Il fan quarantenne che dà la paghetta al metallaro di sessant’anni

Il 29 maggio scorso Vince Neil era alle prese con l’ultima canzone del concerto tenutosi a Boone, Iowa. Proprio all’inizio di Girls, Girls, Girls l’ex Motley Crue ha avvertito il pubblico che la sua voce era fottuta” e ha lasciato tutti lì, a intonare in coro il celebre ritornello. La seguente esibizione è stata annullata senza proferire troppe spiegazioni, tanto si sapeva il perché.

I mostri sacri dell’heavy metal sono in bilico fra l’avere scritto la storia ed esser divenuti storia. Prendete il Wacken Open Air del 2005 e poi andate a ritroso fino al 1995, cioè, la prima edizione in cui fecero capolino nomi d’una certa rilevanza. Angra e Tiamat a metà anni Novanta, Edguy e Samael dieci anni più tardi. Furono il numero di band e la fama di queste ad ampliarsi, non il concetto alla base. I destinatari d’entrambe le edizioni poterono tranquillamente esser coetanei, e cioè le stesse persone invecchiate di dieci anni e trascinate sulla medesima distesa di fango a cantare, borbottare, vomitare.

L’ipotetica soluzione a questo scempio di natura generazionale risuona come una buffa sentenza politichese: via i dinosauri dall’heavy metal. E le nuove generazioni si approprieranno di qualcosa che spetta loro di diritto, del presente e della possibilità d’assistere ad un qualsivoglia sviluppo futuro. E i gruppi d’oggi troveranno collocazione più in alto nei concerti di domani, un fenomeno che, se non è avvenuto nel 2005, quando era urgente che cominciasse a prender forma, dà colpe e biasimo a noi tutti. Ha ancora senso andare a vedere un bolso Vince Neil, grottesca caricatura di quello che fu, che interrompe i concerti perché non ce la fa più?

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L’heavy metal è un quarantenne che regala la paghetta al sessantenne, una sorta di cliché ribaltato. È dagli anni Novanta che attecchisce presso un pubblico più giovane dei suoi fautori, e che non si alimenta più per mezzo di coetanei mossi dall’ambizione di salire su quello stesso palco che ora solamente ammirano. Analizzando il fenomeno da un punto di vista strettamente concertistico, ci troviamo al limite di un’autentica lotta di classe. Il che è ampiamente dimostrato dagli esosi festival estivi. Aperiautografo, passepartout per il pit, e la classe operaia che anziché andare in Paradiso si guarda il concerto da trecento metri. I concerti di oggi sono tarati sulla disponibilità del portafogli dei singoli: partendo dal presupposto di una immensa richiesta, se hai poco cash farò in modo che te ne resterai a casa, succhiandoti via la voglia con un biglietto insostenibile e con i token. Birra a otto euro, delle più merdose, e scappi come uno scarafaggio appena sente il getto di spray repellente. È una selezione naturale senza se e senza ma. Hai il portafogli gonfio? Hai libero accesso, fai come fossi a casa tua ma sarai identico al turista da spennare in piazza della Signoria con le tagliatelle alla bolognese a venticinque euro, consumate sull’asfalto o sui sampietrini o comunque sia su una lastra rovente. Prenderai i miei token fino a scoppiare, prenderai la maglietta, prenderai il cazzo che voglio io fino a far lievitare il prezzo di base, già tassato e già sottoposto a prevendita di un ulteriore venticinque o, se sei particolarmente goloso e ubriacone, anche cinquanta percento. Chi si porterebbe il panino da casa è giusto che a casa ci rimanga, perché una bottiglietta d’acqua Panna naturale da 0.5 lt. arriverebbe a nascondersela in culo, per non pagarla quanto una pizza. E io, organizzatore, quello lì al mio concerto non ce lo voglio. Ecco il perché dei prezzi che osserviamo oggi, selezione naturale. I concerti sono una cosa da borghesi.

La cosa che da anni mi affligge è capire se un punto limite al quale siete disposti ad arrivare esista, oppure no. Cioè, capire se un ulteriore rialzo dei prezzi continuerebbe a non farvi desistere, come se tutto questo nascesse in funzione di un evento esclusivo. Ricapitoliamo le cifre standard: centocinquanta euro per un grosso concerto, bere e gadget compresi, ed oltre trecento di biglietto per un festival, spese escluse. C’è o no un limite? O si può salire a oltranza, tanto glieli darete perché tutto questo sta scadendo e volete tenerlo in vita ancora per un po’?

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Teniamo in piedi questo circo – che a parer mio non è né una scena né l’heavy metal in persona, ma una sua fotocopia sbiadita – in funzione di grassi tacchini di sessant’anni che in passato furono trombatori seriali di groupie, sverginatori di massa ed uomini come Sebastian Bach che portavano un eterosessuale a fare affermazioni tali da mettere in dubbio la natura stessa delle proprie preferenze. Lo teniamo in piedi per godere dello show attuato da relitti che non si levano più dal cazzo, perché la generazione sottostante sbaglia target da quattro o cinque lustri e non pretende alcun rinnovamento, continuando a donare l’ottocento per mille a gente che non ha più un cazzo da dire né dal punto di vista strettamente artistico, né trombatorio, né dello show in sé. Come se la figura del navigato musicista non potesse reinventarsi nella vita, domandando e pretendendo un vitalizio che i caritatevoli arrivano a donargli sotto forma di biglietto da 90 euro per un posto nella calca del pit. Tutto ciò è assurdo e sconcertante perché quella stessa gente voi l’avete già vista suonare vent’anni fa, o trenta, in condizioni dieci volte migliori, con una scaletta dieci volte migliore, a un costo di almeno dieci volte inferiore all’odierno. Il tutto in un’atmosfera dieci volte più sana e realistica, oltre che corrispondente al concetto stesso di concerto: niente Muro di Berlino, niente ricchi e poveri da una parte e dall’altra. Al massimo, la birra di merda a un costo nefasto c’è sempre stata e ci sarà anche quando di questa Terra non sarà rimasto che un nucleo tiepido.

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Ultima domanda: chi potrebbe trovare sensato qualcosa del genere?

I padri e i rispettivi figli. L’unica situazione sincera, e non contestabile, in cui ammetto che si portino ancora a vedere i Metallica, con Lars che sbaglia e James che si volta e lo guarda male, il tutto alla non modica cifra sopra riportata, è quella del padre che intende mostrare per un’ultima volta a un suo successore chi furono i Metallica e che cosa ne rimane oggi, tenendo ben a mente che cosa non ci sarà più fra una decina d’anni. Chi ha scritto la storia sta per tramutarsi in storia, e allora, prima che sia troppo tardi, io, il mi’ figliolo tutto agghindato di Motorhead dalla maglietta al cappellino, ce lo porto. Per tutto il resto stiamo probabilmente sbagliando, e nessuno diventerà mai grande finché non si saranno tolti di mezzo gli attuali, perché, se diciamo da vent’anni che ricambi evidenti non ce ne sono, a un discografico non mancheranno mai i metodi per generare una star anche in cinque minuti e accalcargli di fronte una città urlante. E in fin dei conti tanti dei colossi di fine anni Ottanta non furono che questo, chiedere negli uffici della Columbia per ulteriore conferma. Fanculo i grossi concerti. (Marco Belardi)

19 commenti

  • Articolo grandioso, tra i più intellettualmente onesti che mi è capitato di leggere in giro. Onestamente con trecento euro ( se tutto va bene ) per muovermi verso un evento mi faccio la spesa per tutto il mese ( se parliamo di pasta al tonno forse pure un anno lol ). De André diceva che gli uomini danno buoni consigli quando non possono più permettersi di dare cattivi esempi ma ad un concerto trap un pischello entra con venti euro ed è pieno di fica, è solo un esempio !

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  • grande! cioè: se per esempio, a suo tempo i Meshuggah o i Mastodon (due pesi medi a caso) avessero avuto la fan base meno culturalmente bloccata…, “… eh però i Metallica e gli Slayer…”, avremmo avuto il ricambio delle teste di serie. Mastodon e Meshuggah headliner all’Alcatrazz sul palco piccolo ancora nel 2012/2013, secondo me c’è stato un problema di fondo venti anni fa.

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  • Bellissimo articolo ma t’è scappato un condizionale fuori luogo.
    “Chi si porterebbe un panino da casa…”.

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  • Riflessione amaramente realistica e abbastanza condivisibile, anche se preferirei far finta xhe non sia così.
    Finché dura l’underground e i festivalini minori, la fiamma resterà accesa.
    Prego di non vedere mai il giorno in cui si spegnerà del tutto.

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  • Credo che “un quarantenne che regala la paghetta al sessantenne” sia la formula perfetta per descrivere non solo il nostro genere preferito, ma il mondo di merda in cui ci troviamo a navigare…

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  • Mah, mi sembra francamente un articolo da vecchio male invecchiato e contestualmente pauperista. Mi spiace Marco, senza voler essere aggressivo, ma troppo spesso ormai qui leggo solo peana ai bei tempi andati.

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    • saranno peana ma leggi anche il mio sotto, riporto cifre e dati di fatto. se poi hai soldi da buttare e ti piace essere inculato, daje, chi discute?

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      • Piacerà a te, io un minimo di analisi critica su cosa costa oggi un festival di livello me la farei. Ma se ti piace la peggio merda underground, basta che non costi, daje, chi discuute?

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    • Potresti offrire una lettura alternativa della situazione concertistica attuale?

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      • Dipende da cosa intendi, ma un argomento specifico: il costo. Il mondo gira, i bei tempi andati sono per fortuna andati perché erano una merda, organizzare un festival di alto profilo costa (mi occupo di una quota parte, l’aspetto sicurezza incendio) e da qualche parte devo incassare. Nulla di strano.

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      • Non mi sembra che tu offra una visione alternativa rispetto a quella suggerita da Belardi, ma solo un rilievo in ordine al fatto che i costi di realizzazione sono elevati, e questo dovrebbe giustificare costi elevati dei biglietti.
        Su queste premesse, mi permetto di dissentire dalla tua ricostruzione, concordando con Belardi sul fatto che i costi elevati dei biglietti hanno (anche, e forse soprattutto) altre cause.

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      • I costi elevati (sono elevati? Sempre? Mah… non credo) hanno varie cause certo, e quindi? E quindi il mondo gira, e magari, anche qui, gente che ormai NON spende più un euro per comprare un disco – io sono tra quelli, viva Spotify Premium (in altre parole spendo 15 euro/mese) – poi si lamenta pure dei biglietti (stavolta non sono tra quelli).

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    • eccerto, come se non ci fossero vie di mezzo fra “la peggio merda underground” e bolsi sessantenni che non vanno a tempo e vivono di dischi fatti oltre trent’anni fa… dai su.
      inoltre conosco gente che monta palchi e non è che le loro paghe siano quadruplicate in vent’anni. e mi spieghi da duemila lire a 10 euro di prevendita quale sarebbe il senso logico?
      non mi hai convinto, continuo a a pensare che ci marcino, e la questione token è palese in tal senso

      i bei tempi andati erano una merda per chi non ha piacere di ammettere che lo sta prendendo in quel posto

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  • splendido articolo, di uno che, normalmente, anche se è palese che ne capisce parecchio, mi fa du’ palle, scusa Belardi.
    splendido, dicevo. my two cents, da frequentatore di concerti alle nozze d’argento… il 30 settembre saranno appunto 25 anni, il primo i Metallica a Milano. gran bello spettacolo, peraltro. il biglietto costava 40 mila lire più duemila di prevendita. 21 euro circa. nel 2002 a Padova non andai per protesta, perché costava 40 euro, in pratica il doppio. ci son tornato nel 2011 per il Big 4, con Anthrax e Megadeth macellati da suoni indecenti e volumi ridicoli, 75 euro tutto compreso. fa 3 volte e mezza, e son sicuro che ora costi di più mentre le prestazioni calano. il tutto chiaramente mentre vedi 50 mila posti polverizzati in un’ora dall’inizio della prevendita, mentre una volta trovavi senza alcun tipo di problema anche poco prima. ma è tutto regolare, il secondary ticketing non esiste, han detto.
    negli ultimi anni ho spesso messo in pratica il Protocollo Vesuvio, ovvero arrivi mezzora prima e cerchi il bagarino campano (ma va bene tutto, basta pagare meno l’ingresso). migliori affari: Scorpions + Rhapsody of Fire a 10 minuti a piedi da casa a Trieste, 20 euro. Iron Maiden l’ultima volta sempre a Trieste, 40 sacchi e concerto clamoroso. ora mi hanno tolto anche questo, coi biglietti nominali, o almeno non ho avuto occasione di riprovare, poi c’è stato il Covid.
    ho visto i Cure a Firenze nel 2019, non ricordo quanto ho pagato, di sicuro almeno il quadruplo delle 36 mila lire spese nel 1996 a Treviso, poche settimane dopo i Metallica. faceva un caldo atroce, ma le cifre irragionevoli chieste per una birra orrenda o per l’acqua mi han fatto uscire disidratato ma almeno non povero. non parliamo del metodo rapinoso dei token, migliaia dei quali di sicuro restano in tasca alle persone alla fine della serata visto numero minimo di pezzi da acquistare e prezzi studiati per creare avanzi, e arrivederci al resto, come Fantozzi con Excalibur. già, i token: gettoni quadrangolari di plastica dura, che puoi spezzare a metà e usare come taglientissima arma. alla faccia di quella sicurezza per la quale ti chiedono di consegnare pericolosissimi tappi di bottiglia di plastica, o potenzialmente letali bottigliette di antizanzare o crema solare.
    facendola breve, mi sono rotto il cazzo di farmi spennare. vaffanculo ai grossi organizzatori. ma finché centinaia di migliaia di altri trovano normale pagare 7/8 euro per una birra schifosa da 0.33, nemmeno io vedo come il trend possa invertirsi. perché, sarà anche vero che è sempre esistita, ma ricordo anche birre medie spillate a una cifra alta ma decente. e non son passati 25 anni in quel caso.

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  • A mio avviso c’è una bella differenza tra il contesto italiano (quasi) sempre carissimo e quello estero. All’ultimo “Madrid is the dark” ad esempio potevi scegliere se berti la birra del locale o comprare quella del discount, uscendo e rientrando tutte le volte che volevi. La questione è che da noi manca la scelta: o ti bevi la media da 8 euro o ti attacchi…e non ti azzardare a voler uscire per poi rientrare: ti fanno ripagare il biglietto per intero.

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  • Il mio ultimo concerto è stato il metalitalia di..boh, due o tre anni fa? Giusto perché c’erano i forgotten tomb che facevano tutto songs to leave e mi sono deciso ad andarci. Per il resto ho mollato dal 2002 o giù di lì, di girare seriamente per concerti e festival. Troppi soldi, pubblico che fondamentalmente è sempre composto dai solito quattro stronzi invecchiati, band che sono invecchiate ancora peggio. Non capisco il senso di andare a pagare 150 un biglietto per vedere gli acdc su un maxischermo a tre chilometri di distanza, se non magari ridursi a fare il selfie con le cornine tanto per dire di esserci stato

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  • Non vedo nostalgia dei tempi andati nell’articolo, tutt’altro: é un campanello d’allarme forte e chiaro che ha iniziato a suonare da tempo. Quelle band le abbiamo viste al massimo della forma spendendo un terzo del prezzo attuale. Uno a zero palla al centro. Il fatto é che invecchiando il pubblico vive di feticci ma tutto questo prima o poi sparirà, fatevene una ragione, come é sparito il punk, lo studio 54, le big band si New Orleans, la swinging London e chissà cos’altro. Diventerà materiale da documentario su rai5 ed é nella natura delle cose che finisca così.

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