Canterbury colpisce ancora: FAMYNE – II: The Ground Below

Nelle settimane passate nutrivo delle aspettative abbastanza elevate per questo II: The Ground Below dei britannici Famyne. Perché pubblica la Svart, etichetta che sta snocciolando grandissimi dischi. Perché con il botto dei Green Lung e il crescente interesse personale per le dimensioni folk orrorifiche della cultura britannica contavo in un nuovo exploit. E perché semplicemente le anticipazioni facevano venire la giusta acquolina. Ascoltandolo, finalmente, il paragone con la band di Black Harvest può forse essere messo da parte. Non è che i Famyne facciano altra musica. Anzi, sempre di un doom/stoner moderno su tempi medi si tratta. Cupo, con il manto disilluso di certo grunge bene in evidenza, soprattutto nella voce: pulita, eppure straniante, acida e sopra le righe. Tutto considerato, potrebbero passare piuttosto per dei Goatsnake in cui la dimensione gotico-americana viene sostituita da una più prettamente albionica. L’origine, Canterbury, è poi certo suggestiva e non stupisce troppo trovare qualche modalità vagamente prog. O forse sono io che ce la cerco. Ma più che al prog anni ’70, mi riferisco a quel sottobosco rock alternativo inglese post-Radiohead (forse meglio dire post-Ok Computer) che ha poi influenzato le derive extra-metal dei campioni gothic doom d’oltremanica. A questo fa pensare un brano come A Submarine. Manca forse, rispetto alla scuola pop connazionale, l’abilità di scrivere una canzone vera, ed è un peccato, in fondo. Ancora Once More sembra suggerire questo legame coi classici doom gotici anni ’90. Bene, gli ingredienti ora mi sembra di averli elencati tutti.

La miscela funziona però parzialmente, appesantita da qualche vizio. Senza una vera caduta di tono, manca forse però anche un picco vero. Qualche bel riffone decente e ben piazzato c’è. Ma nessun pezzo che spicchi e si candidi a singolone di presa immediata e duratura. Alla fine quel disco ruffiano, leggero e trascurabile dei Bleeding Antlers di cui abbiamo parlato a inizio anno era tutt’altro che un capolavoro, ma uno o due pezzi belli tondi, potenti e canterini te li regalava. Dio ha fatto gli inglesi per questo, per scrivere canzoni meglio di tutti (se avete sentito il nuovo singolo dei Suede sapete di che parlo). Non è però il caso dei Famyne, o per lo meno non a questo punto della loro carriera. Personalmente, quello che mi appesantisce l’ascolto sono proprio voce e linee vocali di Tom Vane. I nostri devono essere convinti che il tono ed il protagonismo alla Layne Stanley sia la carta vincente del disco, ma io ne sono molto meno persuaso. Innanzi tutto, Vane canta mono-tono e mono-ritmo, senza scarti, variazioni, personalità vera. Senza linee vocali memorabili. Che è quello che spetterebbe ad un cantante. E poi, convinto che sia una buona idea, estende in continuazione i suoi vocalizzi affogando anche i passaggi strumentali, invero abbastanza timidi, coi suoi “ohaaaaaauoooooooaaaaaa” insistenti, pesanti, pedanti. Anche la voce dei Green Lung non è esattamente il loro punto di forza e la logorrea del loro cantante non è apprezzata proprio da tutti, ma le canzoni grandiose e schiacciasassi le tirano fuori lo stesso. Peccato non sia il caso dei Famyne. Non un brutto disco, intendiamoci. Anzi, acquista solidità con gli ascolti. Ma non lucentezza. Sempre che dal vivo non si dimostrino una forza della natura, rischieremo dopo qualche ascolto di riporlo virtualmente in un cassetto e di riocordarcene solo quando sarà l’ora di ascoltarne il seguito. (Lorenzo Centini)

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