Così cinquant’anni fa Jaco Pastorius cambiò la storia della musica
Cinquant’anni dopo la sua pubblicazione, il disco solista di Jaco Pastorius continua a sfuggire alle classificazioni. È l’esordio del musicista che aveva già ridefinito il ruolo del basso elettrico, ma si trattò di uno di quei rarissimi album che modificano il modo in cui il mondo guarda a uno strumento musicale e, di conseguenza, alla figura stessa dello strumentista. A metà anni Settanta erano già esistiti bassisti straordinari, innovatori e persino rivoluzionari, sia prima che durante l’attività di Jaco. Liberatisi dal complesso d’inferiorità nei confronti del contrabbasso e dalla luce riflessa delle chitarre, James Jamerson aveva fatto emergere il basso nel soul, Francis “Rocco” Prestia ne aveva sviluppato un uso ostinato e percussivo nel funk; Jack Bruce dei Cream e Chris Squire degli Yes avevano, insieme ad altri, contribuito a valorizzarlo nel rock, mentre Stanley Clarke ne aveva esplorato le possibilità solistiche. Persino nel nascente heavy metal Geezer Butler aveva dato al basso un ruolo mobile, potente, immediatamente riconoscibile e fondamentale per lo stile dei Black Sabbath.
Proprio negli stessi anni, il nostro Lemmy stava imboccando una strada ancora diversa: trasformare il basso in una sorta di arma ritmica, distorta e fragorosa, capace di occupare parte dello spazio normalmente riservato alla chitarra. Jaco Pastorius, dunque, non inventò né il basso moderno né il bassista virtuoso, perché arrivò in un momento nel quale lo strumento stava vivendo una straordinaria proliferazione di linguaggi. Non inventò nemmeno lui il basso fretless, che era già stato provato da altri in precedenza e ne venivano anche venduti dei modelli commerciali. Il fatto è che nessuno ne aveva ancora esplorato in profondità le possibilità tecniche ed espressive. Quello che fece Jaco fu qualcosa di più difficile da definire, se non dicendo che cambiò l’idea stessa di cosa potesse essere un bassista e, superato il ruolo di bassista, diventò un compositore dotato di un nuovo punto di vista.
Il parallelo più interessante che possiamo fare è con Keith Jarrett, il quale, nell’inaspettato Köln Concert del 1975, aveva dimostrato come un pianoforte comune, lasciato completamente solo, potesse diventare un universo espressivo autosufficiente. Un anno dopo Jaco Pastorius compì un’operazione analoga con il basso elettrico: c’era ovviamente il suo straordinario virtuosismo, ma la cosa importante fu che si mise a esplorare, a provare tutto ciò che fino ad allora non era stato pensato, fino a ridefinirne completamente le possibilità musicali. A questo si aggiunse un’innovazione artigianale, realizzata dallo stesso Jaco, che fece parte della sua rivoluzione: eliminò i tasti dal suo Fender Jazz Bass, come aveva visto fare ad altri, aggiunse del mastice da legno per riempire gli spazi vuoti poi, per proteggere la tastiera, la ricoprì con numerosi strati di resina per barche, ottenendo una superficie estremamente liscia e resistente all’usura delle corde e capace di conferire allo strumento una brillantezza sonora inconfondibile.
Le vernici hanno sempre ricoperto un ruolo importantissimo nella liuteria, sia classica che elettrica, per cui la soluzione adottata da Jaco finì per avere anche conseguenze decisive sul timbro dello strumento: la superficie dura e levigata della tastiera contribuì alla brillantezza, all’attacco e alla durata del suono, conferendogli quella voce nasale, cantata, che sarebbe diventata immediatamente riconoscibile come il fretless. Il risultato, dunque, fu uno strumento nuovo, dotato dell’estensione continua tipica degli strumenti ad arco, ma al contempo della precisione ritmica dell’elettrico; inoltre permetteva glissati, microintonazioni, vibrati e abbellimenti impossibili su un basso elettrico tradizionale.
Erano anni in cui c’erano ancora molte cose da scoprire, difatti alcuni musicisti si misero a ridefinire il rapporto stesso tra interprete, strumento e genere musicale. In questo clima di ricerca e di progresso continuo arrivò il 1976, ovvero il momento in cui la carriera di Jaco Pastorius stava decollando definitivamente. Aveva appena lasciato i Wayne Cochran and the C.C. Riders, un leggendario gruppo funky e, nello stesso anno, comparve in Black Market dei Weather Report, a fianco dell’uscente Alphonso Johnson, in Bright Size Life di Pat Metheny e poi incise il suo primo album solista. Questo album non rappresentò per lui una meta professionale, né un qualche punto di arrivo, ma fu l’apertura di un territorio completamente nuovo, per lui come per il pubblico. Era un lavoro concepito in totale libertà, fatto di idee sviluppate senza alcuna preoccupazione per le convenzioni stilistiche, che ha la forma di un esperimento continuo.
Il brano di apertura è un atto coraggioso e radicale: un classico standard di Charle Parker, Donna Lee, suonato col suo basso e accompagnato soltanto dalle congas di Don Alias. Questa era una cosa veramente unica, mai sentita prima: un basso elettrico che assume il ruolo di uno strumento a fiato o, meglio, di una voce. Chi metteva su il disco per la prima volta si trovava a sentire una monodia, antichissima nella sua essenzialità, ma di una modernità pazzesca, che si sarebbe compresa bene soltanto nei decenni a venire. Un altro brano che definisce cosa fosse Pastorius e che cosa potesse creare è Portrait of Tracy, poetico e ispiratissimo, dedicato alla prima moglie Tracy Lee. Si basa quasi esclusivamente sugli armonici naturali e artificiali, che vengono ottenuti sfiorando e pizzicando le corde con una tecnica particolare, per produrre suoni acuti, cristallini, quasi svincolati dal timbro dello strumento. Il basso si trasforma in una cosa che assomiglia a un’arpa, un insieme di campanelle, uno xilofono. Poi, nei brani d’insieme tipo Come on, Come over, Kuru/Speak Like a Child, o Opus Pocus, Jaco svolge la propria funzione di bassista, in maniera immediatamente riconoscibile: elastico, sincopato, saltellante, esageratamente funk. Non si mette mai davanti agli altri per essere protagonista; anzi, una delle cose che emerge riascoltandolo è proprio quanto fosse un grande accompagnatore, oltre che un solista formidabile. Le sue linee si muovono continuamente sotto gli altri strumenti, riempiono e svuotano lo spazio, anticipano o ritardano gli accenti e, quando arriva il momento dell’improvvisazione, possono improvvisamente emanciparsi dalla funzione ritmica. Il livello dell’album è ulteriormente testimoniato dalla quantità impressionante di musicisti che accettarono di parteciparvi, ad esempio Herbie Hancock, Wayne Shorter, Don Alias, Michael Brecker, David Sanborn e molti altri. La presenza di questi artisti avvalla la certezza che tutti avessero già capito di trovarsi davanti a un musicista destinato a cambiare qualcosa.
Uno dei concetti chiave che emergono da Jaco Pastorius è la libertà, in senso assoluto e moderno. Pastorius ignorava completamente le distinzioni fra composizione e improvvisazione, fra jazz e musica popolare, scrittura colta e spontaneità, perché per lui esisteva soltanto la musica. Questa è una concezione che lo accomuna ad altri grandi autori e riflette una mente incapace di accettare confini troppo rigidi. Una libertà creativa così perentoria negli anni successivi avrebbe assunto anche un aspetto tragico sul piano personale, ma qui si manifestava ancora come energia inesauribile.
L’eredità di questo disco va oltre ogni genere e ogni canone conosciuto ed è curioso che uno dei dischi più importanti per la successiva storia del basso nel rock non sia, in fondo, un disco rock. Jaco Pastorius appartiene al jazz, alla fusion, al rhythm & blues, alla sperimentazione orchestrale e, contemporaneamente, non appartiene a nessuno di questi mondi. La sua eredità attraverserà con sorprendente naturalezza il progressive, il rock e il suo concetto arriverà perfino al metal, territorio di sperimentatori e abbattitori di record, perché ciò che trasmette è specialmente un’idea di libertà. Jaco Pastorius cambiò per sempre la percezione del basso elettrico, delle possibilità tecniche inesplorate dello strumento, lo reinventò, prima fisicamente, modificandone la struttura, poi musicalmente, attribuendogli una funzione che fino ad allora nessuno aveva immaginato. Cinquant’anni dopo, la sua tecnica continua a impressionare, ma è soprattutto il suo pensiero musicale a risultare ancora attuale. Più che aver dimostrato quanto lontano potesse spingersi un bassista, Jaco dimostrò che uno strumento è definito dall’immaginazione di chi lo suona. Prima di lui il basso aveva avuto grandissimi interpreti e dopo di lui ne avrebbe avuti moltissimi altri, ma dal 1976 in avanti nessun bassista avrebbe più potuto sostenere che certe cose non gli spettassero: Jaco aveva già aperto tutte le strade. (Stefano Mazza)




Grazie Stefano
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