De senectute, ovvero come i nuovi album di Scorpions e Saxon spaccano il culo

Quest’anno sono usciti due album sui quali normalmente non avrei speso troppo tempo. Qua su Metal Skunk cerchiamo di dedicare, nei limiti del possibile e dell’interessante, quanto spazio possiamo ad uscite di nuovi gruppi. Eppure l’ascolto curioso all’occasionale disco delle leggende che ancora, e in molti casi giustamente, decidono di campare facendo l’unica cosa di cui sono ben capaci, financo a morire su quel maledetto palco (morte gloriosa), lo si dà.

Sì, ma come sono i nuovi album di Scorpions e Saxon secondo i tizi di Metal Skunk? Secondo questo tizio di Metal Skunk, i nuovi dischi di Scorpions e Saxon spaccano il culo.

Se guardate nel mio scaffale vedrete che Love at First Sting è l’ultimo della fila Scorpions, e il motivo è che semplicemente, dopo quel disco, grazie al quale erano già multimiliardari, gli Scorpions iniziarono a fischiettare le loro canzoni e a percorrere il tragitto backstage-palco in limousine. Ed è inutile dire che la loro discografia tra i ’90 e i 2000 rasenta il tragico, con spazzatura come Pure Instinct ecc.

Quando ho messo su Seventh Sun, anticipazione di questo ottimo Rock Believer, non mi aspettavo certamente un’altra China White, ma c’era quel qualcosa nell’anteprima della copertina che mi attirava, e la canzone era intrigante. Le copertine degli Scorpions metirerebbero un capitolo a sè stante, e non è questa la sede. Diciamo però che sono sempre state in bilico su quella linea sottilissima tra il semplicemente grottesco e il totalmente raccapricciante. Belle mai. Questa è forse la migliore copertina che hanno mai messo su un loro disco, come pure il disco stesso è il migliore che hanno fatto dal 1984.

Il feeling è quello del periodo della prima metà degli anni ottanta, un po’ Blackout (Peacemaker per esempio, bomba hard e uno dei pezzi migliori del disco), un po’ Animal Magnetism. Insomma quell’era tipica post-Uli Roth, contraddistinta da un cambio di stile che meglio si confaceva alle abilità chitarristiche di Matthias Jabs, qua in grande spolvero con begli assoli e suoni coi controcazzi, e con una chiusura spettacolare affidata a When You Know, classica semi-ballad scorpioniana sulla scia di quelle che tanti accendini hanno fatto accendere in centinaia di grandi arene in giro per il mondo nei decenni passati. Su Klaus Meine non mi esprimo perchè bisognerebbe tirare in ballo il voodoo o la macumba per capire come abbia fatto, alla sua veneranda età, a conservarsi così brillantemente. Insomma, inaspettatamente, gli Scorps hanno tirato fuori una perla degna di grande considerazione, quando si tireranno le somme e si farà il bilancio del 2022 discografico.

Per i Saxon il discorso è leggermente diverso. Ebbero anche loro un deciso calo qualitativo dopo Power and the Glory, dovuto al doversi per forza adeguare al fatto che le cannonate che sparavano fino ad allora non li avrebbero mai portati stabilmente nella famigerata Top 40, per poi rientrare stabilmente nel reame delle “chitarre roboanti e degli assoli al fulmicotone” negli anni novanta con un paio di dischi invero degni di nota. Dai duemila in poi la creatura di Byford e Quinn non si è mai fermata, e ha sempre rilasciato dischi potenti, veloci, al sapore di fil di ferro come tutti o più o meno quelli dell’ultimo decennio, coadiuvati dalla produzione tipica di Andy Sneap, veramente cazzuta ma che se ha un difetto è quello di avere dei clichè che a volte fanno sembrare i Saxon i Judas Priest e viceversa, annullando un po’ quelle che erano alcune peculiarità del suono di ciascuno di questi gruppi storici.

Questo Carpe diem, che a me piace pensare sia in qualche modo la continuazione, almeno a livello di concept grafico, del primo Saxon, datato ben quarantatré anni fa (il legionario romano qua in copertina è forse la controparte del guerriero sassone assetato di sangue che si lancia alla carica nella copertina dello storico debutto?) è l’ennesimo album che completa il filotto d’acciaio ormai inarrestabile di questi anziani signori delle brughiere del nord d’Albione. Suoni spettacolari, pezzi veloci e melodici in puro stile Saxon, con pezzi più ragionati e quasi epici. Insomma, lo stesso disco da quarantatre anni ma che rompe il culo e non dà segni di cedimento alcuno.

E ditemi voi se è normale che questi due gruppi si trovino a piazzare comodamente le loro chiappe rugose in una top ten dei migliori dischi del 2022…

4 commenti

  • Saxon veramente ottimo, 3-4 pezzi come The age of steam veramente degni di nota.

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  • Supermariolino

    Onore a voi che avete reso merito a quest’ultima creazione degli Scorpions. Anche se Klaus Meine è coscritto di mia suocera, questo album resta uno dei migliori usciti negli ultimi mesi e il migliore degli Scorpioni da anni. Unica pecca, soprattutto per i loro standard: i suoni mi sembrano un po’ confusi e meno puliti del solito.
    Ottima la performance di Mikkey Dee, altro che Kottak.

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  • Questo non l’ho ascoltato ma di solito i Saxon fanno sempre dei dischi gradevoli. Per quanto le produzioni di Sneap siano sempre un pò troppo asettiche sarei curioso di vederlo all’opera su un album degli Iron Maiden, magari riuscirebbe a farli uscire dal coma

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    • magari Sneap per i Maiden, sarebbe una mano santa…con i pezzi giusti s’intende. Ma a loro va bene Shirley, è un mero esecutore delle volontà di Harris.

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