Il colore venuto dallo spazio: intervista ai BARONESS

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A fregare i Baroness è stata la dura legge dell’hype. A sentire la critica, soprattutto quelle penne di area indie che a un certo punto si sono innamorate di loro, Yellow & Green era il disco metal del 2012 già mesi prima di uscire. Sicuramente è stato il più discusso e controverso, beccandosi critiche fin troppo distruttive per il solo fatto di non essersi rivelato quel capolavoro annunciato che – pronosticava qualcuno – avrebbe consacrato presso un pubblico rock generalista le evoluzioni più moderne dell’heavy metal americano. Il quartetto di Savannah ha forse peccato di eccesso di ambizione, con un doppio album dove le buone intuizioni già presenti in The Red Album e Blue Record sono state diluite in modo esagerato, senza che l’aumento della componente progressive si concretizzasse in un reale passo avanti creativo. Nel merito, condivido quanto scritto da Nunzio in sede di recensione: se Yellow & Green suona prolisso e riuscito a metà è proprio perché i Baroness che ci piacevano erano quelli più ruvidi e sludge. La via d’uscita migliore potrebbe rivelarsi quella già imboccata dai loro padrini Mastodon con il coraggioso The Hunter, ossia un ripiegamento verso una formula più asciutta ed essenziale. Ed è proprio ciò che sembra suggerire il chitarrista Peter Adams in un’intervista che, com’era inevitabile, parte dal terribile incidente stradale nel quale la band rischiò di lasciare la pelle la scorsa estate:

Subito dopo l’incidente col tour bus dell’anno scorso, avete perso mezza formazione, con gli addii del bassista Matt Maggioni, che era con voi da appena un anno, e del batterista Allen Blickle, che era invece l’unico membro fondatore rimasto insieme a John Baizley. Non posso non chiederti se le due cose siano connesse…

Sono decisamente connesse. Ognuno gestisce gli eventi traumatici in maniera diversa. Entrambi hanno avuto bisogno di riprendersi a modo loro, mentre io e John volevamo ricominciare il prima possibile. Per la cronaca, stanno tutti e due bene adesso.

C’è mai stato un momento in cui hai temuto che le conseguenze del sinistro potessero mettere a repentaglio l’esistenza stessa della band?

Assolutamente sì. Sul momento nessuno, me compreso, sapeva se John si sarebbe ripreso o meno. Col tempo, però, ha recuperato, diventando ancora più determinato nel voler ritornare. C’è stato sicuramente un periodo nel quale il nostro futuro è stato incerto ma abbiamo stretto i denti e ci siamo rialzati subito.

baroness-2013È stato molto difficile tornare sul palco? Cosa hai provato durante i primi concerti successivi all’incidente?

È stato grandioso! I primi concerti sono stati molto significativi dal punto di vista emotivo e tornare sul palco è stato il miglior lenitivo possibile. Siamo nati per stare in tour, e il tour è stato la nostra convalescenza. La prima parte della tournée americana è stata meravigliosa, per usare un eufemismo. È stato fantastico ritornare e vedere tutta la gente che ci ha sempre sostenuto venirci a vedere ogni notte. C’era moltissima energia… Quanto ai nuovi membri (il bassista Nick Jost e il batterista Sebastian Thomson, prelevato nientemeno che dai Trans Am, nda), sono stati una boccata d’aria fresca: grandi musicisti e ottime persone. Abbiamo avuto modo di conoscerci meglio e fin qui è andato tutto bene.

Avete da poco pubblicato l’ep Live at Maida Vale. A quando risalgono le registrazioni? Si tratta della formazione di Yellow & Green, o sbaglio?

Non proprio, Summer Welch (il bassista originale, che lasciò dopo le registrazioni di Yellow & Green) se ne era già andato, al basso c’era Matt Maggoni. Si tratta delle registrazioni per la BBC risalenti al giugno del 2012; ne eravamo molto fieri e abbiamo pensato che meritassero di essere pubblicate, anche perché sono la testimonianza di un tour dove, a un certo punto, ci mancò all’improvviso la terra sotto i piedi.

maidavale_1400Yellow & Green era così ambizioso perché il grande successo di Blue Record vi aveva messo pressione addosso?

Yellow & Green è stata la nostra risposta a quelle che erano le nostre esigenze in quel momento, ovvero tirare fuori tutte le nuove idee che ci erano venute. E ce ne erano venute tante. Non abbiamo sentito affatto delle pressioni per via del successo di Blue Record. Al contrario, nel caso avremmo rischiato facilmente di ripeterci.

Tutti quegli elementi progressive… Personalmente, sei un fan del genere? Continuerete a sviluppare questi elementi nel prossimo disco?

Sono cresciuto ascoltando i Led Zeppelin, i Black Sabbath, gli Allman Brothers, i Lynyrd Skynyrd… I miei gruppi preferiti di tutti i tempi restano questi. Grazie a internet, in seguito sono però riuscito a entrare in contatto con molte altre band meravigliose di quei decenni e ne sono stato sicuramento influenzato. Truth and Janey, Bang… Roba così. Quanto al prossimo disco, non abbiamo ancora iniziato a scriverlo ma una cosa te la posso già dire: sarà rock.

Quando avete registrato Blue Record eri il nuovo arrivato. Oggi sei il membro più anziano dopo John. La cosa ti fa avvertire una maggiore responsabilità?

Forse sì, ma devi considerare che io e John abbiamo suonato insieme per circa 18 anni, quindi ritornare nel gruppo che avevo contribuito a fondare non è stata chissà quale transizione (il chitarrista si riferisce al gruppo punk Johnny Welfare and the Paychecks, dalle cui ceneri nacque la prima incarnazione dei Baroness, alla quale Pete non prese però parte per arruolarsi, nda). Certo, adesso gestiamo tutto io e John, quindi sicuramente avverto più responsabilità che in passato.

A Savannah uscite mai insieme ai Kylesa e ai Black Tusk?

Ogni volta che possiamo. Siamo tutti amici e ci siamo sempre dati una mano a vicenda in passato perché ognuno di noi riuscisse ad emergere. Ci sosteniamo tutti l’un l’altro in ogni maniera possibile. Chiaramente, ora che abbiamo tutti raggiunto, ognuno a modo suo, del successo, possiamo solo sperare di incrociarci e uscire insieme quando capita.

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