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Avere vent’anni: HOLE – Celebrity Skin

26 settembre 2018

Trainspotting: L’unico motivo per cui Celebrity Skin non è uno dei miei dischi preferiti è che l’ho scoperto tardi, circa dieci anni dopo la sua uscita, quando ero una persona completamente diversa dal diciassettenne che riusciva ancora a prendere tremendamente sul serio tutto l’immaginario West Coast e che si ostinava a mettere le camicie di flanella a scacchi per adorazione verso Eddie Vedder, personaggio per il quale tra l’altro sono arrivato a provare profonda insofferenza – ma per colpa sua, non mia. All’epoca non ho mai provato ad approcciarmi seriamente alle Hole un po’ per pregiudizi nei confronti della persona di Courtney Love e un po’ perché mi sembravano troppo leggerine e commerciali rispetto a, che so, i Soundgarden. Insomma, ascoltai con serenità Celebrity Skin quando ero già entrato da un pezzo nell’età adulta, e nonostante tutto ne rimasi folgorato. Il disco è perfetto dall’inizio alla fine, partendo dal powerpop da manuale della traccia eponima fino all’ultima Petals, una versione scazzata dei R.E.M. di fine anni Ottanta; in mezzo, una serie incredibile di piccoli capolavori, gioiellini tutti potenzialmente adatti per diventare singoli spaccaclassifiche di quelli che poi alla notte di San Lorenzo a Porto Cesareo ti ritrovi inevitabilmente il fricchettone con la chitarra a strimpellarle cercando di compiacere qualche studentessa di scienze delle merendine. Awful, Malibu, Reasons to be Beautiful, Heaven Tonight, Northern Star, Boys on the Radio (quanto cazzo è bella Boys on the Radio?) e via dicendo, nella classica circostanza in cui si usa dire citarne una significherebbe sminuire le altre. Non sono un fan di questo tipo di rock radiofonico americano, ma Celebrity Skin è uno di quei dischi di cui non potrei mai riuscire a fare a meno.

Marco Belardi: All’epoca non sapevo della canzone riciclata dai Nirvana, ma una cosa era certa: Live Through This aveva al suo interno delle cose ganzissime e un brano come Violet me lo canticchio in testa tuttora. Celebrity Skin fu invece l’album dell’astio totale verso Courtney Love, e se penso che uscì praticamente in contemporanea a Mechanical Animals realizzo, facendoci pure una risata sopra, quanto alla fine di quell’estate fossi stato all’improvviso così incazzato col televisore. In pratica c’era la ex di Kurt Cobain che sputava singoli di successo come Celebrity SkinMalibu con un atteggiamento da spocchiosa pop star strafatta, motivo per cui avrei ascoltato l’album per intero solo anni dopo, in un periodo di parziale di recupero di quell’epoca e soprattutto dei Novanta di mezzo, che mi vedeva impegnato più che altro con gentaglia come i Tad, o i più antichi Green River e Mother Love Bone. Infilarci in mezzo Celebrity Skin voleva dire farsi un male cane, ma accadde lo stesso e mi servì a notare alcune cose (basilari, ma pur sempre puttanate).

Innanzitutto si trattava dell’album in cui le Hole avevano impedito con tutte le forze alla batterista Patty Schemel di suonare. In pratica tu componi i pezzi, registri le demo insieme alla poveretta, e poi arriva Michael Beinhorn (il produttore di Superunknown) e ti dice che devi prendere un turnista perché questa qua fa schifo al cazzo. E tu naturalmente gli dai retta, perché è l’autore dei suoni di Superunknown, mica uno stronzo qualunque. E inizi a sciupare un pezzetto di band, mentre in tanti si strofinano le mani. D’altro canto era arrivata Melissa Auf der Mar, futura bassista degli Smashing Pumpkins, e fu una vera botta di culo per la Love: in pratica quasi mezzo Celebrity Skin inclusi i due singoli di successo era stato scritto e arrangiato da Billy Corgan, ma a salvare un lavoro come questo furono proprio le firme della canadese, poste su brani dotati di discreta energia come Reasons To Be BeautifulPlaying Your Songs, l’unica – quest’ultima – che si portava appresso l’energia di Live Through This mista ad un accenno di irriverenza sulle linee vocali. Inutile dire che la futura fuoriuscita di Melissa avrebbe, più che la rottura con la Schemel, stroncato definitivamente il gruppo. E a me andò benissimo così, fermo restando che niente, proprio niente, avrebbe riportato in vita il grunge in un momento storico posto esattamente a metà fra la morte del biondo leader dei Nirvana, e quella di Layne Staley.

Dimenticavo: ma che cazzo di espressione aveva Eric Erlandson nella copertina?

4 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    26 settembre 2018 17:34

    azz…le Hole conosco solo i due singoli di questo disco, ma a parte la cotta giovanile che mi presi per Melissa Auf Der Maur non ho mai voluto approfondire. Ho risentito just for fun Celebrity Skin ed è da odio puro…

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  2. Erre permalink
    27 settembre 2018 08:32

    Sarò puerile, ma nelle tags aggiungerei CAPEZZOLI.

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  3. Aris permalink
    27 settembre 2018 09:36

    Le hole…che pippa di gruppo!

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  4. 27 settembre 2018 16:33

    I singoli non si discutono, il resto meno. Col senno di poi, ha aperto a molti nati negli anni ’80 una finestra sul power pop, e già questo basterebbe, ma comunque era e resta un disco godibile. Ultima cosa: sarò snob, ma preferisco le L7.

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