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Avere vent’anni: EBONY TEARS – Tortura Insomniae

30 gennaio 2018

Capita di affezionarsi a dischi qualsiasi, neanche particolarmente belli, ma che ti capitano tra le mani in determinati momenti della vita. Quelle note ti ricordano certe cose che accadevano mentre li ascoltavi e se sono ricordi positivi, o comunque significativi, ti si stampano addosso. Tipo come mi era successo per i Moonstruck. In quel periodo andava fortissimo il death melodico alla goteborghese e, come ben sappiamo, stare appresso alla scena era un impegno gravoso, quindi si rischiava di perdersi roba comunque di valore che veniva trattata con più superficialità sulle riviste di settore, o comunque con minor cura, visto che l’attenzione era tutta, giustamente, rivolta altrove, a dischi coevi ben più importanti. Il caso in esame è proprio quello che vede come protagonisti gli Ebony Tears, sconosciuti forse ai più. Venuti fuori da Stoccolma nel 1996, con la solita demo scalcagnata in cassetta contenente tre interessanti pezzi che verranno riutilizzati nel primo full: Tortura Insomniae. Mi capitò tra le mani, come dicevo, in un periodo particolarmente pieno di cambiamenti, quindi me lo porto dietro da quel dì senza riuscire a disfarmene. Ho provato a riascoltarlo oggi, per la milionesima volta, con più freddezza e spirito analitico. Al di là del fatto che possa indicarvelo come “fondamentale” o “imprescindibile” per mere questioni sentimentali, di fatto è un buon esempio di death svedese, con voci pulite (sia maschili che femminili), violini e melodie efficaci che però si porta dietro alcuni difetti evidenti.

In primis la produzione. Nonostante l’impegno di Tomas Skogsberg, all’epoca attivissimo producer della Sunlight Studio, e di Fred Estby dei Dismember, l’album suona veramente male. Chitarre zanzarose e batteria dixan, soprattutto, ne rovinano inesorabilmente l’ascolto. Se si mette da parte questo difetto, e magari pure certe ingenuità di songwriting evidenti, si potrà apprezzare la struttura di pezzi come l’opener Moonlight, Spoonbender (con cavalcate e violini che starebbero bene in un disco viking), o Nectars of Eden, che parte con un violino seguito sulle stesse note dalle chitarre, una roba semplice ma niente male insomma, With Tears in my Eyes e Opacity, dove la voce femminile e il solito violino la fanno da padrone. Il pregio principale è rappresentato dalle intuizioni di Conny Jonsson, chitarrista e mente dietro musiche e testi. Peccato, perché nel successivo album, A Handful of Nothing, il difetto di produzione è totalmente risolto. Da parte sua però, il disco sarà meno fantasioso ed ispirato del precedente, più maturo sicuramente ma anche più canonico, dove le intuizioni di Conny avranno un peso sempre minore. Anche se credo che ad un ascoltatore contemporaneo potrebbe piacere più Handful che Tortura. La band si scioglie dopo una terza ed ultima veramente brutta prova discografica. Evil as Hell è un disco brutto e stupido fin dal titolo, che snatura completamente l’indole degli svedesi portandoli ad emulare lo stile slayeriano senza che ne avessero né la cazzimma né le capacità. Resta comunque deciso il mio consiglio di recuperare Tortura Insomniae, piccolo gioiello grezzo del death melodico svedese, provando ad immergervi senza preconcetti nello spirito del tempo. (Charles)

4 commenti leave one →
  1. bonzo79 permalink
    30 gennaio 2018 10:20

    pure a me piace molto anche se il suono è davvero mediocre

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  2. Nekro permalink
    30 gennaio 2018 10:24

    A memoria ne parlarono bene anche le riviste specializzate. Mi ricordo che lo trovai con difficoltà………caduto nel baratro dei ricordi.

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  3. andrea-metal permalink
    30 gennaio 2018 15:39

    Nelle parti growl mi ricorda la voce di Caligula

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  4. fredrik permalink
    30 gennaio 2018 21:42

    Anche questo è un disco che ho molto amato. Lo riascolto anche abbastanza spesso ed è uno dei migliori testimoni di un’epoca d’oro in cui anche i gruppi “minori” producevano album di assoluto spessore, che se uscissero oggi sarebbero da top album.
    Gruppo particolare, anche per il roster della black sun (specializzata in gothenburg sound): intanto la presenza del violino, non così scontata nel 1997/8. Anche la produzione, ruvida, piena di quelli che ci appaiono come difetti, è una combinazione di un suono “stoccolma”, alla dismember per capirci, cucito addosso ad una musica che più “goteborg” non si può. La maggior parte delle altre band si rivolgeva allo studio fredman (in flames, dark tranquillity) o a dei più o meno riusciti cloni che ne copiassero le twin guitars e il suono quasi da metal classico. I pezzi, con testi decisamente da preso male, sono un più bello dell’altro, dove ci ho ritrovato qualcosa anche dei primi sentenced, ma in generale hanno una personalità forte che purtroppo si è persa nelle due scialbe prove successive, dei modesti tentativi di accodarsi all’imperante neo thrash alla carnal forge/darkane accantonando del tutto il malinconico romanticismo di questo disco.
    Cover di necrolord molto simile a quelle di ablaze my sorrow e sacrilege con colori differenti.

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