La fiha come una pentola: ZEAL & ARDOR – s/t

Era l’autunno del 2008 e mi ero appena messo insieme alla ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie. Per quanto non fossi dedito ad attività all’aria aperta come lo sono oggi, mi sentivo stranamente in splendida forma, segno che avevo cominciato a bere meno e a darmi una netta regolata. Mia nonna di Badia a Settimo fu la prima a cui la presentai. Raggiungeva, se lo desiderava o se perdeva le staffe (e io mi ingegnavo per fargliele perdere), picchi di volgarità degni delle figure femminili descritte nei libri di Michele Giuttari. Una sera, a un mese dall’esserci messi assieme, restammo in casa a guardare un film. Quando glielo raccontai mia nonna commentò semplicemente così: “O maiale, a questa figliola gli fai una fica gonfia come una pentola”.

In attesa d’altri particolari piccanti sulla mia relazione, tipo che eravamo andati al cinema (il che, nella sua testa, si sarebbe subito tradotto in ripetuti pompini sulle poltroncine dell’UCI Cinemas) mia nonna mi invitò a pranzo e preparò il bollito.

Il bollito della nonna consisteva in un meraviglioso brodo di carne (quello vegetale mi auguro sarà bandito 48 ore dopo il gasolio) con tortellini e tutta la carne occorsa a plasmare il rigenerante liquame. Lampredotto, magro, lingua e zampa. Aveva preparato anche della salsa verde, al che mi fiondai sul lampredotto con sistematica voracità. Glielo polverizzai davanti agli occhi, credetemi.

Stavo godendo di un pranzo completo e vario, oltre che tradizionale; tradotto per una platea di sanguinolenti e audaci metallari, quel che ottenni mediante cucina toscana sarebbe riassumibile nel black metal di Anthems to the Welkin at DuskLa tradizione. E l’evoluzione. Dalle mille sfaccettature. Senza niente di sbagliato. Tipo le pubblicità delle auto coi punti giganteschi e le frasi di Essi Vivono a blocchi di due o tre parole.

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Scelsi di esagerare. Ero vorace come se fossi appena ritornato da una traversata del deserto di Gobi, eppure avevo fatto solo cinquanta metri a piedi e quattro piani di scale, faticando semmai nel rispondere alle numerose sniper badiane che, dai piani alti, s’affacciavano per comprendere e mettere a verbale se fossi direzionato dalla nonna.

La guardai e le dissi “nonna, ho ancora fame”. Nei suoi occhi regnò lo sconcerto per avermi fatto poco da mangiare, e non era affatto vero. Trapelava, nascosta a fatica, un’espressione rancorosa alla Bilbo Baggins, poiché m’ero perso dietro al trangugiare senza raccontarle delle nostre seratine al pub o al ristorante, inducendola di rimbalzo a dedurre l’impossibile e a fantasticare su inesistenti, feroci e sommariamente consensuali schizzate nei bagni. Non sapeva, inoltre, cosa altro cucinarmi.

Sembravo Mino Raiola a una trattativa sul rinnovo contrattuale di qualunque suo giocatore eccetto Balotelli: giocavo al rialzo in assenza di un limite invalicabile della decenza. “Marco, o che ti fo, vanno bene due ova?

Tortellini in brodo, bollito con salsa verde e maionese, birra: due uova sarebbero state come mettere il blues e il Danzig più industrial – in ampie dosi – dentro al compiacente ronzio del disco dei Thorns. Ma ben sappiamo come ci si comporta in preda all’euforia, specie quella gastronomica. In musica, invece, bisogna essere un po’ imbecilli per adoperare certe soluzioni.

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Mi fece tre uova, per esser certa che mi placassi e che si potesse passare a una sana partita a ramino, comprensiva di bestemmie a ogni chiusura (le tira solo in mia presenza, mentre in gruppo coi parenti è particolarmente rispettosa verso “Gesù nostro signore”), e, su tutto, copioso gossip. Accese la TV e su Rete 4 passavano Tempesta d’amore, una soap ambientata plausibilmente in Austria, Svizzera o Germania dove, al netto degli scenari bucolici e candidamente innevati, scopano tutti, anche fratelli con sorelle, e conseguentemente si concepiscono figli tetrasomici e ogni tanto qualcuno accoltella l’amante per eredità, soldi e cose così: brava nonna, a seguire A Serbian Film e due Moretti da 66.

Le uova erano scomparse a una tale velocità che l’episodio della soap non aveva avuto il tempo di mostrarci, con rinnovato orgoglio, la prima copulata prevista dai creativi sceneggiatori. Mia nonna accertò preoccupata che avevo anche inzuppato il pane. “Vuoi ancora qualcosa?”. La soluzione logica era ricevere un NO.

Al mio annuire sorridente, avrebbe potuto fingere di prendere ulteriore cibo dalla dispensa e accoltellarmi una trentina di volte alle spalle, finendomi sul pianerottolo mentre tentavo di raggiungere la vicina, Roberta, nel disperato tentativo di chiamare la Polizia. Poi fuggire con un complice preventivamente nascosto in auto (un alcolizzato badiano certamente chiamato Sborre anziché Snorre) e finire in manette all’imbocco della Firenze Scandicci; fuggire di nuovo ed essere ripresa al confine con la Svezia in un’auto piena di armi ed essere liberata, anni dopo, per potersi ritirare in una pacifica dimora boschiva francese, dove aprire un Podcast (Badian Perspective) e mostrare al mondo che la nonna di Badia a Settimo è tutta presa a cazzeggiare con la sua Panda mimetica e le sue balestre da caccia. Ma l’avrebbero bandita dai social network a tempo indeterminato, e solo ed esclusivamente per questo non attuò il suo piano con Sborre o chi per lui. Ci cascò tuttavia un norvegese.

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La nonna prese dal frigorifero il pecorino e gli affettati. Il pecorino fresco era grassissimo e aggiunse i suoi contenuti saturi alle numerose proteine che già avevo assunto. Fu come sommare la black music a quanto già esistente sul tavolo, fu corto circuito.

Giocammo a carte e bevvi il Bombardino, uovo sull’uovo. In vita mia ho fatto mangiate assai più consistenti di quella, ma mai avevo mescolato così tanto e così assurdamente. Mai fui mosso da una tale aridità di criterio.

Il mio corpo mi punì per due giorni consecutivi, cominciò a rivoltarmisi contro circa dodici ore dopo quel pasto, se così vogliamo definirlo. In preda a qualcosa che pareva una violenta forma gastrointestinale, e non lo era, confessai tutto. La mia ragazza, che mai aveva avuto da ridire sulle mie ordinazioni al ristorante, anche avessi richiesto la Pizza Vetrice (dall’omonimo lago che ospita il ristorante: sopra ci mettono, in pratica, tutto quello che hanno in cucina e ti consegnano una sorta di capricciosa dai tratti ultraviolenti), per la prima volta mi criticò aspramente seppur coi toni di una che sta con te da pochissimo tempo. Oggi, ammogliata, mi avrebbe probabilmente decapitato; mezz’ora fa ha aperto il frigo e mi ha ripetuto per tre volte che devo mangiare più verdura con una voce che pareva quella di Satyr Wongraven e il sole si è oscurato.

Non so perché quattro anni fa mi fossi divertito ad ascoltare gli Zeal & Ardor. Il loro problema non è che ci sia o non ci sia il black metal, e, prima che qualche pioniere se ne esca che ho affermato che sono simili a Hvis Lyset Tar Oss o ai Thorns, no, sono semplicemente black metal un 30% in più di quanto lo fossero i Die Apokalyptischen Reiter una vita fa. Sono citazionisti nel senso dell’adoperare il black metal, e basta. Ma la cosa certa è che oggi mi hanno fatto più o meno quell’effetto lì, quello del 2008 in quel mezzogiorno autunnale in cui mi comportai come i Critters. (Marco Belardi)

3 commenti

  • parecchio ilare…

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  • No ma che riderissimo! Ah ah!

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  • Ho ascoltato qualcosa ma mi puzza un po’ troppo di Igorrr e simili…magari poi è pure francese, anche se la faccia sembra quella del cugino abbronzato di Caparezza. Non mi trasmette nulla, direi che non è musica per me.
    Alla fine comunque deve essere bello avere una nonna come la tua, anche se credo esistano solo in Toscana. La mia era parecchio timida e raffinata ma preparava quantità simili di cibo.

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