Avere vent’anni: PAIN OF SALVATION – The Perfect Element pt. I

Dopo due album a dir poco promettenti come Entropia e One Hour by The Concrete Lake, i Pain of Salvation fanno il salto di qualità definitivo e pubblicano quello che, insieme al successivo Remedy Lane, è senz’altro il miglior lavoro del gruppo e tra i dischi “progressive” più importanti degli ultimi vent’anni.

Eviterò inutili giri di parole, perché qualche volta certi termini possono e devono essere utilizzati senza remore, soprattutto quando si ha il conforto della “prova del tempo”: The Perfect Element pt. I è un capolavoro che ha segnato indelebilmente la scena progressive. Un album che ha definitivamente codificato un sound che è rapidamente diventato un vero e proprio paradigma per molti epigoni (nessuno dei quali all’altezza degli svedesi).

Il crossover tra metal e altri generi (rap, nu metal, elettronica) non rappresenta di certo un’innovazione in termini assoluti, ma la capacità dei Pain of Salvation di inglobare, in un contesto progressive tutto sommato “classico”, sonorità così distanti tra loro e connotate da suoni che, ancora oggi, risultano essere incredibilmente attuali a moderni rappresentava e rappresenta un’enorme novità.

Daniel Gildenlöw aveva (ed ha tutt’ora, indipendentemente dai risultati non sempre soddisfacenti) personalità da vendere e The Perfect Element pt. I per tematiche, suoni, e complessità dei brani ha avuto un effetto deflagrante nello stanco panorama del progressive metal.

Un concept album in tre capitoli (il secondo, il più che riuscito Scarsick, è stato pubblicato nel 2007) sull’incontro in giovanissima età di due persone (He e She) le cui vite sono state segnate da eventi a dir poco traumatici, i quali riconoscendosi e unendosi nel dolore, percorrono insieme un cammino a dir poco tortuoso e per nulla sereno. Una sorta di “coming of age” più introspettivo che narrativo, un viaggio nella psiche dei due innominati protagonisti che nelle intenzioni di Gildenlöw si porrà in contrasto con il secondo capitolo votato a tematiche più sociali e politiche.

Musicalmente l’album è uno dei più ricchi della band che mette subito in chiaro le proprie intenzioni con l’iniziale Used, in cui la componente nu metal si fa strada in modo preponderante ed in cui il contrasto con quella più tipicamente progressive è accentuato dalla performance vocale di Daniel Gildenlöw. I suoni, in apparenza molto vicini al quel tipo di crossover in voga tra la fine dei ’90 e i primi ’00, sono in realtà molto più ricchi e sfaccettati, la loro cura è quasi maniacale e, senza perdere in coesione, riescono a passare dalla sporcizia di Ashes a passaggi cristallini (quasi à la Marillion) della prima parte di Her Voices.

La grandezza dell’album è, però, quella di non rischiare mai l’effetto “compilation” e di riuscire sempre ad inglobare tutte le anime del gruppo in ogni brano, riuscendo a sorprendere anche l’ascoltatore più smaliziato. Dalle classiche intricatissime trame progressive metal di Idioglossia (fieramente riccardona fin dal titolo) ai momenti di quiete apparente di Dedication e Song for the Innocent, i Pain of Salvation svelano, brano dopo brano, il destino dei due protagonisti che si conclude (ovviamente nel dramma), nella titletrack, tra i brani migliori del gruppo.

Un disco che proietterà i Pain of Salvation verso un successo (ovviamente nel genere) tutto sommato inaspettato e alimenterà ancor di più l’ambizione del loro leader (che troverà il suo punto “punto di non ritorno” in Be) che di lì a poco avrebbe fatto prendere alla band una strada totalmente diversa. Anche dopo vent’anni The Perfect Element pt. I  resta un lavoro davvero impressionante: non solo non è invecchiato minimamente (nei suoni, a livello di scrittura, di testi), ma è ancora oggi moderno e sorprendente. (L’Azzeccagarbugli)

2 commenti

  • grandissimi, grandissimi album, questo e il successivo. poi, ragazzi miei, lammerda, lenta (ma neanche troppo) e inesorabile

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  • Altro mio album della vita. The Perfect Element è uno dei pochi (forse l’unico?) disco metal che mi abbia emozionato fino a farmi piangere. Nonostante uno stile né carne né pesce, come spiega benissimo l’articolo, e certi passaggi super involuti (Idioglossia, Ashes non riesco a definirle “belle canzoni”) è un disco che mi arriva dritto al cuore. Raramente ho trovato questo equilibrio nei PoS, e il successivo Remedy Lane che tutti decantano come capolavoro per me aveva davvero solo due o tre pezzi veramente alti. Qui loro toccano un apice mai più raggiunto.

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