Dalla Russia con dolore: DRYOM

Talvolta il meglio te lo trovi improvvisamente in mano quando meno te lo aspetti.

Magari spulciando le liste infinite di articoli in vendita su Discogs di certe distro/label russe, ucraine o kazake, che hanno in catalogo roba merdosissima che non vale niente ma, in mezzo a questo letamaio di dischi a malapena utilizzabili come spessore per le gambe del tavolo, finisce che ci trovi della musica della madonna per puro, autentico caso.

E così ho scoperto i Dryom (in cirillico Дрём): per puro caso. Visto che, a comprare un paio di dischi o dieci, le spese postali non sarebbero cambiate, e che i tre dischi di questo tipo che si cela sotto il moniker Dryom li vendevano a due dollari l’uno nuovi, e che tra l’altro mi sembrava pure che suonasse black metal vista la fotografia del profilo, mi sono detto: “Ma sì, sentiamo come sono, per quello che costano… prendiamoli”. Il classico blind-purchase, avessero fatto pena non sarebbe stato quel gran danno.

Poi ti arriva il pacco (sempre dopo mesi, grazie alla dogana: vi voglio bene!), metti uno dei CD nello stereo e rimani a bocca aperta.

Funeral doom metal: questo è quello che suona questo anonimo tipo sperso da qualche parte nella Grande Mamma Russia, probabilmente in un vecchio centro industriale di qualche città in rovina prossima all’abbandono. Egli è un completo, incontestabile fenomeno come molti suoi connazionali che stanno creando musica metal di altissima qualità nei contesti più disparati, vedi Malist o Sickle of Dust solo per citarne un paio (ma quanti altri ce ne sono!), controllando tutte le fasi del progetto da soli, dalla composizione alla registrazione alla produzione ed in qualche caso anche alla distribuzione del prodotto finito, quando si decide di realizzare anche il caro vecchio supporto fisico; cosa che per fortuna succede di frequente.

Il funeral doom è un sottogenere assai minimale. Non necessita di grande tecnica strumentale, dunque bisogna saperlo comporre ed arrangiare, altrimenti diventa di un palloso inverecondo. Suonarlo sarebbe il meno, però, come sempre, se si vogliono fare le cose ben fatte, un certo impegno e una certa costanza sono necessarie come il sale nell’acqua per cuocere gli spaghetti. Il rischio di cadere nel ridicolo e di comporre delle schifezze storiche c’è eccome: se ci pensiamo non ci sono così tanti gruppi che suonano funeral doom, perché sembra facile e non lo è per nulla. Tant’è vero che le band di successo, che conoscono in tanti, che “ce l’hanno fatta” e magari incidono per etichette importanti sono meno di una decina.

Inoltre se la musica lascia l’ascoltatore indifferente, senza toccare le corde della parte più depressa della sua anima, finisce per non servire a niente, a parte risultare pallosa ai limiti dello strazio. Non ti ascolti un disco funeral doom se sei indeciso tra quello e gli Slayer, devi aver voglia di farti del male e di ascoltare qualcosa che ti aiuti a buttare fuori quello che ti sta facendo del male nei più profondi recessi del tuo essere.

È per questo che i tre dischi di Dryom sono fenomenali, meglio di una terapia psicoanalitica. Non fosse altro perché ti servono per consolarti pensando che c’è qualcuno che sta peggio di te, perché non li scrivi dei pezzi come questi se non sei messo malino.

I tre CD realizzati da questo suicida potenziale si intitolano (1), (2) e (3) (proprio così: tra parentesi) e complessivamente raggiungono le tre ore di musica. Il primo è del 2012 ed ha tre pezzi: Part I, Part II e Part III, rispettivamente di 19, 18 e 13 minuti. Minimale fin dai titoli, il disco è pura agonia. Lento, lentissimo, funebre. I riff ammaliano, ipnotizzano, coinvolgono, portano in mondi oscuri di follia disperata e dolore puro. E poi ci sono gli arrangiamenti di tastiere e flauto, agghiaccianti. Letteralmente: sembra che la temperatura attorno crolli. E senti il bisogno di tornarci, in questi abissi strazianti; probabilmente il primo impatto causa persino del fastidio, non siamo distanti dalla sofferenza fisica, poi come un tarlo s’insinua nella tua mente e senti il bisogno di riascoltarlo più e più volte per comprenderlo meglio, per esserne definitivamente rapito e trascinato negli abissi senza fine dove ci sono solo mostri. Il pezzo migliore è il secondo, se mai fosse possibile stilare una classifica di merito perché non è che ci sia chissà qual differenza con gli altri due, anzi non sarebbe nemmeno tanto sbagliato considerare tutto il cd come un unico pezzo diviso in tre movimenti, il che peraltro giustificherebbe l’assenza di titoli. Andrà a 30 di metronomo a dir tanto, il tappeto di tastiere macabre è portentoso, la voce un growling marcissimo semplicemente perfetto. La morte che ti chiama e ti dice che d’ora innanzi per te saranno solo gran cazzi amari. Roba da paura, paura vera.

Il secondo CD uscì tre anni dopo, i brani diventano quattro e per la prima volta hanno un titolo, per quanto sintetico: Mertvi Gorod, Risunok, Metel e Ona, che tradotti dal russo significano cose tipo “Città morta”, “Disegno” “Tempesta” e “Lei”. Insomma, si capisce dove stiamo andando a parare, anche se nel booklet del CD non ci sono testi ma unicamente una fotografia in grigio scuro tanto desolata quanto la musica incisa in un dischetto solo apparentemente innocuo.

Un brano in più significa disco più lungo perché i pezzi sono tutti oltre i dieci minuti, con uno di essi che arriva oltre i diciassette. Ancora tempi lenti, lentissimi. Tastiere apocalittiche appropriate per un documentario sull’estinzione di massa di ogni forma vivente sul pianeta, spesso arpeggiate a quartine per dare persino un senso di melodia. Dopo tutto, le marce funebri sono orecchiabili. C’è un maggior utilizzo di flauto e jew-harp, ovvero lo scacciapensieri caro al nostro folk specialmente del Sud Italia. Già lo aveva usato nel primo disco, solo che era meno esposto e si faceva fatica a riconoscerlo, sembrando più un effetto di tastiera. Qui no, qui è evidente ed ha la sua parte negli arrangiamenti: quando si vuole conferire alla musica quel tocco di strazio in più eccolo lì, in sovraesposizione. Non è usuale trovare uno scacciapensieri suonato in un disco funeral doom, eppure ti chiedi come mai sembra che nessuno ci abbia mai pensato prima, visto che ci sta benissimo. Così come le vocals, sempre tremende: definirle cavernose sarebbe come paragonarle al trillo di un usignolo. Non c’è una sola nota fuori posto, non c’è nulla di sbagliato, esagerato o grottesco. Nel suo genere è perfezione totale, classe cristallina. Anche se di poco è forse migliore del primo disco.

Nel terzo lavoro che risale a due anni fa introduce anche l’organo. Questa volta nel digipack sono inclusi pure i testi, che sono ovviamente viaggi nei meandri più oscuri della disperazione. The dark castle è la opener e dura quasi 21 minuti, con un utilizzo di tastiere più massiccio: è questo lo strumento che marca l’andamento e la direzione del brano, mentre la chitarra segue la traccia e l’organo in sottofondo accompagna con accordi lunghi tutta la linea melodica. In tutto questo ci si accorge della presenza aggiuntiva di una fisarmonica, ed è spettacolare come riesca a far suonare macabri e depressi strumenti musicali che noi italiani associamo alle danze di paese spensierate e caciarone.

È proprio il fatto che, nonostante il contesto estremo e devastato nel quale agisce, abbia sempre un approccio alla musica molto armonico (definirlo melodico in senso letterale mi sembra esagerato, ma non è così distante dalla realtà) che invoglia ad ascoltare e riascoltare i suoi dischi, specialmente nei momenti – che ogni tanto ognuno di noi ha –  in cui si ha voglia di ascoltare musica più intimista, meno tendente allo spaccare tutto e che magari faccia riflettere su argomenti più empirici e filosofici. Oltre alla già citata opener ci sono altri quattro brani, l’ultimo dei quali intitolato semplicemente Bonus Track, pezzo di appena nove minuti che si ascolta quasi “easy” al termine di un disco assai lungo e comunque piuttosto complesso, affascinante sebbene bisognoso del giusto grado di attenzione per essere apprezzato come merita. Pensate che nel brano The Arrival (questa è la traduzione, ma i titoli sono generalmente in russo) ci mette pure le prime parti veloci della sua storia, anche se veloci va inteso in senso relativo. La sua creatività è indubbiamente al di sopra della media e in realtà bisognerebbe ascoltare ogni suo disco per intero; questa non è musica che si mette su per ascoltarne un pezzetto e poi passare ad altro, ha bisogno del suo tempo, ha bisogno che voi gli dedichiate il vostro tempo, tutto quello necessario per comprenderla, apprezzarla, farla vostra.

Tra tutti i sottogeneri del metal, il funeral doom è uno tra i più estremi e più di nicchia. Se siete fan di gruppi come Ahab, Longing for Dawn, Mournful Congregation, Shades of Deep Water, Skepticism, Woebegone Obscured, Tyranny finlandesi, Until Death Overtakes Me o simili, probabilmente Dryom diventerà uno dei vostri nuovi eroi. Per tutti gli altri, quelli di voi che vogliono provare emozioni nuove ascoltando heavy metal dalle caratteristiche ostiche e difficili, e vogliono accettare la sfida, iniziare con Dryom significa cominciare con quanto di meglio possibile si riesca a trovare in questo ambito. (Griffar)

3 commenti

  • interessanti. vedo da metal archives che il gruppo è di Bryansk…avendo avuto la sfiga di passare da quelle parti qualche anno fa, oltretutto nella zona industriale, immagino che bella musica allegra possano fare, gli darò un ascolto quando sarò dell’umore giusto.
    Della Russia orientale ho scoperto da poco i Grima, non inventano nulla ma sono simpatici…
    https://www.youtube.com/watch?v=UNjRM8il-O4

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    • Grandi i Grima! Ho i tre dischi, il primo è ok ma i due successivi usciti per Naturmacht sono eccellente, enorme symphonic black. Naturmacht non sbaglia un colpo, ogni uscita è garanzia di goduria pura. Anche loro parte di una generazione di fenomeni, in Russia sta uscendo roba pazzesca in tutto il metal.

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  • Capisco che comprare dischi alla cieca possa avere il suo fascino e che alcuni non costino un cazzo ma volendo ormai sul web si trova tutto. Non voglio dire di non comprare piu’, intendo che prima di comprare si puo’ andare ad ascoltare. Io su youtube ho scoperto un gruppo polacco misconosciuto, i Sunnata, che mi ha colpito parecchio tanto da farmi comprare i loro 3 dischi (Outlands capolavoro!)… Ecco, tutto questo in realta’ per fare pubblicita’ a questa band ciao a tutti!

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