PESCA CON LE RETI A STRASCICO #2: Madnes, Necronomicon, Moratory

L’odierna transumanza ci porta per prima cosa da questi thrasher russi trapiantati in Germania dal nome MADNES. Proprio con una S sola. Giungono alla terza pubblicazione discografica, l’unica se si considera il solo formato full length. Li osservo. A sinistra c’è un tale con la maglietta degli Aura Noir, in mezzo colui che per comodità denominerò Cantina; a destra c’è la cantante, l’unico elemento sovietico dei tre, che porta il nome di Dara Kaos.

A 2’11” esatti sento un forte odore di caciara, quando i tre si mettono a girare intorno al motivo iniziale di Run to the Hills per poi lasciar spazio a quel che è proprio. Non è sgradevole, come l’odore di olive lasciate a marcire al sole per ottenere l’olio di sansa che si sente, per fortuna solamente in estate, passando sul Ponte all’Indiano. Ma è sufficientemente forte da mettermi in guardia. Let the World Burn è un completo delirio di lei, Dara Kaos, che cazzeggia e fa urletti per tutto il tempo, entrando nel personaggio e rimanendoci intrappolata. È il carisma che la frega: il carisma ce lo devi avere davvero, altrimenti funzionerà tutto al contrario. L’attitudine musicale è invece quella giusta, nel senso dei riff e dell’atteggiamento piacevolmente grossolano che si ha, ad esempio, nel mixare il volume del rullante così in alto. È un aspetto tecnicamente sbagliato, che però magari finisce per piacerti e diventare una cosa che ti ricorderai e con cui distinguerai l’album da tutti gli altri. Non so se rendo l’idea. Però c’è qualcosa che profondamente non va nella voce, un fattore ben mitigato da momenti esplosivi come quel rallentamento alla Celtic Frost che esplode a metà della seconda traccia, I Hate, e in tanti altri casi. Dategli un’opportunità, ma non pretendete troppo.

Mi mette un’infinita tristezza vedere i tedeschi NECRONOMICON ridotti in questa maniera, quella di The Final Chapter. Di certo non posso dirmi un loro accanito sostenitore, ma gli anni, anzi i decenni, non sono riusciti a rimuovere dalla mia testa il loro disco del 1986, il chiasso che faceva e le urla di Volker Fredrich sparse ovunque lungo la traccia d’apertura Dark Land. Se devo dirla tutta gli preferisco il terzo album Escalation, più melodico sulla scia di certi Artillery ma ugualmente poderoso nel momento in cui accelerava.

Ciononostante i Necronomicon rimangono un nome minore della mia amata scena tedesca, sia ben chiaro. La reunion l’ho seguita a singhiozzo, nel senso che apprezzai la forma di Construction of Evil e trovai eccessivamente imbastardito il seguente Revenge of the Beast giacché annegava nella violenza tutte le loro migliori peculiarità, ovvero essere Germania anziché Svizzera o Francia per questione d’una manciata di chilometri. Dopodiché li ho persi di vista e oggi ne comprendo il perché. I Necronomicon hanno rapidamente intrapreso la via di quel thrash metal aggressivo e moderno tipico dei Destruction; lo hanno fatto alla loro maniera, sì, ma non riescono a ottenere granché in termine di risultati. Nessun disco dei Necronomicon che ho ascoltato in seguito seppe colpirmi in particolar modo, e tanto meno accadrà con questo, probabilmente, quello con l’appeal più moderno in un’era in cui ci stiamo nuovamente accorgendo (loro esclusi) dell’assoluta funzionalità del thrash suonato alla vecchia maniera anziché con questa batteria di merda incollata su una valanga di chitarre squadrate e d’effetti vocali vari. The Devil’s Tears è stato l’unico momento parzialmente in grado di destarmi dal torpore, ma l’estasi è durata ben poco. Peccato, anche se con loro inizio a farci l’abitudine.

Russia, e stavolta soltanto Russia. Metto su questo full dal titolo The Old Tower Burns con un livello di curiosità pari a zero e finalmente svolto. Loro hanno capito quel che ai Madnes è parzialmente sfuggito: come far fruttare l’attitudine e non trasformarla in un elemento a discapito. Cioè non ci girano intorno, anzi inseguono la propria forza di volontà, il proprio istinto. Non giochicchiano, tirano giù tutto senza far calcoli di alcun genere.

L’album ha un’anima hardcore thrash e un suono moderno, ma non in senso errato come nel caso dei Necronomicon. Perché suonare “moderno” dovrebbe significare esattamente questo: farlo in funzione del generale progredire da parte dei risultati, ottenere migliorie, senza rimpiangere il passato come spesso capita. Immagino tuttavia che i MORATORY non abbiano goduto di chissà quale budget per la produzione, ma che si siano limitati a effettuare le scelte giuste per ottenere delle chitarre così spettacolari, ed efficaci, affiancate al più giusto e azzeccato dei mixaggi. Qua dentro c’è tutto: potenza, melodia, una furia controllata. All’inizio di Wagner’s Path c’è pure un blast beat, che stranamente non dà alcun fastidio, seguito da qualsiasi altra cosa sia passata loro per la testa, inclusi dei riff alla Necrophobic belli estremi e caciaroni. Questi ultimi ci stanno così bene che quasi ne vorrei altri, ma è a quel punto che i Moratory sanno contenersi e restare al confine fra la citazione e l’influenza esterna. È come una sorta di gioco alla rivincita da parte del thrash metal, preso a spallate e usato come contaminazione dai gruppi più disparati per tutta la parte iniziale degli anni Duemila, mentre oggi si ritrova in primo piano, fiero, che utilizza tutto quanto il resto per alimentarsi, senza andare fuori tema neppure una volta. Merito dei Moratory, perché se a ottenere un assetto simile ci provano altre cento band ne falliscono novantanove. È una goduria, e me lo segno per ripresentarlo in cuffia o in auto a volumi indecenti, perché qui, alla postazione pc, mi sento costretto a scegliere fra fargli un torto e ritrovarmi i vicini che bussano alla porta. (Marco Belardi)

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