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E ora qualcosa di completamente diverso: KVELERTAK – Nattesferd

23 novembre 2016

kvelertak

Alzi la mano chi nutriva un qualche tipo di speranza nel terzo album dei Kvelertak. Non so voi, ma io avevo aspettative ridotte al lumicino. Come molti, ero stato fulminato sulla via dell’omonimo esordio, uno dei pochi dischi capaci di farmi venire il torcicollo ad ogni ascolto. Già Meir tuttavia mostrava i segni di una generale stanchezza compositiva, riproponendo sostanzialmente la stessa formula nelle medesime proporzioni. Non che la cosa di per sé mi dispiacesse, intendiamoci. Però è come mangiare un pasticciotto dopo averne appena ingurgitato un altro: rimane buonissimo, per carità, ma al terzo boccone sopraggiunge un certo qual senso di sazietà che non permette di apprezzarlo come il primo. Non so se rendo l’idea, e mi dispiace se non siete salentini e non avete mai assaggiato un pasticciotto. Non sapete cosa vi perdete.

Sta di fatto che quei Kvelertak, a mio modesto parere, avevano detto tutto.

È questa la ragione che mi ha spinto inizialmente a snobbare il nuovo lavoro di Erlend Hjelvik e soci. Non mi attendevo altro che un terzo pasticciotto, nella migliore delle ipotesi, o, nella peggiore, l’indigeribile polpettone progheggiante preconizzato a suo tempo dal Masticatore.

pasticciotto

Il pasticciotto, qualcuno sa perché (semicit.)

E invece Nattesferd è davvero qualcosa di completamente diverso. I Kvelertak optano infatti per la terza via, l’unica possibile a pensarci bene, ossia una formale e sostanziale regressione. Abbandonano la produzione pulita e chirurgica di Kurt Ballou in favore di quella grezza e minimale di Nick Terry, già al lavoro con idoli della gioventù pop britannica come Libertines e Primal Scream. Affidano l’artwork alla sobria mano del maestro Arik Roper, che delle precedenti e traboccanti copertine di John Baizley salva solo l’onnipresente gufo. Ma, soprattutto, lasciano da parte le evoluzioni black ‘n’ roll dei primi due dischi per fare un salto all’indietro verso lidi più squisitamente rock.

Strano a dirsi, ma quest’involuzione funziona. Superata la prima fase di fastidiosa sorpresa, l’album guadagna qualità e piglio a ogni passaggio nel giradischi: della furia degli esordi rimangono l’iniziale Dendrofil for Yggdrasil e poco altro, mentre il resto è un divertente miscuglio di Darkthrone e ZZ Top, Converge e AC/DC, in cui cavalcate lisergiche (Ondskapens Galakse) si alternando a riff vintage che sembrano scippati direttamente ai Thin Lizzy (1985).
L’unico elemento che accomuna le nove tracce di Nattesferd ai lavori precedenti è la costante necessità di alzare il pugno al cielo durante l’ascolto e urlare ritornelli in norvegese, sensazione benefica in questo caso amplificata dal fatto che l’album è stato integralmente registrato dal vivo e, nelle sue imperfezioni e nella voluta rozzezza, riflette ancora meglio l’attitudine festaiola tipica della band.

Se fino a qualche tempo fa le feste dei Kvelertak terminavano nel sangue e nella distruzione più totale, oggi sfociano in lunghi trip notturni da cui ci si risveglia con un gran mal di testa. Non saranno altrettanto divertenti, ma sempre feste sono.

5 commenti leave one →
  1. Snaghi permalink
    23 novembre 2016 15:29

    Me lo sono comprato e quest estate in macchina mi ha regalato grandissimi gioie. I pasticciotti sono eccezionali, ma oggi ho voglia di polemica: perché tutti gli italiani sono convinti che i dolci (e in generale il cibo) del loro stronzo paese sia il migliore del mondo? Sono tutti buoni i cibi italiani, perdio

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  2. 23 novembre 2016 16:10

    Su tutte la title-track e “Berserkr”..

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  3. sergente kabukiman permalink
    28 novembre 2016 16:44

    il meglio è l’accoppiata pasticciotto-rustico che stai sazio fino al giorno dopo! ma sono l’unico a preferire le opere di roper a quelle di baizley?bravissimo per carità, ma sembrano tutte uguali

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