TSATTHOGGUA – We are God
Tra gli esponenti più memorabili delle turbolente seconde file della scuderia Osmose (ai tempi in cui le prime erano composte da gente come Rotting Christ e Dark Tranquillity), i tedeschi Tsatthoggua sparirono nel nulla dopo essere passati alla Necropolis, il cui fallimento causò l’aborto del terzo disco Extazia e, nel 2000, lo scioglimento del gruppo. A ventiquattro anni da allora, esce questo We Are God con una formazione immutata rispetto al passato. Data la mia nota passione per il catalogo dell’etichetta francese, e in particolare delle sue derivazioni più turpi, mi sono fiondato ad ascoltarlo ma le mie speranze di respirare i malsani afrori di Hosanna Bizarre sono state subito deluse. E non è certo l’unico problema.

Il disco parte bene. L’assalto blastone di Master Morality lascia il segno ma le aspettative vengono tradite presto. Già alla seconda traccia Vorwärts Vernichter, un mid-tempo buttato sul death non distante da certi momenti di Trans Cunt Whip, We Are God si rivela per quello che è: un non ispiratissimo centone di influenze tratte per lo più dal black metal di scuola svedese. Dark Funeral in particolare ma anche Marduk (la conclusiva Pechmarie, uno degli episodi migliori) e Dissection, peraltro primo moniker del gruppo renano prima che l’ingombrante omonimia imponesse un ripensamento. I Drive My Dogs (to Thule) è l’unico frangente in cui si osa un po’ di più, tra vocalizzi tribali e tastiere orrorifiche, ma si arriva comunque col fiatone al termine dei suoi sette minuti e passa.
Non che questi in passato avessero inciso chissà quali capolavori, anzi. Hosanna Bizarre era interessante perché era scombinato e fuori di testa, aveva una personalità spiccata e deviata che sapeva compensare gli evidenti limiti tecnici e artistici. Dalla produzione fin troppo curata, We Are God è l’esatto contrario, un lavoro a tratti noioso ma nel suo complesso abbastanza solido, che vive di mestiere e sporadiche zampate (i toni epici di The Doom Scrawl of Taran-Ish, il coro da stadio della title-track). Insomma, gli Tsatthoggua si sono ripresentati sulla scene nella veste degli ennesimi impiegati del metallo tetesco che portano a casa la sufficienza senza guizzi né scivoloni. Nulla di male, per carità, ma, già che eravamo in quattro gatti a ricordarci di loro, forse cambiare nome non sarebbe stata una cattiva idea. (Ciccio Russo)

Ricordo bene il loro primo album!
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