Mi passeresti un pennarello viola? SIEGE COLUMN – Darkside Legions

Nell’approcciare la settimana di Natale trascorro gli ultimi due giorni a leggere il meraviglioso Murder in the Front Row di Oimoen e Lew e ad ascoltare questi Siege Column dal New Jersey, un sottoprodotto americano di quel death metal che, per come spesso intendiamo oggi il death metal, mi verrebbe più da etichettare come un autentico attacco al potere a suon d’aggettivi da recensione da assalto come cavernoso, malvagio, lugubre e altre gratuite terminologie che si contrappongono a tutta quella perizia tecnica e a quella pulizia che, lo spero, un giorno saranno spazzate via dal raziocinio che giace in fondo all’animo di noi umani. O probabilmente non andrà così.

Il death metal è stato questo. Al tempo dei misconosciuti Timeghoul, che grazie a qualcuno tutti oggi conoscono, ma anche dei Darkthrone di Soulside Journey e del materiale che lo precedette, e perfino al tempo dei battaglieri Bolt Thrower di metà anni Novanta, il death metal visse sulle ali dell’efficacia e della relativa semplicità anche quando si trattava di proporre i non banali arrangiamenti che, appunto, ritroviamo in Soulside Journey ad opera di ispirati ragazzini norvegesi che ben presto avrebbero scritto la Storia. Così mi sono messo ad ascoltare i Siege Column nientemeno che su segnalazione di un lettore, e rapidamente ho compreso che il death metal può ancora oggi esser questo senza risultare impacciato. Darkside Legions è veramente un bel disco, ma per comprenderlo al meglio occorre partire dal suo prologo, Inferno Deathpassion di due anni fa. In due fanno circa un’ora di musica: il primo è una bordata di blast beat fra war metal e generalità affini, e non concede tregua alcuna anche se è prodotto con criterio e strutturato con dell’altro criterio. Non è un debutto banale, e ce lo spiega il fatto che uno dei due fondatori, Joe Aversario (secondo solo a Hal Microutsicos degli Engulf quanto a nome e presunto cognome), nell’ultimo decennio sia stato attivo con un’infinità di band fra cui i più prolifici Death Fortress. L’altro si fa chiamare Shawnslaught Skullcrusher e soltanto per questo gli voglio un bene infinito.

L’impresa più ardua nella quale i Siege Column si mostrano sopraffini maestri è quella di esaltare la cacofonia in un album concretamente estremo laddove si individua alla perfezione ogni strumento, perfino nella sezione ritmica che in genere è la più difficile da sezionare e risaltare. Il basso, nella fattispecie, è da lacrime. L’altra impresa consiste nel descriverci il death metal mediante gli assurdi aggettivi usati in calce, senza però cascare neanche alla lontana dalle parti degli Incantation. E un po’ tutto il death metal degli anni Dieci è cascato esattamente lì, al punto che pure McEntee alla fine ha fatto il tonfo sordo.

Album decisamente piacevole, strutturato ma ferale come quel Soulside Journey che rimetterei su ogni giorno, e che qui riviviamo arricchito da un pizzico di death’n’roll piacevole e ben amalgamato. Album perfino abile nel citare i Bolt Thrower senza però ricopiarli, mai chiassoso e monocorde come lo era stato il pur apprezzabile Inferno Deathpassion di due anni fa. E che piacere beccarsi quelle armonizzazioni nello stile dei primissimi Necrodeath su Funeral Fiend.

Bravo Shawnslaught Skullcrusher e bravo Joe Aversario, con la speranza che fra le mille band di quest’ultimo possa essere ritagliato ulteriore spazio, in futuro, per gli efficacissimi Siege Column. Altrimenti sarà tutto un po’ vano. Nota a margine: l’album non lo trovate su Spotify, o almeno non ancora. Lo trovate su YouTube e Bandcamp, e io un piccolo contributo a questi due elementi dal bizzarro nome e dalle idee più che chiare ho voluto darlo a priori. Altrimenti c’è la tazzina. Puoi fuggire da Spotify, puoi fuggire da casa e puoi disegnare la copertina a matita colorando il logo con un pennarellino viola ma, anche se sei un duo estremo composto da Shawnslaught Skullcrusher e Joe Aversario, la tazzina un giorno o l’altro la farai e ti berrai l’Earl Grey dentro a Inferno Deathpassion, dritto da un cumulo di teschi. Mondo di merda. (Marco Belardi)

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