Frattaglie in saldo #56: la resilienza del melodeath

Attirata la vostra attenzione con questa immonda parolastra da startupper cocainomani, converrete con me che c’è qualcosa di sorprendente nella capacità del suono di Goteborg di restare un filone affollato e in salute a trent’anni dalla sua nascita, nonostante binari stilistici tutto sommato angusti, cioè gli Iron Maiden e la scala di mi minore a loro tanto cara. E non sto parlando delle derivazioni moderne, ormai esaurite, scaturite dall’evoluzione di In Flames e Soilwork, come certo metalcore un tempo in voga oltreoceano. Parlo proprio del death melodico tout-court, e non me ne voglia il nostro archeologo Griffar (non sum dignus) che considera questa locuzione un ossimoro.

La ragione principale è proprio la radice ben salda nel suono degli Iron Maiden, che piacciono a tutti e stanno bene su tutto. La conseguenza è che, pur essendo uno stile che sulla carta non sembrerebbe offrire chissà quali vasti orizzonti creativi, il melodeath si presta alle ibridazioni più disparate. Prendete i MORS PRINCIPIUM EST, portabandiera della fortunata propaggine finlandese del genere dei quali, mi rendo conto solo ora, non abbiamo mai scritto in undici anni di blog. Seven non è chissà quanto originale e per lo più fornisce parecchi nuovi argomenti alla teoria di Barg secondo la quale buona parte dei gruppi nati dal 2000 in poi è influenzata dai Dark Tranquillity, presenti soprattutto in certe soluzioni ritmiche e nella timbrica del cantante Ville Vijanen, clone di Stanne rimasto l’unico membro fondatore superstite di quello che è ormai un duo completato dal polistrumentista inglese Andy Gillion, entrato ai tempi del quarto Lp …And Death Said Live. Eppure il disco non annoia davvero mai, grazie a un legame piuttosto diretto con la scena heavy/power scandinava (Master of the dead) che rende i pezzi lineari e acchiapponi anche laddove (Lost in a starless aeon) si flirta con il prog metal. Persino la batteria elettronica si sposa bene con tastiere a volte non lontane dal lato disco degli Stratovarius.

innersphere_omfalos

Su lidi non molto distanti si muovono gli INNERSPHERE. Cechi della regione di Pilsen, mecca birraria d’Europa, aggiungono al secondo album numerosi ingredienti nuovi a una ricetta che nel notevole debutto Amnesia ebbe un sapore di Dark Tranquillity assai più marcato. Meno compatto e accessibile del predecessore, Omfalos guarda più agli Insomnium e al loro mood autunnale, a partire dall’ibridazione, sottile ma consistente, con elementi black e gothic metal (Fire), mentre la capacità di mutare di continuo tempo e registro senza mai strafare richiama i migliori Edge of Sanity. Azzeccata anche l’impostazione vagamente teatrale di alcuni passaggi. Piaceranno ai vecchi legati alle produzioni meno ortodosse degli anni ’90 quanto ai giovani che amano le produzioni estreme intricate. Bella sorpresa, teniamoli d’occhio.

Risale alla scorsa estate ma è comunque degno di recupero il settimo full dei NIGHT IN GALES, gruppo che non sospettavo fosse ancora in attività ma scopro di nuovo in pista dopo un lungo periodo di stanca (un solo album in quindici anni: Five Scars del 2011). Autori di un piccolo classico del genere come l’esordio del ’97 Towards the Twilight, i tedeschi hanno ricominciato a darsi da fare nel 2018 con The Last Sunset per poi fare il bis l’anno passato con Dawnlight Garden, un buon dischetto che non si scosta di un millimetro dai cardini stilistici del filone ma, nondimeno, funziona benissimo, secondo i consueti stereotipi sull’affidabilità teutonica applicata al metallo. Il quintetto di Colonia, che ha salutato il ritorno di Christian Muller, dietro il microfono nella primissima formazione, continua a suonare come una versione dei primi In Flames ringalluzzita da una dieta a base di crauti e salsicce, con qualche arpeggio in meno e qualche stacco thrash in più. Da segnalare la bizzarra citazione di Everything Counts contenuta in A spark in the crimson eclipse, che mi piace interpretare come un volontario riferimento alla cover contenuta in Whoracle.

Cover

È invece una mezza delusione Among Ashes and Monoliths, ritorno degli ABLAZE MY SORROW a cinque anni da quel Black di cui Charles parlò bene ma del quale, personalmente, non conservo ‘sto gran ricordo. Agli svedesi va riconosciuta la capacità di prendersi qualche rischio e tentare soluzioni non scontate, come gli stacchi ‘katatonici’ di Black Waters. Il guaio è che il nuovo cantante Jonas Udd non è all’altezza del compito e suona piuttosto piatto anche nei brani più canonici, monotoni e sparatissimi, a volte rasenti il black metal, come la title-track. Un po’ meglio i pezzi meno aggressivi, come The Cavernous Deep, che ha un bel giro melodico ma vede Udd ancora a disagio con la voce pulita.

Restiamo in Svezia – e concludiamo – con il terzo Lp dei THE GENERALS, gruppo che era nato con il nobile obiettivo di riportare in auge il death’n’roll ma ha poi deciso, per qualche motivo insondabile, di diventare l’ennesima accolita melodeath fatta con lo stampino, al netto di un sovrappiù di cazzimma che vale il prezzo del biglietto. L’esordio Stand Up Straight meritava parecchio, per quanto mancasse quel retroterra hard rock che negli Entombed dei bei tempi faceva la differenza. Il successivo Blood for Blood era noiosetto ma provava quantomeno a picchiare. Questo To Hell alla fine mi è pure piaciuto ma resta l’amaro in bocca per quello che questi ragazzi avrebbero potuto essere e non sono. Per carità, il piglio dei pezzi è bello aggressivo e ci sono zampate che lasciano il segno, soprattutto nella parte centrale (Thrill Kill, Deadlock). La sensazione è però quella del gruppo che ha perso in genuinità man mano che ha imparato a suonare, un copione visto tante volte in campo estremo. Gli aficionados apprezzeranno comunque, come è giusto che sia. La domanda tuttavia rimane: perché buttarsi su quello che fanno tutti quando si era partiti da qualcosa che non fa più nessuno? Sarei curioso di dar loro una chance dal vivo, appena ci saremo lasciati ‘sto troiaio alle spalle. Statemi sani. (Ciccio Russo)

2 commenti

  • I Mors Principium Est sono decisamente sottovalutati, andrebbero riscoperti anche con i lavori precedenti du queste pagine. Per i più curiosi, Andy Gillion ha messo gratis online il suo vecchio -cafonissimo- progetto melodeath, Shadow Law. Il resto lo voglio recuperare, specie i Night in Gales.

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    • Concordo i MPE sono stratosferici, e dal primo al penultimo album hanno piazzato solo bombe. I miei preferiti in assoluto, riuscii a vederli per 7 pezzi in un tour insieme a una band Israleliana death, e a quella noia dei The agonist headliner, in quel di Romagnano Sesia, al fu “Arena Rock”.
      Ancora me lo ricordo, il cantante fece sfoggio di italiano con “pizza ai frutti di mare”, passano gli anni e ancora rido.

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