Avere vent’anni: ENTHRONED – The Apocalypse Manifesto

Potrei cominciare scrivendo che Lord Sabathan e Nornagest incarnavano le due distinte anime degli Enthroned, e ripetervi quali fossero. Ma non ritornerò sull’argomento, semplicemente perché per me gli Enthroned erano Cernunnos. Quest’ultimo incarnava il black metal, quel qualcosa che gli ingrati prendono per il culo a causa dei vecchi episodi di cronaca, ora peggio che un tempo, visto che Lords of Chaos ha spalancato le gabbie. Però, chiunque si fosse sinceramente innamorato del black metal ricomponendo quel puzzle che comprendeva un po’ di tutto, inclusa la passione viscerale per la musica estrema, non si è fatto abbindolare in alcun modo: ha semplicemente vissuto un qualcosa che nella storia non si ripeterà mai, e che per mezzo di elementi come Cernunnos poté vedere la luce e proliferare. Denigrate a vostro piacimento quei folli, quegli squilibrati, o, come li ha disegnati Jonas Akerlund, quei ragazzini allo sbando, ma quella gente ha scritto parte della storia del metal anni Novanta, e intendo una parte significativa. A me interessa soltanto questo, la musica, quello che gli scaffali di casa tua finiscono per ereditare. Agli snob puntigliosi del Duemila, a coloro che riducono il black metal ad un qualcosa di misero e fumettistico, e che poi tacciono su figure come Nergal, la Ferragni polacca, a voi dico che meritate i film sull’amicizia tra un bambino e un delfino. Meritate i Me and That Man, meritate tutto il mondo d’oggi, ipocrita e preconfezionato alla cazzo di cane. Cernunnos invece si è ammazzato mentre il black metal andava trasformandosi negli spot metereologici che Google mi segnala quotidianamente.

SCIABOLATA ARTICA

Senza un Cernunnos che ti scrive la musica di Prophecies of a Pagan Fire e Towards the Skullthrone of Satan (alla batteria Da Cardoen, ma Cernunnos contribuì in gran misura alla scrittura dei pezzi), gli Enthroned si ritrovarono a dover stampare il successore di due titoli di simile caratura. Presero tempo cacciando fuori un EP, Regie Sathanas, di cui ben ricordo la cover di The Conqueror dei Sodom. Poi per due album consecutivi puntarono tutto su pesantezza e velocità esecutiva, al costo di affidare quest’ultima ai suoni di merda accuratamente scelti da Namroth Blackthorn. E questa riduzione ai minimi termini la potevi dedurre dalla presentazione. Le copertine erano un polpettone di carri armati che cannoneggiano e gigantesche croci rovesciate dorate, al punto che sembrava d’essere al matrimonio di qualcuno dei Marduk nel castello del Boss delle cerimonie. Tutto quanto urlato ad alta voce, senza più l’anima e l’essenza di qualunque cosa che Cernunnos avesse scritto con loro, o per loro. “Non ho i mezzi per ripetermi, mi spingo oltre il limite e vedo che cazzo succede”: era questo il concetto che gli Enthroned sembravano esprimere.

IRROMPE IL VORTICE POLARE

Esci di casa al mattino e ci sono otto gradi centigradi. Ma quale vortice polare? Il raschietto per sghiacciare il vetro è più d’antiquariato di un macinapepe in legno. Qui era la stessa cosa, un’infinità di proclami e di caciara con niente alla sua base. The Apocalypse Manifesto lo salvarono in corner due titoli, due di numero: Genocide e Volkermord, Der Antigott. E c’era senza ombra di dubbio qualcos’altro, di decente, ma non ho alcuna voglia di andare a ricercarlo adesso. Non avrebbe alcun senso. Gli Enthroned avrebbero impiegato qualche anno per ritornare perlomeno alla normalità, con quel Carnage in Worlds Beyond che li consacrò come rinati, come completi. L’album della cosiddetta maturazione. Non era così, perché anche in quel caso mancavano l’anima e l’essenza di cui ho accennato sopra: non può esserci maturità nel black metal, ma solo un momento in cui tutto è finito, lasciato alle spalle.

Gli Enthroned, nel raccogliere l’eredità del loro membro più rappresentativo, mai potranno essere meglio illustrati che con l’ascolto del banale The Apocalypse Manifesto: un letterale passaggio dall’epoca d’oro del black metal agli anni in cui c’era ancora chi, come i Gorgoroth del noiosissimo Destroyer e molti altri loro coetanei, lo avrebbe suonato a oltranza, addobbando il palco come una sagra del maiale e facendoci intendere che una roba come Ordo Ad Chao fosse il frutto dei medesimi sentimenti, del medesimo rancore e della frustrazione che impregnò il 1993. E che impregnò tutti coloro che, in quella scena, c’erano piombati dentro. Oppure sprofondati. Gli altri sarebbero passati oltre, cose del genere non si rivivono due volte neanche se sei gli Emperor o i Darkthrone. I furbi si sono tenuti alla larga dallo scimmiottare un secondo In the Nightside Eclipse, e gli stessi tizi li sentirò sempre additare come fenomeni da baraccone da professori e illuminati, oggi che il novanta per cento del metal è appunto un fenomeno da baraccone in caccia di narcisismo, like e pacche sulle spalle che non conteranno mai un cazzo. Un movimento così a margine, ma anche così perfetto nel descrivere l’andazzo generale delle cose: ecco il black metal nel 1999, sebbene Panzer Division avesse da poco picchiato duro sulla scala Mercalli. (Marco Belardi)

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