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Probabilmente il disco (di merda) dell’anno: BARREN EARTH – A Complex of Cages

18 maggio 2018

C’era una volta una band che spaccava i culi a tutti. Era una specie di “supergruppo”, vista la nobile provenienza dei suoi membri, e, per una volta tanto, una definizione del genere non ti scatenava fastidiosi pruriti omicidi e/o violenza incontrollata nei confronti di questa o quella minoranza a caso per scaricare i nervi. Tra i suoi membri fondatori spiccavano personalità quali Mikko Kotamaki degli Swallow The Sun, Sami Yli-Sirniö dei Kreator (fase rincoglionimento, ma vabbè), ma soprattutto Kasper Mårtenson, il tastierista di Tales From The Thousand Lakes, Marko Tarvonen dei Moonsorrow, e Olli-Pekka Laine degli Amorphis (fase pre-rincoglionimento). Questo gruppo che, ricordo sempre, c’era e ora non c’è più, aveva tirato fuori un album di esordio che aveva spaccato talmente tanto i culi di noialtri eterosessuali convinti, che la cosa ci piacque al punto di votarlo disco dell’anno 2010. La cosa che ci aveva affascinato di più di quel gruppo fenomenale fu che riprendeva senza vergogna alcuna il metal degli anni ’90, quello fico, quello suonato con le palle e col cuore, che la buonanima di Matteo Cortesi ebbe l’ardire di definirlo come roba che piscia tranquillamente in faccia al 97% del panorama metal (estremo e non) contemporaneo, e Matteo Cortesi non è proprio l’ultimo stronzo. E infatti aveva ragione: Curse of the Red River era suonato talmente bene, talmente fermo nello stile di quegli anni ma evoluto dal punto di vista compositivo e realizzativo, da calarsi totalmente nel proprio decennio. Insomma, amici lettori, spaccava e di brutto. Addirittura, dopo un paio d’anni, quello stesso gruppo se ne uscì con un altro dischetto che finì per allargare i nostri orifizi posteriori già abbondantemente spanati e pronti a riceverne il turgido potere sonoro. Anche The Devil’s Resolve ci fece piegare a novanta gradi, e ci piacque, ma forse di meno rispetto alla volta precedente perché, si sa, la prima volta non si scorda mai. 

mossette intense e comunicative

Poi ci siamo ricordati della nostra convinta eterosessualità ed abbiamo ignorato totalmente l’uscita di On Lonely Towers. Io sono sicuro di averlo anche ascoltato ma, credetemi, non ricordo una nota che una. In questi giorni, invece, leggevo talmente tante cose belle e piene di significato a proposito del quarto ed ultimo disco, A Complex of Cage, che, lo ammetto, avevo già iniziato a slacciarmi i pantaloni e a posizionarmi come si conviene in questi casi. E vi dirò, amici homo o etero che siate, non mi è piaciuto. Anzi, vi dirò di più: mi ha fatto proprio schifo. Quel potente gruppo finlandese dai potentissimi membri che io ricordavo non esiste più: al posto dell’amico Kasper ci sta un altro tizio di cui non avevo mai sentito parlare, mentre al posto del signor Mikko e della sua cazzutissima ugola ci sta un certo Jon Aldarà che è troppo sensibile e d’animo affranto per i miei attuali gusti. Nel frattempo l’altro ex Amorphis è pure rientrato negli “ex-Amorphis” attuali (che quelli di questi ultimi anni non sono gli Amorphis veri, ma i classici impostori che vanno in giro a farsi belli col nome di altri, credete a me) e non so se la nuova distrazione (di cui parleremo sicuramente più avanti) abbia influito negativamente su questo ultimo disco degli ex-Barren Earth, ma a questo punto credo proprio di sì. Insomma, i falsi Barren Earth hanno preso la deriva di questi oscuri anni che, pare, prima o poi tutti devono prendere, cioè si mettono ad imitare gli Opeth, quelli del periodo pre-prog (vero), quelli della fase rincoglionimento per intenderci, e a fare i sensibili con queste voci pulite addolorate e sdolcinate, con gli acutini che ti vengono bene solo se hai l’eyeliner sotto agli occhi, e le mossette intense e comunicative mentre i chitarroni sotto pompano e pompano, e poi fanno questi stacchetti “prog” che di prog non hanno niente, credetemi. Smettiamola di insultare il Prog affibbiando l’etichetta a destra e manca ogni volta che si sentono due tastierine prematurate e le musichette da kebabbaro, per la puttana. Ho sprecato il mio tempo ad ascoltare questa roba e nessuno me lo restituirà. Parafrasando l’amico Roberto: probabilmente il disco di merda dell’anno. (Charles)

5 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    19 maggio 2018 00:03

    Avevo comprato the devil’s fregnòl perché avevate parlato bene del primo (che per qualche cazzo di motivo non ho mai recuperato). Beh andate affanculo. Un disco senza capo né coda che ho rivenduto per 5 lupini e due mandorle. Poi per carità le toppe si prendono e devo anche ringraziarvi per molte, molte altre segnalazioni…Ego te absolvo…

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  2. sergente kabukiman permalink
    21 maggio 2018 09:23

    Quanto mi manca Matteo Cortesi, senza di lui gli equilibri del mondo vacillano fortemente.

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  3. hugene permalink
    21 maggio 2018 12:04

    Si quest’ultimo è veramente pessimo, ma pure gli altri (compreso il primo) non è che siano sto gran che, superati i primi entusiasmi son dischi che finiscono velocemente nel nulla, ciò che c’è di buono è appunto la sola vena anni 90 che però altri (gli Opeth in primis) han già coniato e sviscerato nel migliore dei modi. Saluti

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  4. 22 maggio 2018 18:51

    senza Martenson viene a mancare la spezia all’aroma di Tales From The Thousand Lakes che dava sapore al tutto. insipido

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