Red Fang // Black Tusk // Doomraiser @Traffic, Roma, 6.04.2012

Per una volta arrivo in tempo per il gruppo d’apertura, i milanesi GORAN D. SANCHEZ, in giro con un promettente ep d’esordio improntato su un post-hardcore arcigno e sporco di sludge (lo potete ascoltare qua).La line-up comprende ex membri di De Crew, Detroit, La Crisi e Rhyme e deve essere grazie a tali trascorsi che rivelano una compattezza non comune in band di così recente formazione. I loro momenti migliori sono quelli più cattivi e diretti, dove viene maggiormente fuori la componente helmetiana. Si passano una bottiglia di Four Roses perché, ok, io sarò pure un tipo da scotch ma questa musica richiede del bourbon. Hanno una buona presenza scenica e si meritano gli applausi di un’udienza numericamente ancora sparuta. “Bravi che uscite presto e non vi drogate” scherza il cantante. A fine serata sarà pienone. Del resto un concerto del genere attrae soprattutto gente che esce tardi perché si droga, come testimonierà la coltre di sweet leaf che aleggerà sulle prime file durante l’impressionante esibizione dei DOOMRAISER. Vivendo da dodici anni a Roma, li ho visti dal vivo parecchie volte e che Zeus mi strafulmini se non hanno mai suonato così bene. Le sempre più numerose esperienze sui palchi esteri (credo che fosse un anno che mancavano dall’Urbe) hanno lasciato il segno e i veterani capitolini ci sprofondano in un rituale sabbatico senza pause e senza uscita, dove i brani più recenti e ariosi si saldano alla perfezione con vecchi cavalli di battaglia come l’ipnotica Rotten River. Cynar è scatenato. La sua maglietta de ‘La Maschera del Demonio’ mi fa sentire a casa. Sono più doom di un tour tra i cimiteri inglesi con Fabrizio Socci in hangover come guida turistica ma sono anche dannatamente rock’n’roll. E quando finiscono non vedi l’ora di rispararteli allo SHOD tra un mese.

Il cambio di atmosfera è radicale quando arriva il turno dei BLACK TUSK. Dagli scenari lovecraftiani e dagli incubi di Mario Bava si precipita in una fetida palude degli stati confederati dove veniamo assaliti da un groove famelico e spietato come  un branco di alligatori a digiuno da una settimana. Partono violentissimi con Bring Me Darkness, traccia d’apertura del nuovo Set The Dial, ed è subito massacro. La grande varietà di registri del loro repertorio, sballottato tra sludge, HC e reminescenze dei Mastodon, fa sì che la tensione non cali nemmeno per un secondo. Si agitano come indemoniati e il pubblico risponde con un pogo manicomiale. Ogni pezzo ci sbatte la testa contro il muro, ci asciuga il sangue con la carta vetrata e ci disinfetta con il vetriolo. Chitarre come staffilate, ritmiche pesantissime e irrefrenabili, un triplo assalto vocale che ci vomita addosso un’abrasiva colata di southern hostility. Li ho sempre considerati un’ottima band, per personalità e ispirazione si sono sempre lasciati dietro buona parte di una scena ormai sovraffollata, ma una prova così non me la aspettavo. Devastanti. Appena smontano vado a beccarli nel backstage per intervistarli e mi perdo parte dello show dei RED FANG, autori di una performance giocoforza meno fisica ma altrettanto coinvolgente e sentita. Le presenze hanno ormai superato abbondantemente quota trecento e l’act di Portland viene accolto da un calore che non mi aspettavo. La scaletta pesca a dovere anche dal debutto (sugli scudi la grandiosa Prehistoric Dog) ma è sugli estratti da Murder The Mountains (che si gioca con l’ultimo Karma To Burn la palma di miglior album stoner del 2011) che la gente impazzisce. Raggiungo le prime file a fatica per scattare un paio di foto ma nel pit c’è un casino tale che dopo un po’ desisto. Non sono pochi a cantare sui brani più diretti e acchiapponi come Hank Is Dead e Painted Parade, dove una coltre di fuzz avvolge melodie dal retrogusto sottilmente post punk. Aaron Beam, che si è tagliato i capelli e con quegli occhialoni adesso incarna appieno lo stereotipo estetico dell’hipster strafattone dell’Oregon, un po’ ci rimane. Non se l’aspettava manco lui.  Highlight personale l’irresistibilmente doomy Into The Eye, degna di figurare in un’ipotetica antologia definitiva dello stoner, il cui riff portante continuerà a rimbombarmi in testa anche mentre aspetto il notturno insieme a una colorata compagine di turisti portoghesi, francesi e tedeschi che erano venuti tutti, ognuno per conto proprio, a vedere i Red Fang. Si vede che è così in tutto il mondo, quando arriva il caldo ti viene voglia di stoner.  (Ciccio Russo)

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