Fuori tempo massimo: KONKHRA – Alpha and the Omega

I Konkhra sono il caso di scuola di band che sarebbe potuta arrivare piuttosto in alto se solo l’ego del suo leader non avesse mandato tutto a puttane. Spit Or Swallow (del quale ci siamo colpevolmente dimenticati nell’edizione ’95 dei Mondiali del Metallo) fece un botto discreto, sia di critica che di pubblico. Il disco metteva a fuoco alcune intuizioni ancora embrionali nel debutto Sexual Affective Disorder e gettava un ponte tra il death metal europeo e il post thrash di nuova generazione fatto di chitarroni panteriani. C’erano i pezzi, c’erano le idee, c’erano i video di Facelift e della title-track in rotazione fissa su Headbangers Ball. Sicché il frontman Anders Lundemark si montò la testa, sempre fasciata dalla bandana d’ordinanza alla Mike Muir, buttò tutti fuori, chiamò l’allora ubiquo James Murphy e si caricò un Chris Kontos appena cacciato dai Machine Head. Weed Out The Weak non fu il successo sperato e fece allontanare i fan legati al passato death dei danesi senza conquistarne chissà quanti di nuovi. Lundemark, diventato ormai una sorta di Robb Flynn in sedicesimo, ritenne quindi di dover commercializzare ulteriormente il proprio suono, cambiò logo e sezione ritmica e se ne uscì nel 1999 con il bruttarello Come Down Cold, flop al cubo che causò la fine della band.

Quattro anni dopo arriva il momento del ripensamento. Viene ricostituita la formazione di Spit Or Swallow ma il disco che ne viene fuori, il pur valido Reality Check, non interessa pressoché a nessuno. Il treno ormai era bello che passato. Il successivo Nothing Is Sacred esce in sordina a sei anni di distanza, autoprodotto, proprio mentre iniziava ad andare di moda quel deathcore che all’act di Copenhagen qualcosina deve. È il 2009 e per dieci anni dei Konkhra non si sentirà più parlare.

La scorsa estate arriva la notizia dell’uscita di Alpha and the Omega. Il comunicato del gruppo lascia intendere una lavorazione lenta e travagliata: l’album arriva dopo “parecchi tumulti” e contiene canzoni che sarebbero “state in giro per ere” ma “richiedevano la massima semplicità”. La cosa che colpisce al primo impatto è, invece, che il disco è fin troppo rifinito, e l’impronta dei diversi ripensamenti che devono averne caratterizzato la stesura è evidente. La produzione è un po’ troppo ovattata, la batteria fredda, e sono i piccoli particolari (i cori di Thoth) a differenziare brani che, per il resto, finiscono per somigliarsi un po’ troppo, basati come sono sui consueti mid-tempo fatti di power chord stoppati. I riff costruiscono una tensione che finisce per non esplodere quasi mai, con le accelerazioni che arrivano a tempo scaduto o mordono poco per via di suoni non abbastanza aggressivi. Quello che manca è quindi la cattiveria e, se l’intento era quella di puntare sull’atmosfera solenne, l’obiettivo è stato centrato solo a metà. Alpha and the Omega non è affatto un brutto lavoro e, pur con tutti i suoi difetti, ha un suo fascino. L’impressione generale è, però, quella dell’occasione mancata, l’ennesima delle tante che hanno costellato la carriera dei Konkhra. (Ciccio Russo)

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