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Roma fattona: APE SKULL e ANOTHERULE

11 settembre 2013

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Qualche anno fa lessi un’intervista a Liam Gallagher dove l’ex cantante degli Oasis offriva la migliore spiegazione possibile del perché nei paesi latini il rock sia sempre stato un fenomeno di importazione, nell’ambito del quale è del tutto naturale che si abbia molto meno da dire rispetto a inglesi e americani. L’iracondo frontman diceva più o meno che se fossi nato in Italia, piuttosto che a Manchester, me ne sarei stato tutto il giorno a girare in Vespa con una ragazza dietro a mangiare gelati, mica chiuso in casa a ubriacarmi e a suonare. Un po’ la teoria dei climi di Montesquieu, insomma. E, al di là degli stereotipi turistici, credo che Liam ci abbia preso di brutto. Quindi sarebbe il caso di farcene una ragione e smettere di tacciare di esterofilia il pubblico nostrano perché non si fila a sufficienza le band italiane, manco fosse un obbligo morale. Eppure, come sempre, ci sono le eccezioni. Prendete il filone stoner/doom/heavy psych/vattelapesca. La penisola conta una quantità di band che pratica il genere impressionante e, anche al netto di fuoriclasse come gli Ufomammut, la qualità media è comunque piuttosto elevata. Uno degli epicentri della scena, come ben sa chi segue con attenzione i nostri live report, è l’Urbe. Il che non deve stupire troppo. Se ci pensate, Roma è una città profondamente stoner: da una parte ti seda e seduce con la sua placida solarità e i suoi ritmi di vita indolenti, dall’altra ti indurisce e ti disincanta.

Gli esempi sono tanti, da autentiche istituzioni come Void Generator, Doomraiser e Black Rainbows a quell’affollato circuito di formazioni più giovani che gira intorno al Sinister Noise. Ed è proprio di due nomi che suoneranno familiari agli habituè del locale di via Ostiense che mi preme parlarvi stavolta. Partiamo dall’omonimo debutto degli APE SKULL, che guardano ancora più a ritroso rispetto alla rilettura più o meno filologica del canone sabbathiano della quale vive la maggior parte delle formazioni del circuito. Blue Cheer e Blind Faith i primi riferimenti che mi vengono in mente ascoltando pezzi come Lazy e So Deep, dove il ruolo di protagonista spetta alle sei corde, che ci fanno riassaporare il suono di un’epoca, sospesa tra i ’60 e i ’70, quando la definizione di hard rock nemmeno esisteva ma le chitarre di Hendrix e del primo Clapton iniziavano a spingere il blues verso una dimensione più aggressiva e sanguigna. Revivalismo spinto, certo. A farlo paiono buoni tutti. Ma non tutti hanno le canzoni. E gli Ape Skull le hanno. Impressiona la naturalezza con la quale il trio gestisce una materia che in altre mani rischierebbe di suonare stantia. Sembrano usciti da una macchina del tempo, usciti dalla quale non si sono manco chiesti dove si trovassero, attaccando subito gli strumenti all’ampificatore e dandoci dentro.

Del tutto agli antipodi rispetto al percorso passatista dei concittadini, si pongono gli ANOTHERULE, che scoprii un annetto fa di spalla ai Fatso Jetson. Anche qua di stoner tout-court c’è ben poco, se in giro si leggono tanti paragoni con i Queens Of The Stone Age è soprattutto per la tenuta easy listening di brani giocati su ritmi prevalentemente lenti, che trasudano new wave nell’incedere avvolgente di tracce come Thinking On e My Shame. Se ho capito bene, il frontman James B. Rossetti è di origine inglese, il che spiegherebbe la netta impronta brit del loro primo lavoro, pregno di torpide suggestioni pop e new wave, esplicitate soprattutto dalle linee vocali, che colorano di post punk i frangenti più aggressivi, come Chew Your Pain, e di psichedelia quelli più rilassati. La padronanza dei propri mezzi è sorprendente per una band all’esordio (sebbene alla chitarra ritroviamo una vecchia conoscenza come Marco De Masi, bassista degli stessi Black Rainbows). Sarà interessante scoprire come si sgrezzeranno ed evolveranno, sulla base di un retroterra così composito. Per il momento, godiamoci questo Anotherule:

11 commenti leave one →
  1. Nervi permalink
    11 settembre 2013 13:59

    Madonna, ma da che film è tratta la foto sopra, con quella stupenda ciaciona?

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  2. Orgio permalink
    11 settembre 2013 15:14

    Le prime nove righe sono verità assoluta. Ma come cambia, in peggio, l’Italia, così anche i germi malsani del rocchenròll si insinuano qui da noi.
    Approfitto per proporre una mia spicciola analisi socio-musicale: su Metal Archives in Italia sono registrati 1.092 gruppi thrash, più che in Francia (743), Regno Unito (857), Olanda (428), Svezia (692), Spagna (541), Grecia (284) e Norvegia (226). Per gruppi thrash siamo la seconda nazione UE dopo la Germania, che ne ha 1.962, e assieme alla Grecia e alla Spagna siamo quelli che hanno più gruppi thrash in proporzione alla popolazione. Non è che dove il disagio sociale, la corruzione, la cementificazione e la mancanza di prospettive sono più intensi il thrash (genere che tratta approfonditamente tali tematiche) attecchisce maggiormente?

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