Avere vent’anni: DORNENREICH – Her von welken Nächten

Her von welken Nächten è il terzo album degli austriaci Dornenreich, che nel giro di soli tre dischi hanno cambiato nome tre volte… no, in verità hanno cambiato il modo di scrivere il nome per tre volte. Una ventina d’anni fa muoveva i suoi primi passi in Austria la CCP records, il cui titolare è (o meglio era, dato che l’etichetta è inattiva da quasi dieci anni) tale Claus Prellinger, che aveva un certo fiuto per scovare nuovi talenti. Avere in casa fulgidi esempi come Abigor, Summoning o Amestigon diede vita a un movimento di seconde linee di ottimo livello tra i giovani metallari austriaci: mister Claus li scovava, li metteva sotto contratto e li lanciava; organizzazione teutonica, distribuzione capillare, musica di qualità. Il gioco è fatto. Così sono state portate alla ribalta realtà come Third Moon, Dorn, Vobiscum, gli olandesi Winter of Sin e tanti altri.

E tra loro i Dornenreich appunto, che con il monicker staccato Dornen Reich debuttano con il black metal tecnico di Nicht Um Zu Sterben in classico stile Abigor dell’era Nachthymnen (album veramente notevole, recuperatelo se vi capita); poi replicano con un disco che con il primo c’entra assai poco (Bitter ist’s dem Tod zu dienen con il nome attaccato DornenReich), e con il terzo capitolo ed il monicker che usano ancora oggi, ormai passati sotto l’egida di Prophecy Productions, fanno il salto definitivo verso un ibrido di avantgarde black metal, musica teatrale, epic/melodic heavy/thrash/death metal, tecnicismo, inserti classicheggianti. Sono uno dei gruppi che meglio ha imparato la lezione dei Nocte Obducta, solo che, non avendo nulla di progressivo e psichedelico, musicalmente non li ricordano quasi per niente. Fluga, il cantante chitarrista bassista e compositore principale della maggior parte dei brani, capì che per dare alla sua band una credibilità capace di farla resistere al passare del tempo doveva tentare qualcosa di diverso dalle solite cose riciclate che vent’anni fa impazzavano ovunque, e si mise a comporre una musica difficile da inquadrare, avendo una più che discreta padronanza degli strumenti ed una buona capacità a tirare fuori da essi atmosfere criptiche, notturne, oscure e per certi versi tipiche del teatro horror.

Va subito detto che la sua voce deve piacere. Perché sì, è camaleontica, varia, certo non standardizzata ma quando è stridula in stile Dani/ Cradle of Filth forse lo è persin troppo, e quando bisbiglia uno screaming proprio di Uriah Heep (il personaggio, non il gruppo musicale) non ha una voce consona. Pertanto ci vuole un attimo ad inquadrarla e bisogna dargli un po’ di tempo. Dico, basta ascoltare l’inizio dell’album, quando ripete in modo psicopatico “Wasst Sie die herr von velten nachten?” più e più volte in un tono cangiante tra lo strangolato e il maniaco omicida. Di sicuro non sono le vocals più immediate che si possano immaginare. Non dico che sia un male, dico solo che è anche possibile che non piacciano. A me per esempio non particolarmente, ma sono gusti. Ma nell’arco della durata del disco cambia modo di cantare almeno venti volte, elogio alla sua versatilità.

Invece dal lato musicale funzionano bene tutti quanti i brani, mai eccessivamente lunghi e scritti con ottimo gusto, atmosferici, evocativi e oscuri quanto basta per comunicarci la situazione esasperante di un’anima persa smarrita nella notte infinita, che è il concept di fondo di tutto l’album. Appropriate tutte le innumerevoli idee che si susseguono in ogni brano, con infiniti cambi di tempo ed atmosfere, a partire dagli stacchi retro-thrash per arrivare ai blastbeat più folli, nei quali ci possono anche essere linee di chitarre suonate in modo schizoide, fino alle parti di melodia più pura e semplice; e non mancano contaminazioni death metal mid-tempo e momenti acustici; eccellenti gli arrangiamenti di tastiere sinfoniche e quelli di archi che, ribadisco, molto pagano al teatro horror come ispirazione. Era una caratteristica piuttosto originale per il periodo, alcune mutazioni del black metal cominciavano ad esserci ma non erano del tutto all’ordine del giorno, sicché ai Dornenreich non difettava il coraggio di sperimentare qualcosa di diverso. Non si sono inventati loro il black sinfonico/melodico, ma lo hanno comunque rivisto in modo personale, e bisogna dargliene merito.

Difficile indicare un brano migliore, perché come ho già detto a livello prettamente compositivo il disco è un vero gioiello. Poi ci sono le vocals, che tutti noi sappiamo essere uno degli elementi più di spicco quando ascoltiamo un disco per la prima volta, ed allora si potrà incappare in qualche difficoltà. Certo che anche in questo caso ci troviamo al cospetto di un album che avrebbe anche potuto essere stato pubblicato ieri, da tanto che risulta fresco e moderno. L’ideale è ascoltarselo per intero almeno tre volte prima di lanciarsi in giudizi affrettati, sappiate poi che i dischi successivi a questo sono ancora più strani e particolari, in piena tradizione Prophecy records (Empyrium, ovviamente, come punta di diamante) che ha sempre portato alto il vessillo dell’avantgarde/ambient metal di progenie black. Tra loro i nostri Dornenreich, che sono ufficialmente ancora nel loro roster anche se l’ultimo album è datato 2014. (Griffar)

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