Avere vent’anni: RADIOHEAD – Amnesiac

L’altra faccia della medaglia di Kid A o, semplicemente, un’altra prospettiva su quello che erano i Radiohead di quel periodo. A differenza del suo fratello “maggiore”, fin da subito acclamato (non sempre a ragione) come capolavoro assoluto dell’umano ingegno (pure meglio della quinta di Mahler), Amnesiac ha sempre provocato reazioni diverse. Tralasciando i fan oltranzisti, si tratta di un disco che ha sempre dovuto fare i conti con il suo predecessore ed è stato visto, da alcuni, come una sorta di sua prosecuzione in chiave minore, da altri come un mero disco di scarti, da altri ancora come un lavoro “quasi al livello di Kid A”.

Per quanto mi riguarda, invece, Amnesiac è sempre stato un disco più affascinante e profondo dell’osannato (e ottimo, sia chiaro) predecessore. Pur partendo da un sound e da un’idea molto simile, le atmosfere di Amnesiac sono obiettivamente più dilatate e avvolgenti e, anche se in questo lavoro l’elettronica è uno degli elementi preponderanti nella costruzione delle composizioni (Pulk/Pull Revolving Doors e Like Spinning Plates), trova molto spazio quella “neopsichedelia” che caratterizzava i più complessi episodi del capolavoro Ok Computer. In questo senso particolarmente emblematiche sono la splendida Pyramid Song, tra le migliori canzoni mai scritte dagli inglesi, e l’intensa You And Whose Army? che diventerà uno dei brani più amati dai fan della band.

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Questa alternanza di atmosfere e di suoni che contraddistingue brani come la celeberrima I Might Be Wrong (ancora più riuscita nella sua versione live dell’omonimo EP sul quale è presente anche una primordiale versione della struggente True Love Waits) o Morning Bell/Amnesiac,  oltre a creare un interessante contrasto, finisce anche per rendere il disco estremamente vario, pur sussumendo tutte le composizione in una visione e un sound unico.

Anche sotto questo profilo (benché consapevole di avere un’opinione ampiamente impopolare) ritengo che il sound di Amnesiac sia invecchiato decisamente meglio di quello del suo predecessore. Se, infatti, Kid A all’epoca ha rappresentato una svolta importante rispetto al passato della band e i suoni sembravano davvero qualcosa di nuovo, col passare degli anni e degli ascolti l’approccio di quel disco sembra meno “rivoluzionario” e gli stessi suoni molto vicini a quelli di una certa Warp dell’epoca.

Amnesiac è sicuramente un disco meno “di rottura”, e rappresenta, per certi versi, la naturale evoluzione di Ok Computer, ma non è affatto un disco conservatore. In tal senso particolarmente significativi sono brani come la riuscitissima Dollar and Cents o l’iniziale Packt Like Sardines in a Crushed Tin Box che richiamano atmosfere vicine al passato del gruppo, inserite in un contesto diverso, nuovo.

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L’aspetto più affasciante del dittico Kid A/Amnesiac, idealmente chiuso dalla jazzata Life in a Glasshouse (quasi una cesura tra le sonorità dei due dischi e quello che la band avrebbe fatto in seguito), è che rappresenta un unicum nella discografia dei Radiohead. La band infatti non ha continuato sul solco tracciato da questi due dischi, ma ha proseguito il proprio cammino in modo diverso, a volte tornando su sentieri più vicini al passato (In Rainbows), altre inerpicandosi per strade nuove (King of the Limbs).

Ciononostante, anche in brani distanti anni luce dalle atmosfere di Kid A/Amnesiac, è possibile, sovente, rinvenire dei passaggi che riportano a quelle sonorità, anche se per pochi secondi. Perché alla fine, nel bene e nel male, Kid A e Amnesiac hanno avuto un impatto fondamentale tanto sulla band, quanto sulla scena musicale, soprattutto in considerazione del momento storico in cui sono stati pubblicati. E se a distanza di vent’anni questi dischi continuano ad avere una loro influenza, significa che, indipendentemente dai gusti personali, erano e sono davvero importanti. (L’Azzeccagarbugli)

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