Bur*um spostate: Kauan – Ice Fleet

Per chi non li conoscesse, i Kauan potrebbero quasi sembrare una delle innumerevoli creature di Devin Townsend, con cui l’artista canadese si diletta ad alternare un album metal ad uno ambient. Che io sappia, ad Anton Belov, fondatore e principale mente che muove i fili del gruppo russo, non è stato diagnosticato un disturbo bipolare della personalità come al fondatore degli Strapping Young Lad. Tuttavia, a ripercorrere la discografia del suo gruppo si può notare come tutti gli album si posizionino su uno spettro musicale molto ampio e sempre piuttosto vicini ai due estremi.

A latere, in tema di Metal-Archives e gattini: ecco cos’è toccato ai Kauan nel recente pesce d’aprile.

Per intenderci, io li conobbi con Aava tuulen maa, terzo album risalente al 2009, un bellissimo gioiello di post-rock atmosferico- per qualche ragione che non ho ancora scoperto quasi tutte le loro canzoni sono cantate in finlandese, pur essendo la formazione russa. Rimasi estremamente sorpreso quando andando a ritroso e ascoltando i primi due album mi ritrovai davanti ad uno strano connubio di doom, black e qualcosina di folk che in qualche circostanza mi ricordava i veramente finlandesi Aarni, soprattutto per quanto riguarda il secondo Tietäjän laulu. Kuu.., quarto album del 2011, continuò invece sul filone post-rock. Questo venne peraltro pubblicato dalla nostrana Avantgarde Music, pur non c’entrando niente con il genere che di solito tratta. Mi è sempre piaciuto pensare che Roberto Mammarella fosse stato ingannato dal lato più metal della band per poi ritrovarsi inaspettatamente tra le mani un’opera di tutt’altro genere – perché effettivamente i Kauan più oscuri e pesanti si inserirebbero alla perfezione nel roster dell’etichetta milanese. Di fatto l’unico album in cui i russi sembravano essere riusciti a trovare un equilibrio fu il successivo e bellissimo Pirut, che suonava come un’improbabile versione doom/black dei Pink Floyd. Dopodiché, Muistumia (composto da riarrangiamenti di alcuni brani del debutto Lumikuuro uniti a qualche inedito) e Sorni nai, rispettivamente pubblicati nel 2014 e nel 2015, sono ritornati su un selciato più orientato al doom metal, mentre il penultimo Kaiho ha riproposto nuovamente la loro versione post-rock.

Tutto questa lunga premessa sia perché è un gruppo a cui tengo tantissimo sul quale volevo provare a interessarvi, sia perché adesso arriviamo finalmente a Ice Fleet, loro ultimo album, che è l’altro unico loro lavoro, insieme al già citato Pirut, in cui i russi riescono effettivamente a trovare un equilibrio tra le loro due anime quasi opposte. Inoltre, sulla scia di Sorni nai, che era un concept album sull’incidente del passo di Djatlov, avvenimento del 1959 circondato da un’aura di mistero, le sue tematiche sono incentrate su un non meglio precisato ritrovamento del 1930, quando alcuni geologi incapparono in una flottiglia totalmente immersa e bloccata nel ghiaccio a largo delle coste artiche dell’allora Urss. La cosa più assurda è che intorno a questa vicenda (sulla quale, perdonatemi, non sono riuscito a trovare altre informazioni oltre a queste molto scarne fornite dal gruppo stesso) i Kauan hanno creato ex novo un gioco di ruolo carta e penna, il cui regolamento è acquistabile con l’edizione limitata dell’album. Che Ice Fleet possa fondamentalmente fungere da colonna sonora per le sessioni di gioco come Thulêan Mysteries con Myfarog, opere dell’innominabile musicista norvegese il cui nome d’arte inizia con la B? Una cosa bisogna dirla ad ogni modo: Bur*um, sei veramente banale.

Mi sentivo ispirato.

Come dicevo il genere di Ice Fleet è un connubio quasi perfetto tra le due anime del gruppo, quella post-rock e quella doom/black. Il peso è forse solo leggermente spostato verso il primo stile, dato che alla fine le tracce più compiutamente metal sono solo due (e sono anche le migliori): Maanpako e Raivo, dove Anton Belov si esibisce in un ottimo growl che ricorda quello dei Moonsorrow, ancora più sorprendente se si considera l’armoniosità e la profondità delle sue linee vocali pulite. Le parti maggiormente vicine al post-rock mi ricordano invece a tratti i migliori Lantlôs – ed entrambi sono per me degli enormi complimenti. Questi rimangono comunque riferimenti artistici indispensabili visto la provenienza stilistica del gruppo russo, ma non diventano mai troppo ingombranti, perché lungo tutto l’arco dei circa quarantacinque minuti di musica che compongono Ice Fleet è riscontrabile una cifra stilistica che i Kauan sono riusciti a crearsi e ritagliarsi durante la loro carriera. Mi riferisco, per fare un esempio, a quella voce femminile sintetizzata che, con le sue linee melodiche, accompagna gran parte delle composizioni dei russi sin da Kuu... Io sono estremamente soddisfatto di questa loro ultima uscita e spero fortemente che ora gli vogliate dargli una possibilità anche voi, se già non l’avevate fatto in precedenza – per me, nel dubbio, è già disco dell’anno. (Edoardo Giardina)

7 commenti

  • Disco bellissimo. La produzione, poi, è eccellente. In alcuni momenti mi hanno fatto venire in mente pure i Novembre. Una domanda: ma i Kauan non erano ucraini di Kiev trapiantati in Estonia?

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  • prendo anche questo…. ma vaff……!!!

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  • Minchia che discone, ho finito adesso di ascoltarlo on-line! Io nemmeno li conoscevo, non capirò mai perchè della gente nata tra le accaierie degli Urali debba cantare in finlandese ma secondo me sono bravissimi. Ho recuperato il disco dedicato al passo Djatlov e pure quello è fantastico….io ero rimasto che KAUAN fosse il nome di un disco (e che disco!!!) dei grandiosi Tenhi. A proposito dei Tenhi, per chi si chiedesse che fine hanno fatto dopo 9 anni di silenzio, ho trovato una loro intervista del dicembre 2020 in cui dicono di avere praticamente finito il nuovo disco, cosa diavolo aspettino a buttarlo fuori rimane un mistero irrisolto…

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