così importante (quasi 80 minuti).

I richiami country/folk – già sottili in precedenza – ora sono poco più che accenni nella trama ritmica (Loss) e le parti acustiche, fattesi più sporadiche, richiamano soprattutto al post rock di più recente filiazione (Awake at Time’s End, uno degli episodi dove le tentazioni progressive producono i risultati migliori), così come rare sono diventate le esplosioni di violenza (A Nameless Dread, dall’inattesa vena Refused). Forzature che non appaiono manco troppo legate alla struttura del concept album con un filo narrativo che, anzi, avrebbe dovuto consentire una maggiore varietà di registri. Se amate il genere, sarà difficile che non apprezziate. Ma per me l’aria rimane quella dell’occasione mancata. (Ciccio Russo)

2 commenti leave one →
  1. enrico74 permalink
    15 aprile 2020 22:19

    ho appena ascoltato American Scrap…che grande Album, bellissimo,Grazie Metal Skunk

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  2. 15 aprile 2020 22:40

    La prima frase è da rileggere e meditare per il prossimo lustro a venire.
    Il gruppo, per quanto abbia la propria personalità, non è che si faccia ascoltare più di un paio di volte, ma va bene ricordare anche questi.

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