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Qualcuno ci ha provato, gli ho detto: “Vaffanculo”. Tu da qui non mi allontanerai.

2 luglio 2010

  1. Non avevo la minima idea di chi fossero i Barren Earth, e Curse of the Red River l’ho preso a scatola chiusa, senza averne ascoltata una sola nota, dopo aver letto che era stato mixato da Dan Swanö. Nemmeno prodotto o registrato, no: mixato. Era il minimo che potessi fare, considerato per quante ore della mia vita la musica creata dall’instancabile Dan in tutte le sue molteplici incarnazioni mi ha tenuto compagnia (se invece avete bisogno che vi spieghi chi è Dan Swanö probabilmente siete entrati qui per caso, mentre cercavate tredicenne sverginata dal padre su google. Oppure negli ultimi vent’anni avete vissuto su Saturno. O magari siete sordi). Soltanto sfogliando l’artisticante libretto adornato dal sepolcrale artwork del raffinato Travis Smith (artista particolarmente amato dai metallari di un certo livello, per ragioni che personalmente ancora fatico a comprendere) vengo a sapere che la formazione, all’esordio a lunga durata dopo l’EP Our Twilight dello scorso anno, è composta da musicisti tutt’altro che di primo pelo, radunati dall’ex-Amorphis Olli-Pekka Laine (bassista e mastermind alla base del progetto): alla voce c’è l’ex-Funeris Nocturnum Mikko Kotamäki, ora negli Swallow The Sun e in una decina (più o meno) di gruppi black metal finlandesi; alle chitarre il sessionman live dei Moonsorrow Janne Perttilä e Sami Yli-Sirniö, storica ascia dei Waltari, da qualche anno anche nei Kreator versione “ritorno al thrash” dei mongoloidi; alla batteria Marko “Baron” Tarvonen dei Moonsorrow, e alle tastiere nientemeno che il redivivo Kasper Mårtenson, il responsabile delle meravigliose armonie che costituirono lo scheletro del capolavoro Tales from the Thousand Lakes, poi scomparso chissà dove per anni. Si tratta comunque di una band a tutti gli effetti e non di un frettoloso side-project imbastito alla bell’e meglio per truffare qualche coglione, lo dimostra la prestigiosa licenza Peaceville e, soprattutto, la qualità del materiale. Che è un autentico tuffo nel passato per chi ha lasciato parte del cuore nei dischi degli Amorphis fino a Elegy e in quelli degli Edge Of Sanity fino a Infernal, oltre che nel bellissimo e misconosciuto Moontower, unico exploit solista di Dan Swanö datato 1998. Chi sa di cosa sto parlando sarà già corso al più vicino negozio di dischi minacciando di sfasciare tutte le vetrine e cagare sul bancone se non gli procurano seduta stante il CD, ne sono certo; per tutti gli altri, cercate di immaginare (se potete) un progressive death metal cadenzato e atmosferico, con occasionali clean vocals sinuose e cantilenanti, mai sdolcinate o banali, punteggiato da tastiere analogiche dall’effetto vintage assolutamente straniante, come un troglodita dentro un’astronave. Soprattutto, un disco che orgogliosamente urla anni novanta ad ogni piega di un songwriting ancorato a un decennio che è uno stato della mente, un modo di vivere e intendere il metal estremo che non è mai esistito prima, e che non tornerà più se non in isolate, splendide eccezioni come questa. Per chi in quegli anni c’era, e li ha vissuti scandagliando l’underground fino alla più infima e dimenticata delle sublabel svedesi, per chi il ricordo di quegli anni se lo porta dentro ancora oggi, e magari vive il presente come una triste punizione, Curse of the Red River è un ascolto necessario. Ma, ed è bene specificarlo, non ci troviamo di fronte a un disco per soli introdotti, né a robaccia senza costrutto ad esclusivo appannaggio di nostalgici rincoglioniti: Curse of the Red River è innanzitutto un disco di grande musica. Non tutto è a fuoco e non tutto funziona alla perfezione, ma quando azzeccano la canzone non ce n’è per nessuno, e non importa se nei primi novanta magari dovevate ancora nascere. E di grandi canzoni ce ne sono almeno tre: Forlorn Waves (che è Dan Swanö al 100%), Flicker (il pezzo che gli Opeth non riusciranno mai a scrivere) e The Ritual of Dawn, che ribadisce – se mai ce ne fosse bisogno – chi era il vero genio negli Amorphis. Il resto è comunque roba che piscia tranquillamente in faccia al 97% del panorama metal (estremo e non) contemporaneo. (Matteo Cortesi)
14 commenti leave one →
  1. Michele Romani permalink
    2 luglio 2010 12:10

    bellissima rece, mi hai fatto venire un’incontrollata voglia di comprarlo

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  2. Daniele permalink
    2 luglio 2010 13:00

    Ci vado in mutande a comprarlo seduta stante…

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  3. 3 luglio 2010 14:26

    ottima dritta!!!! corro….
    …io comunque adoro tutto degli Amorphis..

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  4. Leonardo permalink
    3 luglio 2010 16:17

    mi sa che è un discone! Se la prossuma volta invece di questi titoli mettete direttamente il nome della band mi raccapezzo meglio :D

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  5. Daniele permalink
    3 luglio 2010 20:57

    ….confermo, DISCONE

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  6. GreenDisease permalink
    10 luglio 2010 10:50

    fottuto capolavoro. terza e quarta traccia …non ho parole <3

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