Avere vent’anni: CRADLE OF FILTH – Midian

Marco Belardi: Anno Duemila: i Cradle of Filth sono reduci da una line-up che è una disfatta. Stuart Antsis è andato, Les Smith pure e con lui il ricordo d’un tizio che prendeva a martellate il pianoforte nei videoclip. Se ne è andato anche Nicholas Barker e, con lui, il miglior batterista che gli inglesi potessero anche solo ambire d’avere nei ranghi. Se ne va pure l’estetica da vampiri, ma di quella, e di quel che troveremo in sua sostituzione, parlerò fra pochissimo. Dani Davey recluta alla tastiera Martin Powell, uno che è passato per i migliori album dei My Dying Bride e che stava giusto collaborando con gli Anathema quando gli capitò l’occasione. Ne nasce una sorta di scambio di risorse umane, perché lo stesso Les Smith, di lì a poco, finirà appunto negli Anathema. Prendono Adrian Erlandsson e ancora oggi mi domando che cosa ci incastrasse il batterista di At the Gates e The Haunted con i Cradle of Filth, ma soprattutto li ho visti almeno tre volte con lui dietro le pelli ed era proprio un pesce fuor d’acqua: stecche, un approccio completamente diverso alle parti veloci, uno stile per nulla complementare. Rimarrà con loro per quasi un decennio.

Il look lo riciclano da Clive Barker, scrittore e regista di quel Cabal che presterà loro il nome della oscura e sotterranea città di Midian. Negli stessi anni avevo osservato i mostri classici dei Death SS diventare quelli futuristici e addobbati delle tubature e dei dreadlock di Panic: fu un secondo colpo basso, organizzato però con maggior fascino poiché figlio delle tematiche del disco e di nient’altro.

I presupposti ci sono tutti per la rivoluzione oppure per il loro peggior album di sempre. Esce a sorpresa l’ultimo grande album dei Cradle of Filth, che non ha la magia, il suono e nemmeno gli interpreti vincenti dei primi, e che forse ha anche un po’ troppa paraculaggine addosso. Ma ha anche le canzoni, e a quelle non si può mai dir niente: quando hai le canzoni hai tutto, anche se le fai suonare nel peggior modo possibile come accaduto ai Nevermore di Enemies of Reality.

Una raccolta di inediti, per ambire alla definizione di grande album, deve far perno su titoli che riusciremo a ricordare. Non ricordo un cazzo di Damnation and a Day, se non che mi piaceva vagamente, ma perché? Né ricordo molto dei due album adatti a un pubblico di minori, Nymphetamine e Thornography, che sì, avevano quei ritmi col basso in evidenza che sembravano richiamare il gothic rock, ma, dicevamo, le canzoni? Midian le aveva, punto. Era una band che stava accusando il colpo, che aveva perso pezzi, ma che ancora sapeva scrivere col piglio e l’ispirazione di chi fino ad allora non aveva sbagliato niente.

Cambiano i connotati anche ai suoni. Via i collaboratori storici, via Mike Exeter, via Doug Sprigg. Dentro una squadra di calcio tra produttore, ingegnere dei suoni e probabili individui che aprivano i pacchetti delle patatine a un Dani con le unghie troppo allungate per non ferirsi nell’atto: subentrano John Fryer, Doug Cook, Jamie Morrison. Il risultato è un suono più impastato del solito e che penalizza la batteria, ma almeno non la fa suonare male come quella di Cruelty and the Beast.

L’album è pieno di classici, per un’ultima volta: rammento in ordine Cthulhu Dawn, Saffron’s Curse, il clamoroso finale di Death Magick for Adepts, e quella Lord Abortion che, nei riff, complice il rientro di Paul Allender alla chitarra, ammiccano ad altri ambiti del metal estremo, e poi Amore e Morte. Il singolo è Her Ghost in the Fog e non ho mai compreso che cosa ci trovasse la gente: c’è una barriera fra me e quel brano e gli imputo una buona parte della responsabilità nelle scelte che portarono alla luce Nymphetamine. La prima metà di Midian è infinitamente superiore alla seconda, ma tutto sommato questo è l’ultimo grande album dei Cradle of Filth, nonostante sulla facciata già potessimo ammirare i devastanti segni di cedimento e le crepe che si sarebbero di lì a poco allungate, o allargate, fino a far schiantare la credibilità dei vampiri inglesi.

Piccola parentesi a margine: ho grande stima per la successiva pubblicazione in studio, l’EP Bitter Suites to Succubi (che riuscì nell’impresa di produrre ancor più materiale di quanto non ne avesse il generosissimo Vempire), ma di quello parleremo fra un anno.

Michele Romani: Vengo subito al punto: a me Midian non ha mai fatto impazzire o, mettiamola così, non lo reputo neanche lontanamente paragonabile ai primi quattro dischi dei Cradle of Filth. E ci ho provato a farmelo piacere, ricordo che l’acquistai il giorno della sua uscita e lo ascoltai tipo 6-7 volte di seguito, perché c’era sempre qualcosa che mi sfuggiva. Avendo letteralmente adorato i tre lavori precedenti ed in parte il quarto (non sono infatti uno di quei blackster secondo cui se ascoltavi i COF negli anni ’90 eri bollato come poser traditore della nera fiamma), non riuscivo a capire perché questo disco non riuscisse a coinvolgermi e perché le composizioni, nonostante il tipico trademark sonoro dei vampiri del Suffolk fosse rimasto bene o male sempre quello, non mi prendessero alla pari di una To Eve the Art of Witchcraft, una Queen of Winter Throned o una Funeral in Carpathia.

Detto che il replicare la bellezza di composizioni simili era oggettivamente complicatissimo, c’è anche dell’altro: Midian è il primo lavoro a non avere assolutamente nulla di black metal, tanto che la definizione più corretta è quella di extreme gothic metal, che poi è quello che suoneranno da qui in avanti. Qualche rompicoglioni potrebbe obiettare: “Ma come, tu i primi quattro full del nano inglese li definisci black metal? Come ti permetti!”. La risposta è sì. The Principle of Evil Made Flesh è un disco di black metal orrorifico con i retaggi death dei primi demo, Vempire è un capolavoro di black metal melo-sinfonico, Dusk and Her Embrace ha addirittura coniato un nuovo genere, il gothic-black metal, mentre le atmosfere maideniane di Cruelty and the Beast hanno comunque una base black, anche se già qualche netto cambiamento s’incomincia a intravedere. In Midian invece di BM non ce ne sta neanche l’ombra, mancano i riff in tremolo picking tipici del genere, il suono in generale è molto più impastato e dal sapore quasi thrash; quest’ultima peraltro è una componente che verrà sviluppata ancora di più nei successivi dischi. Le influenze di Cruelty and The Beast sono ancora ben visibili in brani come Amor e Morte e soprattutto la mia preferita Death Magick for Adepts (il riff al minuto 1.30 è un chiarissimo tributo a Steve Harris e soci) mentre brani come Her Ghost in the Fog (mai sopportata né la canzone che quel cazzo di video che riproponevano ovunque) o Saffron’s Curse sono gothic metal al 100%, quasi un’anticipazione di quella porcheria di Nymphetamine.

Concludo con un altro aspetto di questo disco che faccio fatica a mandare giù: Dani Filth. Dico la verità, non sono mai stato un fanatico delle quindicimila sfumature del suo particolarissimo scream, anche se lo considero perfetto per la musica dei Cradle. Il problema è che in ‘sto disco non si azzittisce neanche un attimo e dopo un po’ ti rincoglionisce completamente, mentre nei precedenti lavori c’erano molti più intermezzi e momenti strumentali dove le sue urla isteriche ogni tanto si prendevano una pausa. La produzione poi la trovo davvero troppo impastata e plasticosa in alcuni punti (in particolare la batteria di Erlandsson), nulla a che vedere col disastro fatto con Cruelty And The Beast ma neanche così troppo meglio. Diciamo però che, riascoltandolo dopo così tanto tempo, sono giunto alla conclusione che in Midian non sia poi così tutto da buttare, e che tra alti e bassi quest’album rappresenta gli ultimi scampoli dei Cradle of Filth vecchia maniera prima del definitivo declino.

7 commenti

  • Amor…Amor…Amoooooore e Morte! Figada

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  • La fine dei COF fu l’allontanamento di Barker. Erlandsson, come giustamente detto, non ci azzeccava nulla e finiva per far suonare il tutto piatto e senza mordente. L’altro problema grosso di questo disco sono le parti sinfoniche, che pur nella loro semplicità erano sempre state imprescindibili per dare forma compiuta ai brani. Qua invece sono relegate a mero orpello, perché questo è un disco che si basa molto di più del passato sulle chitarre, su uno stile prettamente heavy metal (già presente su Cruelty ma ben più bilanciato) che riesce a far suonare il tutto più catchy ma anche molto banale. Non è un brutto album in sé ma non ha atmosfera, non trasmette nulla e da qui, anche nei lavori successivi più riusciti, i Cradle of Filth suoneranno sempre come una genenerica band extreme metal con i suoni plasticosi. Peccato perché la loro capacità di restare in miracoloso equilibrio sul confine tra il sublime ed il pacchiano era oggettivamente geniale, ma qua il gioco è già bell’e che finito

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  • Hanno fatto un gran bel lavoro con la versione remixata e rimasterizzata del disco precedente. Lo si apprezza molto di più. D’accordo con Michele su Midian.

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  • Alberto Massidda

    I CoF al meglio di come sarebbero diventati. Tutto sommato qui andò parecchio, parecchio bene.
    Smessi di seguire da Nymphetamine e “non siamo più una band black metal” in poi

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  • non lo ascolto da una quindicina di anni, ma lo ricordavo figo. ultimo discone prima della (loro) apocalisse

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  • Midian per me un bellissimo album

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  • boh a me continua a rimanere un grosso punto interrogativo…ovviamente all’epoca fu una grandissima delusione, anche se c’è da dire che stavo iniziando a conoscere il black norvegese e cose più underground, quindi non ci diedi l’importanza che dedicai ai precedenti. Tuttavia, ogni tanto ho provato a riascoltarlo, ma mi rimaneva impresso solo il riff di “Her Ghost In The Fog” e forse qualche altra cosa, ma poca robba. Dovrei trovare il tempo di risentirlo…

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