Notte buia alla corte di Francia: ANGELLORE – Rien ne devait mourir

Dato che alcuni di voi avranno colto il richiamo nel moniker a una canzone del classico Widow’s Weeds, chiariamo subito una cosa. Salvo forse l’esordio dei Tristania stesso, il gotico pipparolo anni ’90, filone che personalmente trovo invecchiato malissimo, non c’entra. O, almeno, c’entra fino a un certo punto, è solo una componente secondaria di un affresco ben più esteso e ispirato. Certo, c’è il soprano (la bravissima Lucia, già ospite sul precedente La litanie des cendres e ora promossa a membro a pieno titolo), ci sono le terzine stoppate in power chord ma finisce lì. Sono altri i riferimenti sonori ed estetici prevalenti. E li troviamo (quasi) tutti nei venti minuti dell’iniziale A Romance of Thorns, venti minuti che scorrono via con una scioltezza da sola sufficiente a far capire subito come questi francesi siano di una categoria superiore.

Non c’è molto spazio per pizzi e merletti o decadenti romanticherie adolescenziali, qualora vi steste chiedendo perché alla soglia dei quarant’anni uno dovrebbe prendere sul serio gli Angellore. C’è la tradizione europea, i cori della musica sacra, un organo, non un Hammond ma proprio un organo da chiesa. E c’è quel retaggio medievale che per comodità si tende a inserire nel più vasto fenomeno neofolk ma poco ha che vedere con i vari epigoni di Jacques Brel in divisa da nazi. Quell’interludio a metà brano, che poi lascia spazio a una glaciale esplosione di asprezza black metal (elemento, quest’ultimo, fattosi meno presente rispetto agli altri due album) rimanda piuttosto a una scuola che in Italia ha visto come capofila gli Ataraxia ma è oltralpe che ha trovato la massima espressione. La matrice doom richiama invece soprattutto gli Anathema di The Silent Enigma. E, se vi ho già ingolosito così, sappiate che vi ho parlato solo del primo brano.

Far girare tutte queste cose insieme senza apparire barocchi, grotteschi, pretenziosi o intellettualoidi non è facile per niente. Questi ragazzi di Avignone ci riescono con una disinvoltura impressionante, grazie a una formazione musicale che si intuisce non sia proprio da autodidatti. Non ci sono le tastierine, c’è il pianoforte a coda. A saperlo suonare sono addirittura in due (cantante e chitarrista) e i synth sono solo lo sfondo sul quale lo sentiamo viaggiare. Il colpo da maestri vero è però Blood for Lavinia, singolo gothic metal da antologia con il vocione alla Andrew Eldritch e il riffettino stupido che sulla carta non c’entra niente ma all’atto pratico funziona alla grandissima.

Mantenere questo genere rilevante o credibile nel 2020 è molto difficile. Rien ne devait mourir – come, sia pur in territori diversi, Mana degli Idle Hands – ci riesce. Anzi, fa molto più che riuscirci. Se anche voi avete un passato da coticoni sensibili e non ve ne vergognate troppo bensì il giusto, fatelo vostro e non ve ne pentirete. (Ciccio Russo)

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