In fondo alla palude: intervista ai Black Tusk

Uno ha la croce rovesciata e l’altro dritta, a testimoniare l’eclettismo del gruppo

I Black Tusk sono tra i migliori esponenti di quella scena post-vattelapesca barbuta venuta fuori sulla scia dei Mastodon. Vengono da Savannah come Kylesa e Baroness ma rispetto ai loro illustri concittadini sono più crudi e viscerali grazie a una maggiore componente hardcore, sebbene altrettanto eclettici e inclassificabili. Tanto da aver coniato per definire la loro musica un neologismo bizzarro ma che rende abbastanza l’idea. Swamp Metal. Metallo della palude. E quindi, beccandolo nel backstage del Traffic, subito dopo il loro spaccosissimo show di spalla ai Red Fang, non posso che chiedere al chitarrista Andrew Fidler:

Ma che diavolo sarebbe poi ‘sto swamp metal?

Venne fuori durante un’intervista. Ci chiesero come avremmo definito la nostra musica e non sapevamo davvero cosa rispondere. Ascoltiamo un sacco di roba diversa e non ci viene in mente una maniera migliore per descrivere quello che suoniamo, quello è compito dei recensori. Swamp metal perché… I brani sono molto densi, puzzano di sudore, vogliamo che chi ci ascolta si senta come intrappolato in una palude. Dalle nostre parti c’è quel genere di clima e credo che la nostra musica lo rifletta.

Del resto è dannatamente difficile incasellarvi in un genere…

L’unica regola dei Black Tusk è che le canzoni devono suonare Black Tusk, se volessimo fare un fottuto disco country verrebbe fuori un disco country alla Black Tusk. Country swamp metal! E il fatto che i recensori non riescano a incasellarci ci piace tantissimo.

Il vostro ultimo disco, Set The Dial, è molto più diretto di Taste The Sin, la componente hardcore ha uno spazio maggiore. Sembra anche che abbiate impiegato meno tempo a scriverlo, dato che arriva ad appena un anno dal precedente…

Non è andata proprio così, alcuni brani sono stati scritti ancora prima che Taste The Sin uscisse, fu l’uscita di quell’album a essere condizionata dai ritardi legati al cambio di casa discografica, dato che stavamo per firmare con la Relapse. Set The Dial è un disco rock’n’roll scritto con un approccio rock’n’roll: pesante, bastardo e diretto. È nato in sala prove, non ci siamo messi ognuno nel suo soggiorno a registrare dei riff per poi farli sentire agli altri, è frutto di un lavoro più collettivo.

A Savannah c’è una scena piuttosto attiva. Voi, i Kylesa, i Baroness… Dipende sempre dalle paludi?

Non so, è semplicemente accaduto, deve esserci qualcosa di strano nell’acqua… Ovviamente siamo contenti se la gente pensa che stiamo dando un contributo a una scena. Le band che hai citato ci piacciono molto e credo che anche loro siano piuttosto difficili da classificare.

È vero che la band è nata perché vivevate tutti nella stessa via e che avete inciso la prima demo solo sei mesi dopo esservi conosciuti?

Ahaha, il fatto della via è vero. Savannah non è così grande e gente con il nostro look non passa inosservata, quindi si fa presto a conoscersi. All’epoca suonavamo tutti in altre band che, per un motivo o per un altro, non stavano andando da nessuna parte quindi un giorno abbiamo deciso di fare una jam e vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Fu tutto molto rapido e molto spontaneo… Molto Black Tusk! Eravamo tutti scazzati perché non stavamo combinando molto con i nostri gruppi. Ci siamo trovati, eravamo accomunati dalla stessa fame: volevamo tutti fare musica pesante e avere una band con cui andare in tour, quindi ci siamo detti: fuck yeah, facciamolo! La storia dei sei mesi invece non è vera. Incidemmo una demo di tre tracce e suonammo le prime date appena tre mesi dopo aver messo su il gruppo!

Tre mesi?

C’è stata da subito una grande sinergia, una grande chimica tra noi, abbiamo jammato come dei pazzi e in tre mesi è uscito fuori When Kingdoms Fall. Era il 2005 e siamo partiti per il primo tour appena un anno dopo.

Il cantante dei Rwake ha girato da poco un documentario sulla scena metal del Sud degli Stati Uniti: Slow Southern Steel. Ci siete anche voi?

Eravamo sicuramente nel trailer, credo che la parte dove ci siamo noi sia stata tagliata nella versione finale per motivi di durata ma non ne sono sicuro. In Usa il film è uscito un paio di mesi fa, quando noi eravamo già partiti in tour. C.T. è un tipo a posto, si trattenne in Georgia per un bel po’, sparandosi parecchi concerti. Quando venne a vederci fu un bello show, il locale era pieno e lui si divertì un casino. Non so, aspetto di vederlo anch’io! Ma sono certo che sia venuto una ficata.

Pensi che questa scena abbia già dato quello che doveva dare o che continuerà a svilupparsi?

Quella sudista è un’identita molto forte, che si avverte anche se suoni noise o hardcore. Non ci siamo messi a suonare questa musica perché va di moda ora ma perché, come ti ho detto all’inizio, rappresenta quello che sentiamo. Anche perché fino a poco tempo fa non era affatto di moda, anzi, è una scena che si sta ancora sviluppando e continuerà a svilupparsi per un pezzo. Anche in Europa, a quanto pare! Per esempio, arrivando qua ho trovato questa (mi mostra una spilla dei Southern Drinkstruction) e sul momento ci sono rimasto di sasso. Non ci potevo credere! Sono una band italiana e fanno più o meno questo genere! Significa che sta davvero succedendo qualcosa… (Ciccio Russo)

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