HYPOCRISY – Worship

Per quanto mi riguarda, è davvero difficile non volere bene a Peter Tägtgren.

In primis per quello che ha fatto con gli Hypocrisy, band che nel corso degli anni ha saputo creare un sound davvero personale e difficilmente classificabile (“non completamente inquadrabili nella proverbiale definizione di gruppo più americano tra gli svedesi” come osservato dall’esimio collega Roberto nella recensione del precedente disco), ma anche con tanti dei suoi infiniti progetti. Poi come produttore, perché l’Abyss sound di certi anni è ancora oggi immediatamente riconoscibile, e infine come personaggio che, dopo un’evoluzione a 360° di tutti i suoi progetti, a un certo punto ha deciso di fermarsi. E lo ha fatto sotto tutti i profili: musicali, di suoni, di immaginario, di testi e persino di immagine: avete presente Sergio Leone quando diceva che Clint Eastwood ha due espressioni, con e senza cappello? Peter Tägtgren ormai per me è o in versione “nature”, con delle occhiaie che manco un dodicenne che ha appena scoperto il porno, oppure “con l’occhiale war metal”.

Il risultato di questa stasi è che da circa vent’anni gli Hypocrisy fanno sempre lo stesso disco. Il che non è necessariamente un male, solo che da The Arrival in poi di sorprese non ne abbiamo avute molte, alternandosi dischi più gradevoli (End of Disclosure) ad altri decisamente fiacchi (Virus).

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Questo Worship si inserisce alla perfezione nella loro produzione più recente, con la classica alternanza tra mid-tempo e pezzi più veloci, diminuendo – fortunatamente – l’apporto delle tastiere, che nell’ultimo periodo erano diventate forse troppo presenti, e incentrando gli arrangiamenti sulle chitarre. Forse anche grazie a questo approccio più diretto, Worship è il miglior disco degli Hypocrisy da Catch 22. Pur non inventandosi nulla e non provandoci nemmeno, questa volta Tägtgren e soci, complice anche una pausa di ben otto anni dal precedente album, sono riusciti a scrivere un disco sicuramente più a fuoco, maggiormente compatto e senza dubbio alcuno più sentito.

Al di là di gusti e preferenze, questa volta non si ha la sensazione – purtroppo abbastanza percepibile negli ultimi lavori – di brani scritti con la mano sinistra solo per completare il disco: tutti i pezzi di Worship hanno il loro perché, dall’iniziale titletrack alla conclusiva e trascinante Gods of The Underground che ti entra in testa sin dal primo ascolto.

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Sia i brani più tirati come Dead World sia i mid tempo come l’ottima Greedy Bastard sono davvero riusciti, riuscendo a non finire nel dimenticatoio dopo pochi giorni, e i brani più melodici come We’re The Walking Dead e Children of The Grey sono da applausi al punto da non sfigurare se messi a paragone coi loro classici. Anche la produzione, che negli ultimi tempi era monotona ed eccessivamente piatta, questa volta è più curata senza risultare patinata, con una grande attenzione sulle chitarre, fulcro dell’intero album.

Detto questo credo che sia superfluo ribadire che parliamo di una band che sta in giro da 30 anni e che da un bel po’ lavora su territori ampiamente battuti, quindi l’effetto déjà vu e pilota automatico è assicurato, ma questa volta il risultato è semplicemente migliore. E comunque, dopo otto anni di silenzio, è davvero confortante ritrovarsi tra le mani la solita copertina con gli alieni e i Maya, una foto della band che sembra essere uscita dal 1999 (anche se Peter ha finalmente cambiato montatura degli occhiali da sole!) e dei testi basati sempre sugli stessi temi. (L’Azzeccagarbugli)

3 commenti

  • per ora mi sta piacendo parecchio. non mi immaginavo nemmeno io chissà che evoluzione, ma come per i gruppi che -giustamente- vengono considerati classici, ci si aspetta che scrivano ancora grandi canzoni con il loro marchio di fabbrica… obiettivo raggiunto in pieno!

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  • Non so, non mi ha preso allo stesso modo dei due lavori precedenti specie nei brani più tirati, dove forse manca un qualche dettaglio minuscolo ma che ti faceva ricordare le varie Valley Of The Damned e 44 Double Zero. Nulla da dire invece sui momenti più evocativi, con quelle armonie che ormai Tagtgren te le sa fare da dio anche quando sta al gabinetto. Insomma non male ma sa un po’ di disco fatto per giustificare futuri tour, e da loro mi aspetterei ben di più visto che comunque il loro stile sanno farlo più che bene.

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  • lo sto ascoltando a ripetizione insieme a quello dei Rhapsody. Mi piacciono tutti e due un casino.

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