La lista della spesa di Griffar: UAMH, TERRA, PURE WRATH, À REPIT, NORTHMOON

Un’altra infornata di dischi usciti nel corso dell’anno che meritano la vostra attenzione. Buon ascolto, gente!

Anche in territori desolati cascadian black metal ci sono stati movimenti. Uno dei più pregevoli riguarda gli ovviamente americani UAMH (huh ?!?) che dal Montana con furore ci deliziano con ben tre uscite ravvicinatissime: un singolo The Passive Ending of Winter uscito a giugno, A Windswept River’s Edge, Carved Through Ancient Stone risalente a luglio e il più recente Ràithean uscito il 4 novembre, data per noi italiani indimenticabile. Spero mi perdonerete se considero tutto questo materiale come un’unica uscita: è palese che tre uscite nell’arco di cinque mesi propongano brani con la stessa ispirazione senza grosse divagazioni. L’immagine che per prima fanno apparire davanti ai nostri occhi gli Uamh (va da sé, un progetto solista di mister Urisk Uaine che si occupa di tutto) è quella di luoghi abbandonati, città minerarie in disuso, vecchi siti un tempo abitati e ora lasciati in balìa della natura sicché potesse riprendersi ciò che un tempo le era stato tolto. I brani sono cinque, tre sui dieci minuti e due sui 6/7, quindi in totale arriviamo ai classici 44 minuti di un normale full dei cari vecchi tempi andati. Per lo standard del genere la durata delle composizioni non è nemmeno troppo impegnativa, i pezzi sono costruiti bene, c’è qualche classico effetto pioggia che cade/torrente che scorre/uccellino che canta in giro giusto per farci entrare più profondamente nel mood, i riff sono ben costruiti e le armonizzazioni delle tracce di chitarra sono piuttosto ben fatte. Manca un po’ il basso, la batteria è sul minimale spinto e lo screaming è mixato lontano e in secondo piano, come fosse qualcosa da inserire per forza ma che avrebbero preferito evitare; ciononostante i pezzi sono godibili, hanno atmosfera, hanno presa, hanno grinta. Anche quando si lanciano nei momenti natural ambient la tensione non cala, anzi tutto fila con un senso logico, dando l’idea che Uamh non sia un progetto improvvisato buttato lì ad minchiam tanto per tirare su due dollari su Bandcamp prendendo per il culo i frollocconi che si comprano qualunque cosa abbia una parvenza di green ed ecosostenibile, ma sia qui per rimanere a lungo. Per quanto fatto quest’anno li promuovo a pieni voti, sinceramente mi sono piaciuti più loro che l’ultimo Wolves in the Throne Room. Poi vedremo in futuro.

A distanza di sei anni dal precedente Mors Secunda tornano gli inglesi TERRA, che fanno uscire per la nostrana Code 666 il terzo album, questa volta con un titolo tedesco: Für dich Existiert das alles Nicht. Ci siamo spostati in territori post-black, experimental black e similari: il disco contiene quattro brani tutti lunghissimi, tra i 14 e i 17 minuti e mezzo, tutti permeati da un’aura catastrofica che li rende nervosissimi. La voce in screaming estremo è del tutto incomprensibile e non si capisce se stia cantando dei versi oppure se venga semplicemente considerata uno strumento aggiuntivo, ed è mixata talmente in sottofondo da far sembrare il disco uno strumentale. In verità per la maggior parte del tempo Für dich Existiert das alles Nicht lo è, un album strumentale, con la voce che si percepisce solo a tratti. I pezzi sono decisamente strani e l’ascolto, specialmente nei primi due/tre tentativi, risulta ostico. Ci si trovano richiami allo space black metal ma anche a cose più remote tipo il prog psichedelico degli Hawkwind (almeno 4 volte più veloce), altre maggiormente contemporanee in stile Portal o altre ancora molto più recenti sul genere Blut Aus Nord. I pezzi sono complicati a livello strutturale, spezzettati in diversi segmenti, contorti, obliqui, sghembi, avvitati su loro stessi; possono contenere parti monotone e ripetitive che si dilungano per un certo tempo oppure cambiare freneticamente in men che non si dica. Per la prima volta c’è in formazione un bassista fisso il cui strumento – ben distorto – assume un’importanza cruciale nell’appesantire i pezzi, mentre il batterista svisa in divagazioni quasi jazzate (ascoltatevi la parte centrale di Verisimilitude ad esempio) e le chitarre pesanti senza limiti di genere dipingono scenari ossessivi e mentalmente instabili. Strano, particolare e affascinante, ma bisogna dedicargli il giusto tempo.

Ero sicuro di avervene già parlato, perché Hymn to the Woeful Hearts (uscito a febbraio) è un serio pretendente allo scettro di disco dell’anno, e invece no, l’avevo inspiegabilmente e colpevolmente lasciato indietro. ‘Fanculo a me, compro troppo materiale, finisce che mi perdo. Il terzo album del progetto solista dei PURE WRATH, progetto del polistrumentista indonesiano Januaryo Hardy detto Ryo (per lui anche un EP e uno split album con i francesi Onirism oltre a un live uscito solo in cassetta) che qui si affida a due compagni di viaggio (un batterista della madonna e un pianista/violoncellista), è uno stupendo esempio di black metal atmosferico di chiara ispirazione nordica, melodico, malinconico, crepuscolare nelle sue atmosfere sempre tendenti alla tristezza, alla delusione, all’è tutto finito, è tutto perduto, è andato tutto a puttane. Con un’incredibile capacità di costruire riff memorabili e memorizzabili che riportano alla mente i Cradle of Filth di Dusk… and her Embrace, ma rivisitati in ottica svedese/finlandese, Ryo ha fatto di Hymn to a Woeful Heart una collezione di brani prevalentemente velocissimi scritti ed arrangiati da maestro, con inaspettate aperture armoniche molto melodiche, arrangiamenti di tastiera e violoncello perfetti per collocazione, quantità e qualità, mai troppo invadenti, mai fuori posto. Persino la outro strumentale è un gran bel sentire! Il disco è un concept sulle emozioni di una madre che ha perso il figlio nei massacri in Indonesia della metà del secolo scorso, in cui però ogni brano funzionerebbe perfettamente anche per conto suo. Da ascoltare assolutamente e anche da comprare, perché questo è un signor disco. E scusatemi tanto per il ritardo.

Termino con un paio di prodotti dell’etichetta tedesca Naturmacht Productions, della quale credo di aver già parlato tempo addietro, riconosciuta e celebrata per l’altissimo standard qualitativo delle sue uscite. La prima e più meritoria citazione spetta ai nostrani À REPIT, duo composto da Gypaetus (basso, chitarra elettrica e acustica, testi) e Skarn (voce, chitarre, batteria e synth) geograficamente collocato tra Biella e Val d’Aosta; la Naturmacht ha coniato per loro il sottogenere alpine black metal perché il loro black epico e pagano (nel disco anche Evermore, una cover dei Falkenbach, quindi penso abbiate inteso in quali territori si muovono i due artisti) ha fortissimi punti di contatto con la cultura alpina in ogni sua forma, tradizione e leggenda. Questo amore immenso per le loro montagne si percepisce in ogni secondo del disco, che è un altro prodotto superbo uscito in questo 2022 per me ricchissimo di soddisfazioni in ambito musicale. I testi sono in prevalenza autentiche e pregiate poesie in italiano, ma non mancano liriche in tedesco (Das Verlorene Tal) oppure in dialetto piemontese: una parte della penultima Alpen è una citazione di un brano dello chansonnier torinese Gipo Farassino, ora non più tra noi, esemplare icona della canzone dialettale di queste terre. Se volete approfondire – ma bisogna avere una certa dimestichezza con l’assai ostico dialetto piemontese – vi consiglierei di ascoltare il capolavoro inimitabile La serenata Ciocatona, spassoso brano che racconta la storia di un tale mollato dalla ragazza che girovaga di notte per le strade di Torino ciucco perso, e dei suoi vari incontri con personaggi più o meno pittoreschi. Tornando agli à Répit, i nove pezzi presenti su questo loro terzo album Spirito d’Autunno (più una intro e un interludio) sono tutti coinvolgenti, ricchi di melodie romantiche e di sfumature ora tenui ora più marcate, che rappresentano in pieno l’atmosfera che si vive nelle Terre Alte. Per quanto mi riguarda il disco è stupendo e vale ogni secondo del vostro tempo.

Un po’ più altalenante è il debutto degli austriaci NORTHMOON, gruppo nato da pochissimo (novembre dell’anno scorso, ed il disco è di fine agosto) nel quale la label tedesca deve riporre grandi speranze: in effetti le potenzialità ci sono, anche se emergono solo a tratti. Fin dal titolo (Shadowlord – My Soft Vision in Blood), riecheggiante un brano ultraleggendario di una band loro conterranea parte integrante della storia del black metal, e dalle note biografiche dell’etichetta, che vuole i Northmoon intenzionati a riportare in auge i fasti del black austriaco del passato, l’ascoltatore viene portato a pensare che questa sia una versione magari un po’ modernizzata di antichi capolavori targati Abigor, Summoning, Amestigon, DornenReich e quant’altro. Non è così: gli otto brani sono un po’ altalenanti, sicuramente ben radicati in una visione molto vintage del black metal di oltre vent’anni fa, ma del suono tipico che di fatto gli austriaci inventarono ci sono pochi indizi se non nessuno. Delle otto tracce, Jagdpanzer 666 è quella meglio riuscita, con particolare menzione anche per i tre pezzi finali più brevi, diretti e cattivi. Nel complesso ho avuto un gradimento un po’ sinusoidale: alcune volte l’ho ascoltato e mi è piaciuto tutto da cima a fondo, altre volte l’ho trovato un po’ pesante da digerire (sempre da cima a fondo), in altri casi ancora ho trovato alcune trame geniali alternate ad altre ancora immature nel contesto dello stesso pezzo; in fin dei conti la band è praticamente neonata e una certa inesperienza inevitabilmente affiora. Buon disco ma penso possano fare di meglio in futuro, perché le prospettive ci sono. (Griffar)

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