Quando il gotico non è pipparolo: speciale DECORYAH

C’erano una volta i Decoryah. I più tra voi diranno: “chi?”. I Decoryah erano una band finlandese dal grande talento, dedita a un metal gotico e visionario senza schemi rigidi e libero liricamente e artisticamente. Erano persino arrivati, dal nulla, ad avere un contratto con un’etichetta importante come la Metal Blade, che gli garantiva la pubblicazione di ben sette album.

Che Slagel e soci avessero fiutato un trend che stava per investire l’universo della musica metal con i vari Therion e compagnia? Non lo sapremo mai, perché i Decoryah, dopo il terzo disco, il secondo griffato dall’etichetta americana, smisero di esistere e nulla più si seppe di loro. Alcuni dei membri confluirono in altri gruppi che non avevano niente a che fare con il suono della band, altri aprirono studi di registrazione, altri ancora sparirono dalle scene completamente.

Se avessero continuato, probabilmente oggi sarebbero uno di quei nomi di punta dei festival di genere, come i Therion appunto, magari con la classica strappona borchiata al microfono e tutte quelle goticate pipparole varie che tanto piacciono alle darkettone che badano più al guardaroba che ad altro.

Negli anni Novanta era diverso: i Decoryah erano un lampo nel cielo del gothic metal, con le idee ben chiare ma allo stesso tempo per niente scontate. Musica eterea (che aggettivo del cazzo), molto suggestiva e in grado di trasportare l’ascoltatore e i suoi pensieri verso lidi sconosciuti, proprio come i migliori Dead Can Dance, ma con quegli elementi profondamente assimilabili alla scena metal underground dell’epoca. Chitarre e tastiere malinconiche e testi in puro stile “flusso di coscienza” recitati da belle voci femminili o evocative voci maschili. Una palla, direte voi. Non è assolutamente il caso, perché un ascolto attento finirà col diventare un viaggio inaspettato dal quale è impossibile sottrarsi, anche se siete dei truci fanatici del death metal più brutale. Se uno come Brian Slagel era disposto a metterli sotto contratto per almeno un decennio, sarà significato pur qualcosa.

Le storia inizia più o meno agli albori degli anni Novanta, proprio come per tutti quelli che furono i più importanti nomi della scena gotica di quel decennio: Paradise Lost, My Dying Bride, Anathema, etc. I Decoryah già dal primo demo, Whispers From Depth del 1992, dimostrano una maturità sorprendente. Lo stile vocale è ancora pienamente ancorato al death metal che domina la scena underground dell’epoca, e ricorda a tratti quello di Darren White degli Anathema, ma i loro tipici spunti melodici e i temi principali sono già riconoscibili. Infatti già dal secondo demo, Cosmos Silence nel 1993, si delinea lo stile che li contraddistinguerà successivamente, e alcuni dei pezzi là contenuti finiranno poi sul primo, bellissimo full. Da quel momento in poi sforneranno solo album che lasceranno meravigliata la stampa specializzata dell’epoca, guadagnandosi tutti gli elogi che chi come me ricorda quel periodo rammenterà.

Nel 1994 la svizzera Witchhunt Records pubblica finalmente il loro primo album, ed è un lampo nella scena europea. Wisdom Floats è un viaggio astrale senza ritorno scandito da chitarre, tastiere e bellissime melodie. Un’ora di musica che rapisce e porta lontano senza che te ne accorga. Un debutto che parla chiaro ed inserisce prepotentemente i finlandesi tra le realtà con cui lo strapotere inglese dell’epoca deve forzatamente fare i conti. L’eponimo pezzo, il bellissimo intermezzo strumentale Beryllos, When the Echoes Start to Fade e altri capolavori lasciano senza fiato. Impossibile non accorgersene, se sei un addetto ai lavori. E infatti ecco farsi avanti la Metal Blade, che come detto li metterà sotto contratto per ben sette uscite.La prima di queste fu il successore di Wisdom Floats, quel Fall Dark Waters che fu dedicato interamente al tema delle acque, generatrici di vita. Il suono è meno etereo e più concreto, grazie anche ai potenti mezzi dell’etichetta americana. La sensazione è quella di un potenziale realizzato al 100%, con una cura dei suoni e degli arrangiamenti superiore al predecessore, seppure un pelo meno spontanea. I Decoryah hanno tutto per essere rispettati nella scena al pari di Paradise Lost e altri più grossi nomi, eppure l’attività dal vivo non arriva. Secondo una intervista dell’epoca, visto il numero di persone coinvolte nelle registrazioni di Fall Dark Waters, gli sarebbe costato troppo replicare tutto sul palco, ragion per cui i finlandesi decisero di non imbarcarsi in un’impresa che sarebbe potuta risultare rovinosa economicamente. E questo rimarrà, ahimè, sempre un loro limite non da poco.

L’età media del gruppo all’epoca non è nemmeno vent’anni, eppure si intravedono la facilità di scrittura e le idee chiare di questi ragazzi sull’essere un passo avanti e mai nella norma. Sentite un pezzo come Wintry Fluids e rimarrete completamente spiazzati, oppure constatate la bellezza in chiusura della struggente strumentale She Wept in the Woods, dal sapore barocco. Nessuno, assolutamente nessuno suonava così nella scena dell’epoca. Fall Dark Waters è un gioiellino del doom gotico degli anni Novanta, imprescindibile se si vuole capire come questo genere si sia evoluto negli anni fino a creare i milioni di gruppi-clone che esistono oggi, e che senza gente come i Decoryah non esisterebbero, probabilmente.

L’ultimo segno di vita di questi ragazzi fu dato l’anno successivo, quando uscì l’EP Breathing the Blue, altra testimonianza di una maturità ormai pienamente raggiunta e di forza musicale impressionante, ma che purtroppo fu anche l’ultima. Si tratta di un altro capolavoro in cui i finlandesi osano ancora di più, regalandoci venticinque minuti di musica sopraffina che nel 1997 era sicuramente meglio di tutto ciò che i maestri inglesi citati in apertura ci proponevano. E questo va detto non solo per amor di polemica, ma anche per amor di verità. I Decoryah erano prontissimi per il grande salto commerciale, gli mancava solo una buona pianificazione dell’attività live. Eppure, come in un doloroso coito interrotto, dovettero purtroppo cessare tutte le attività per motivi che non è dato sapere, lasciandoci un sapore amarissimo in bocca come quando di un eccellente vino d’annata si beve per sbaglio la feccia non del tutto depositata sul fondo.

E così si chiuse la storia dei Decoryah, senza mai avere calcato un solo palcoscenico. Lo status odierno è dato come “on hold” dai nerd di Metal Archives, e andando a cercare il profilo facebook della band, un post del gennaio 2020 ne conferma l’esistenza ancora oggi. Anche se, discograficamente parlando, nulla si muove oramai da ben ventitré anni. Chissà che dopo i ritorni in grande stile di altre glorie dell’epoca come i redivivi Phlebotomized e Celestial Season con dischi belli ma canonici, anche i finlandesi si decidano a regalarci qualcosa con l’anno che viene. Qualcosa che però, ancora una volta, lasci tutti di sasso. (Piero Tola)

3 commenti

  • Tola te vojo bene…non posso dire altro…grazie per averli ricordati, visto che ho una totale venerazione per i Decoryah, un gruppo assurdo ed unico, difficilmente inquadrabile per stile, ma di grandissima classe. Peccato che siano spariti nel nulla dopo l’EP, ma forse è meglio così…

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  • assolutamente grandiosi e unici, scoperti proprio grazie a Metalshock, non ricordo se grazie al Fuzz o Della Cioppa…boh…avevo letto la recensione del primo disco ma non sono mai riuscito a trovarlo. I cd di Fall Dark Waters e Breathing the Blue sono assolutamente fantastici e tra loro, ancora una volta, molto diversi. Tutto stava in piedi grazie al testone del cantante polistrumentista Jukka Vuorinen. Su internet vedo che ora lavora come ricercatore e nelle foto sfoggia un sorriso a 32 denti…il che mi fa pensare che il progetto Decoryah sia in realtà sepolto sotto il muschio delle pinete finlandesi.
    Per tipo di suono ed unicità della loro proposta non me li vedo proprio a tornare in vita in questo merdosissimo mondo. Io me li tengo nel cassetto dei ricordi dei capolavori dark dei ’90, in compagnia di altri gruppi irripetibili e spettacolari di quegli anni, su tutti i The 3rd and The Mortal del periodo “tears laid in earth”.
    Certo che pensando ai capolavori passati ed alla merda che esce oggi, soprattutto nel nord europa, mi viene da dire “la gente non sa che si è persa a non essere stata metallara negli anni ’90”

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  • Tutto bene. E poi: “La gente cosa si è persa ad essere stata metallara negli anni ’90″… (data la mole di uscite)

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