Avere vent’anni: JUDAS PRIEST – Demolition

Cesare Carrozzi: L’altro giorno è uscito The Writing on the Wall, il singolo che anticipa il nuovo album degli Iron Maiden che uscirà in qualche momento imprecisato del futuro prossimo venturo. Sarebbe piuttosto superfluo ribadire quanto faccia cagare, d’altronde ne ha già scritto Trainspotting e non serve aggiungere altro. Quello che è interessante, invece, è fare una piccola comparazione tra lo stato comatoso degli attuali Maiden ed il brutto periodo tra il 2001 ed il 2014 vissuto dai Judas Priest, cominciato con la pubblicazione di Demolition, questo mezzo aborto che sto riascoltando in cuffia proprio in questo momento.

Come forse ricorderete scrissi lodi sperticate per Jugulator, un lavoro fantastico, arrivato totalmente inaspettato da un gruppo che già allora davo per morto, con Painkiller come eccezionale canto del cigno a sigillare il fine carriera del secondo gruppo di Birmingham ad aver contribuito a definire l’heavy metal classico come lo conosciamo oggi. E invece, a qualcosa come sette silenziosi anni di distanza, arrivò quella bordata eccezionale che è appunto Jugulator, che non aveva praticamente nulla a che vedere con i Judas Priest del 1990, e che quindi fu mal digerito proprio da quella consistente fetta di fans che non si riconoscevano nel nuovo corso del gruppo, più violento e brutale.

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Non che l’album non vendette, anche perché si trattava pur sempre di un disco dei Judas Priest, ma la reazione di pubblico e critica portò Glenn Tipton ad una decisa sterzata stilistica nel tentativo di riportare i Judas Priest più vicini al periodo fine anni Ottanta/inizio Novanta, senza abbandonare completamente le sonorità di Jugulator ma ammorbidendole oltremisura e riuscendo in quello che è, a mio avviso, il peggior album della loro discografia. E per colpa di chi, quindi? Dei fans e della critica, ovvero gli stessi che stanno contribuendo ad ammazzare i Maiden, anche se per motivazioni opposte: mentre nel caso dei Priest si trattò di negazione acritica del nuovo corso, per i Maiden si tratta invece di accettazione a prescindere di tutto quello venuto dopo Brave New World; nessun dubbio, nessun pensiero critico, niente di niente. Anzi, gli Iron Maiden attuali sono perfetti perché “cosa ti vuoi aspettare da un gruppo di sessantacinquenni?“, “la voce di Bruce è perfetta è vorrei vedere TE a cantare dopo un tumore in gola!“, oppure “Janick Jers chitarrista fantastico che ha reso il trio di chitarre dei Maiden PERFETTOH!1!!“, e se hai qualcosa da dire sei vecchio e non capisci un cazzo.

Bene, cioè male, perché, se i Judas Priest dopo quasi tre lustri, e a forza di critiche, finalmente nel 2018 hanno pubblicato quel discone di Firepower, questo ai Maiden non capiterà mai, dato che, lodati e sbrodolati come sono, non hanno più alcun interesse a reimpostare il timone, limitandosi ad un’inesorabile discesa della china fino ad insondabili abissi di merda di cui loro sono consapevoli, chi scrive anche e una parte di pubblico pure. Au contraire, per altri ancora, per lo più giovani implumi che rappresentano però la maggioranza della platea, va tutto benissimo e i Maiden sono intoccabili: e questi fedayn, in maniera involontaria e sciocca, stanno attivamente contribuendo a piantare i chiodi sul coperchio della bara del loro gruppo preferito. Oh bè. Comunque state lontani da Demolition e ovviamente anche da The Writing on the Wall, a meno che non siate poco più che adolescenti con gravi problemi di apprendimento.

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L’Azzeccagarbugli: Nonostante i Judas Priest facciano di tutto per cancellare, soprattutto in sede live, i due dischi con Tim “Ripper” Owens, anche a distanza di diversi anni e tantissimi ascolti, continuo a ritenere quella parentesi oltremodo interessante.  Da un lato c’è Jugulator, che reputo un capolavoro, un salto in avanti (forse troppo in avanti per l’epoca) di grandissimo impatto, che ha rappresentato un tentativo, oltremodo riuscito, di portare il metal classico nel nuovo millennio, senza perdere a livello di personalità e rendendo i Priest molto più pesanti e mai così sporchi. Dall’altro c’è Demolition, un disco che riparte da alcune idee del predecessore, ma è contemporaneamente più classico nell’approccio e “figlio di quegli anni” nei suoni e in alcune soluzioni che risentono moltissimo della scena alternative e, in parte, del nu metal.

All’epoca fu abbastanza massacrato da critica e pubblico, con conseguente scontatissima reunion con Rob Halford (che al di là di qualche pezzo e dello splendido ed inatteso Firepower mi ha lasciato sempre molto tiepido), ma  ricordo che vi furono anche da noi un paio di recensioni positive che mi spinsero all’acquisto, e anche a distanza di anni non mi sono mai pentito di quella scelta. Demolition non è Jugulator, è un disco altalenante, ha un’ottima partenza con il trittico Machine Man, One on One e la bellissima Hell is Home, poi si perde in un ginepraio di brani non sempre a fuoco – ma non brutti – ed è capace in diverse occasioni di risollevarsi come in occasione di Bloodsuckers e Devil Digger e nella tanto odiata ballad Lost and Found, per alcuni aspetti più vicina a degli Alice In Chains sotto sedativi che ai Judas Priest. È un disco assolutamente gradevole, interessante, senz’altro prolisso, ma estremamente simpatico.

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In più sono legato a Demolition da un imbarazzantissimo aneddoto personale che il buon Trainspotting ha voluto che raccontassi e che ci ricorda sempre che la gente non sa cosa si perde. Come facilmente desumibile dal mio nickname, non sono solo l’indomito difensore dei diritti di Metal Skunk, ma sono a tutti gli effetti un avvocato penalista e una mattina di 2/3 anni fa, stremato da un interrogatorio durato due ore, con una temperatura di circa 40° e un pubblico ministero che non reputo tra le persone più gradevoli e simpatiche del mondo, attendevo un collega per mangiare un boccone prima di rientrare in studio. Immaginatevi la scena: 20/25 luglio, Roma, esterno piazzale Clodio DESERTO, per ingannare il tempo ascolto qualcosa dall’iPhone e, chissà perché, scelgo proprio Demolition e in particolare Metal Messiah, pietra dello scandalo dell’epoca, che è sempre stato un mio “guilty pleasure” poco “guilty” e molto “pleasure”.

Per farla breve, inizio a canticchiarla a voce sempre più alta, imitando, ca va sans dire, gli acuti di Ripper, fino ad un gran finale in cui mi chino in una classica posa metal cantando  quasi a squarciagola “Heeeeeeeeeeeeeeee’s the maaaaaaan… Armageddooooooon… Waaaaalkiiiing through fiiiiiiiiiiire, METAAAAL MESSSIAAAAH!”. Ovviamente mentre chiudevo in posa plastica l’acuto è spuntato alle mie spalle il magistrato dell’interrogatorio appena concluso, il quale mi ha superato, senza troppa fretta, guardandomi come se fossi un appestato con uno sguardo che era un misto di schifo e pietà.

In quel preciso istante sono morto dentro, ho finto un’importante telefonata e ho seriamente meditato di chiedere a un passante di tirarmi un cazzotto sul naso. Poco dopo, però, ho capito una cosa: che alla fine, avevo ragione io. Perché se una persona non riesce a cogliere la bellezza di mettersi a cantare i Judas Priest quando fanno 40° e in giro ci stanno solo i sorci, il problema è suo, che di certo non potrà mai provare l’ebrezza di aggrapparsi alla gamba di Burton C. Bell durante la trance di un concerto dei Fear Factory di troppi anni fa. E, contestualmente, ho avuto la conferma della bontà di Demolition, che non sarà di certo tramandato ai posteri come il miglior disco dei Judas Priest, ma è comunque riuscito, divertente e… da cantare a squarciagola!

3 commenti

  • Concordo in toto con il discorso di Carrozzi. Qua praticamente i judas fecero lo stesso madornale errore di steve harris dopo the x factor : piegarsi alle critiche idiote di buona parte dei fans inserendo una improbabile marcia indietro. Di demolition ricordo una recensione eccessivamente entusiasta di signorelli su metal hammer che mi convinse a prenderlo, cosa di cui mi pentii amaramente. Tanto era bello, fresco e quadrato jugulator, tanto era sconclusionato questo qua, che cercava di tenere il piede in più scarpe tra richiami ottantiani, groove simil/jugulator e strizzate d’occhio al pattume nu metal. Pessima idea in generale

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  • Il punto più basso della loro discografia.
    Curioso, comunque, come i dischi del periodo di “Ripper” Owens non siano stati streamingziti: damnatio memoriae mascherata da mancato accordo sui diritti?

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  • E’ onestamente orribile. Da grande fan, è veramente orribile.

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