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FEN – The Dead Light

18 gennaio 2020

The Dead Light è uscito lo scorso dicembre ma io me l’ero perso bellamente, salvo poi recuperarlo fuori tempo massimo. Nonostante tutto è opportuno spendere alcune giuste parole per tributarne il valore, dal momento che oggigiorno, con il marasma di roba che esce tra revivalismi o “avanguardie” (si, viene da ridere anche a me), si finisce per perdere un po’ il fuoco della situazione, che dovrebbe essere sempre una e solo una: avere qualcosa da dire e dirla nel modo migliore possibile, indipendentemente dallo stile.

La forma scelta dai Fen probabilmente la conoscete già: la resa è molto buona, il suono del disco è bellissimo e aiuta a sprofondare in una dimensione sospesa, con il basso incredibilmente in evidenza, nonostante si senta tutto perfettamente. Quando l’ho messo su per la prima volta ammetto di aver sbuffato un pochino, soprattutto con la prima Witness, del tipo sì carino ma che palle, sicuramente ci vorranno un po’ di ascolti prima di trovarci qualcosa. E invece, cari amici, di ascolti ne sono bastati due per rendermi conto che stavo per prendere una cantonata; il meglio arriva col passare dei pezzi, e il disco merita una grossa fetta del mio tempo, affinché io possa parlarvene e mettervi la pulce nell’orecchio.

Il cuore della pubblicazione sono i due pezzi che danno il nome al disco, The Dead Light Pt 1 e Pt 2, in grado di evocare due o tre momenti davvero suggestivi, per una conclusione in pieno climax ascendente nella seconda parte. Bello. I pezzi sono mediamente lunghi, ma anche ricchi di variazioni, e una volta entrati nella giusta disposizione d’animo il disco mantiene una qualità abbastanza alta, tenendo viva l’attenzione dell’ascoltatore. Per esempio la struggente Labyrinthine Echoes è un esempio di come comporre un pezzo lungo e con un’atmosfera rarefatta, ma senza annoiare e senza distruggere sia il lavoro fatto sia i proverbiali voi-sapete-cosa di chi ascolta. Il disco forse si perde un po’ nel finale però insomma, avercene. Diciamo che non è una roba adatta proprio a tutti i momenti della giornata, ma, se siete in grado di mettervi tranquilli ad ascoltare, fatelo e concedetegli qualche minuto di attenzione vera. Potrete farvi due lampade di questa luce morta per poi risvegliarvi con una faccia come se vi fosse morto il pappagallino.

Ad onor del vero questa mattina sono andato in uno dei posti in cui più di tutti aleggia luce di morte e oscurità, ovvero gli uffici del Comune. Come fai a non uscire di casa con la morte nel cuore, se in programma hai un’incombenza simile. E vi confesserò che per una volta è filato tutto liscio: vero che ho mancato la fermata del bus, ma con questo disco nelle orecchie sono arrivato sereno, ho aspettato il mio turno con calma innaturale e dopo neanche troppo tempo sono stato ricevuto da una cordialissima funzionaria (hail a te, o cordialissima!). Il suo terminale era ovviamente lento, ma a me non importava perché avevo iniziato la giornata con qualcosa di bello nelle orecchie, per cui identificherò The Dead Light come mio disco-balsamo di questo gennaio 2020, rimasto ingloriosamente fuori dalla mia playlist di fine 2019 a causa della mia negligenza. (Maurizio Diaz)

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  1. Fanta permalink
    18 gennaio 2020 09:56

    Molto, molto bello.

    "Mi piace"

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