Dose booster di bestemmie: NOCTURNAL GRAVES – An Outlaw’s Stand

Sarò subito sincero, i Nocturnal Graves li preferivo prima e in particolar modo quando combinarono quel gran bell’affare chiamato From the Bloodline of Cain. Non che ora abbiano sulla coscienza qualche particolare peccato decisionale, o una così minore fonte d’ispirazione, ma molto semplicemente li preferii entro quell’ambito completamente spogliato da fronzoli compositivi o evolutivi: cavernicoli intenti a picchiare più duro che si potesse, con risultati eclatanti. Di cose ne sono cambiate. Innanzitutto non si tratta più di una di quelle rare band in cui il batterista canta (Exciter prima, Hazzerd poi, seguite da tutte quelle che vi vengono in mente) (i Pooh? ndbarg). Jarro Raphael, qui Nuclear Exterminator, noto per essere lo storico picchiatore di pelli del meraviglioso Phoenix Rising dei Destroyer 666, si limita oggi al solo suonare la batteria, il che permetterà di raggiungere una maggiore tranquillità in sede live, qualora il termine “concerti” riacquistasse, in futuro, un qualsivoglia significato.

Il suo sostituto al microfono è un certo Prain, con di un timbro vocale tagliente e caustico vagamente sulla scia di quello del Satyr di mezzo. Non ho un vero e proprio preferito fra i due, ma Prain mi sembra meglio calato nella parte.

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L’altro ex Destroyer 666 presente nei Nocturnal Graves, lo saprete, è Shrapnel. Lasciate che vi spieghi che cosa rappresenta Shrapnel per il sottoscritto, ventidue anni dopo averlo visto suonare i classici di Unchain the Wolves e Phoenix Rising dal vivo con all’avambraccio due bracciali borchiati da un chilo ciascuno: Shrapnel è una firma indelebile, è il modo per sentirsi nuovamente a casa quando cerchi una determinata sonorità. Il cosiddetto blackened thrash australiano, quello di Bestial Warlust, Razor of Occam eccetera eccetera, io l’adoro. E indovinate chi c’era in Homage to Martyrs dei Razor of Occam alla chitarra. Se i Destroyer 666 ottennero una propria versione particolarmente melodica e allo stesso tempo chiassona del blackened thrash locale, specie grazie a queste chitarre al rialzo nel mix che sfracellavano tutto, non fu perché avessero sbagliato a posizionare qualche levetta ma perché avevano capito subito quale fosse il proprio punto di forza: le chitarre e come farle girare al meglio. Facendole arrivare fino al Queensland e facendo suicidare la fauna terrestre al costo di vedere i canguri tuffarsi nell’oceano infestato di squali pur di metter fine a quella deliziosa cacofonia.

Se oggi ritrovo un album in cui suona Shrapnel non m’importa se i brani sono un po’ piatti. I brani di An Outlaw’s Stand sono sì piatti, e la prima, Death to Pigs, vale da sola tutto quanto il disco, culminando nella meravigliosa accelerazione thrash posta in conclusione. L’unica che riesce a dare lo stesso entusiasmo è forse Across the Acheron, un ottimo death metal, lento almeno in principio nonché gradevole variante di quello dei primi Morbid Angel con Tucker.

Per quanto il resto del disco valga onestamente poco e soffra il confronto con quel From the Bloodline of Cain che con pieno merito fece girare il nome di codesta formazione, io An Outlaw’s Stand me lo sono goduto perché vi ritrovo alcuni connotati che ritengo essere fra i più autorevoli, carismatici e funzionali di tutta quanta la scena blackened thrash australiana. Se i Craven Idol dall’Inghilterra lo scorso anno hanno rilasciato il bellissimo Forked Tongues è perché sono cresciuti con le chitarre di Shrapnel, parliamoci chiaro. Onore dunque a quest’uomo, con l’augurio che nelle prossime uscite possa manifestarsi una maggiore continuità attraverso le sue bellicose e blasfeme composizioni. Buona e netta virata verso il death metal (Law of the Blade ne è un altro esempio), ma non basta, se non a sentirsi a casa. E, suvvia, non è poco. (Marco Belardi)

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