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Discorsi inattuali: la figura del musicista-manager

16 febbraio 2016

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Qualcuno ricorderà la serie animata Metalocalypse. Ne parlammo tempo addietro descrivendola come la migliore rappresentazione parodistica del mondo del metal che mai fosse stata fatta. Tutto vero. Tra i personaggi di contorno della serie il mio preferito è il manager e avvocato dei Dethklok che si chiama Charles. Charles rappresenta il classico colletto bianco in giacca e cravatta, freddo e calcolatore, dall’espressione monocorde che non esprime nessun sentimento umano. È quindi la personificazione dell’insensibilità del mondo del business in generale e del music business nel particolare. Nessuno sa come si svolge la vita di Charles, cosa faccia quando non è impegnato a risolvere i casini messi su dalla band, però è sempre presente oppure accorre in elicottero o con altri mezzi speciali, tipo un G.I. Joe, per tirare fuori Nathan Explosion e gli altri dai massacri di folla e bagni di sangue che puntualmente accadono alla fine di ogni episodio. Ricordo che in una puntata Charles è pure morto e poi risorto. Un personaggio, dunque, che agli occhi della band è dotato di poteri sovrannaturali ed incomprensibili. Ciò che lo rende un mistero vivente è insito proprio nel suo mestiere di manager, avvocato ed abile pattinatore dell’oscuro sottomondo della burocrazia, come misteriose sono le sue capacità di arricchire la band, i cui introiti, se non ricordo male, si diceva in una puntata che fossero maggiori del PIL di uno Stato. Fuor di metafora, si vuol dire che il manager, l’avvocato ma anche il roadie e in generale qualsiasi altra figura professionale regolarmente stipendiata da una band, rappresenta il collegamento della band stessa col mondo reale ma è soprattutto ciò che consente ai membri della band di essere sé stessi, di fare cazzate su cazzate, incasinare la propria vita e quella degli altri, e scollegarsi, appunto, dal mondo comune e continuare ad essere, in questo modo, creativi vivendo su un piano di realtà parallelo. Quando il musicista smette di essere solo un musicista e pretende di essere, o magari diventa il manager di sé stesso, ecco che finisce tutto, la poesia o il romanticismo della sua figura, mettiamola come si vuole, ma si esaurisce il senso di quello che sta facendo perché il tutto assume un altro e unico senso: il profitto. Non voglio dire che produrre musica per fare soldi sia sbagliato o cazzate del genere, siamo grandi ormai, ma penso che quando il profitto è l’unica ragione o la voce principale cui dover prestare orecchio, allora non c’è più nessuna ragione di fare musica.

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Ricordo che nelle riviste di settore negli anni ’90 ogni tanto spuntava fuori un’intervista in cui questa o quella band si lamentava del suo manager, dicendo che erano stati fregati e cose del genere e apostrofandolo nei modi più coloriti. Oggi tutto questo sarebbe impossibile, primo perché gli ‘artisti’ più grossi hanno imparato dalle fregature del passato e hanno iniziato a leggere libri di marketing e di gestione aziendale, secondo perché siamo sommersi nel guano del politicamente corretto fino al collo. Tutto ciò nonostante le possibilità e la libertà espressiva che i social network consentono. Nessuno nelle interviste dice più liberamente quello che pensa senza che il pensiero passi prima in mezzo a una sfilza infinita di filtri e magari il pensiero nasce interessante ed originale, poi quando viene enunciato ha sempre il sapore della banalità. Ha ragione Donald Trump quando dice che la maggior parte del tempo della nostra vita lo disperdiamo dietro al politicamente corretto, al fare e dire ciò che la gente si aspetta che noi facciamo e diciamo. Per inciso, a dimostrazione di predicare e razzolare bene Trump, il genio dei sillogismi da scuola elementare, nel suo classico modo di pensare di una semplicità disarmante, se n’è uscito recentemente con una perla stupenda che vi voglio raccontare e che fa più o meno così: 1) uno Stato deve avere un muro per difendere i suoi confini dall’immigrazione clandestina; 2) l’America non ha un muro lungo i suoi confini ed ha problemi di immigrazione clandestina; 3) DOBBIAMO COSTRUIRE UN MURO! Ora io voglio quest’uomo alla presidenza soltanto per vedere questa scena da film di fantascienza con gli squadroni di operai e le mega-macchine americane che erigono il muro gigantesco di 2.500 km da Tijuana a Brownsville. E hanno pure il coraggio di chiedermi: ma come fa a starti simpatico?

Lemmy

Rimasti molto colpito quando, tempo fa, girava un video di Bruce Dickinson che teneva una lezione presso una platea di dirigenti aziendali, o qualcosa del genere, sul marketing, la comunicazione strategica e la gestione aziendale e rimasi stupito dalle competenze che manifestava, dal preciso linguaggio utilizzato che sottendeva una non banale conoscenza delle strategie di marketing nonché di psicologia del lavoro, per non parlare della capacità di esposizione che era quella di un manager navigato. Ho conosciuto personaggi del genere che di mestiere fanno proprio questo, sono persone brillanti ed istrioniche che di solito hanno una certa età, quindi una grande esperienza, ed organizzano eventi internazionali con i rappresentanti più significativi delle realtà industriali italiane e non. Nessuno di questi mi risulta che nel tempo libero gestisca anche una delle più importanti metal band di tutti i tempi o faccia il pilota di Boeing. Quando in azienda sento magnificare certi manager e il loro stakanovismo, quando mi chiedono stupiti come fa tizio o caio a lavorare dalle otto di mattina fino alle dieci di sera, poi tornare a casa e continuare a mandare mail di lavoro fino alle tre del mattino dal Blackberry e il giorno dopo ricominciare tutto d’accapo, sabati compresi, devo mordermi la lingua perché mi verrebbe da dire che l’unica cosa che tiene su questa gente è la cocaina; purtroppo a volte è opportuno frenarsi. Gli americani, sempre pronti a dare etichette a qualsiasi cosa, hanno coniato un termine apposito per definire queste persone che è workaholic, gli alcolizzati da lavoro, quelli che non ne possono fare a meno e non possono viverne senza. A prescindere dai discorsi sul che razza di vita vuoi condurre e quante esperienze mancate hai deciso di portarti nella tomba, c’è proprio la questione pratica del come fai a condurre una vita del genere. Un Dickinson che alla sua età produce dischi, va ancora in giro per il mondo in tour, fa la sua parte nella gestione di una holding finanziaria, pilota aerei, tiene conferenze e così via, è una persona da stimare o da compatire? Personalmente non rimango stupito più di tanto da queste manifestazioni di superomismo soprattutto in campo musicale dove dovrebbe prevalere la capacità artistica, il saper produrre ‘banalmente’ buoni dischi e non prodotti dal packaging accattivante frutto di precise strategie aziendali e analisi sul posizionamento di mercato. La cosa assurda è che, a prescindere dallo stereotipo del tipo indolente e ozioso, il metallaro non dovrebbe essere un workaholic per il semplice fatto che è costretto a ‘staccare’ dagli impegni quotidiani per dedicarsi alla propria passione. Per fare ciò ci vuole tempo materiale. Se non lo fai più smetti di essere un metallaro e, come sappiamo bene, se non lo sei più vuol dire che non lo sei mai stato.

Metallica

I Metallica. Anche loro sono una realtà aziendale e come tale si comportano. L’ultima vicenda in ordine di tempo è quella relativa alla nota lettera dell’avvocato contro i Sandman per l’utilizzo non regolare del logo registrato. So bene che ci sono precise regole che vanno rispettate ma esistono anche i casi particolari. Nell’aggiornamento all’articolo sulla questione avete letto che la vicenda è attribuibile unicamente a un “avvocato troppo zelante”, com’era del resto intuibile. Non è una frase di mio pugno e non concordo col fatto che la cosa fosse intuibile. In azienda ci sono precise regole, lo abbiamo detto, e un’azienda può affidarsi a studi legali esterni quando non ha una Direzione Legale interna che ne cura gli interessi, oppure avere entrambe le cose. Esistono procedure in base alle quali gli avvocati si attivano automaticamente quando qualcuno disattende ad una legge, regola o regolamento inerente, ad esempio la sicurezza e la salute negli ambienti di lavoro o altro e che attiva la disciplina, previa autorizzazione di un livello dirigente o semi-manageriale, a seconda della gravità (o del livello di escalation). Ma esistono casi border-line di infrazioni il cui trattamento puntuale potrebbe risultare controproducente da un punto di vista di immagine od oneroso da gestire in seguito, ad esempio, rispetto al lasciar correre e al creare un precedente. Lì la decisione sale al livello autorizzativo di un responsabile delle risorse umane, un direttore operativo o comunque una figura manageriale alta che ha la giusta visione di insieme per fare le corrette valutazioni. Quindi, per i Metallica, che ricordo sono un’azienda, o è saltato un tassello importante della procedura (disattenzione punibile anche con il licenziamento) o un membro della band, che oramai è equiparabile ad un rappresentante dell’alta dirigenza, ha preso la decisione sbagliata, cioè quella di procedere per le vie legali senza valutare i potenziali impatti negativi sull’immagine. Così facendo, questa decisione errata ha reso quello dei Sandman un caso conosciuto a tutti dandogli una visibilità che altrimenti non avrebbero mai raggiunto in vita loro. La brutta figura non poteva, dunque, che chiudersi dando la colpa all’avvocato troppo zelante.

Le domanda ora sono queste: imperi commerciali dall’imponente dimensione aziendale come quelli che chiamiamo Iron Maiden, Metallica o Slayer possono prescindere da figure di musicisti-manager, potrebbero esistere anche senza di esse e soprattutto, è giusto che oggi debba essere così? Parliamo sempre di musica, vorrei ricordarlo. Oppure è più corretto lasciare la gestione in mano a figure professionali apposite, tipo il glaciale manager dei Dethklok, il cui lavoro ‘oscuro ed incomprensibile’ consente ai musicisti di fare i musicisti, di vivere in modo disordinato e non secondo le regole che valgono per tutti gli altri e, quindi, di continuare ad essere creativi? (Charles)

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10 commenti leave one →
  1. 16 febbraio 2016 10:50

    Domanda a Gene Simmons cosa pensa di tutto ciò…
    P.S.: “d’accapo”?

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    • cattivone permalink
      16 febbraio 2016 12:25

      Vabbé dai, su un papiro cosí lungo un errore di ortografia glielo perdoniamo.
      Comunque sí, si scriverebbe “da capo”.

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  2. weareblind permalink
    16 febbraio 2016 12:28

    Mamma che gran articolo. State bene?

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  3. fredrik permalink
    16 febbraio 2016 16:21

    mi piacerebbe sapere che ne pensate di figure come Chuck Billy, musicista e manager (degli exodus ad esempio) che però ovviamente sono su un piano economico ben differente dalle corporation sopra citate…

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    • sergente kabukiman permalink
      17 febbraio 2016 17:26

      se non sbaglio chuck lavora anche in una ditta di spedizioni, o di trasporti, non ricordo bene

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  4. Ranx permalink
    16 febbraio 2016 19:56

    Penso che il problema riguardi anche e soprattutto la dimensione del giro d’affari. leggendo il bell’articolo (complimenti Charles) mi sono venuti in mente mille esempi di musicisti-manager che stimo e rispetto, per esempio Greg Ginn dei Black Flag, che con la sua casa discografica (sst) ha reso fruibile tanta musica che ritengo importantissima, o Ian MacKaye, o Steve Albini, o mammasantissima Lee Dorrian. Tutta gente che oltre a fare musica organiiza tour, in alcuni casi si monta il live set ecc. E fa tutte queste cose sì per lavoro, togliendo tempo ai processi creativi, ma anche per amore verso la musica. E quindi, oltre al livello di esposizione della band, conta anche il caro vecchio fottuto AMORE per quello che si fa. Che non significa essere poco professionali. O vivere in un mondo “altro”, lontani dalle cure del secolo per meglio astrarsi nel processo creativo (questa la trovo un’idea romantica e non la condivido, preferisco l’artista-artigiano che lavora con cognizione e metodo). Vuol dire invece ingoiare montagne di merda per fare quello che si ama, non affidandosi ad altri per una serie di motivi che non ho voglia di scrivere perché ne parla benissimo Albini qui:

    C’è insomma uno strano parallelismo tra la figura del musicista tutto cuore e DIY e quella del musicista-manager di una grande band, come se il secondo fosse una specie di doppelganger del primo, o meglio una sintesi hegeliana del DIY e del manager vecchio stampo.
    Sono stato prolisso la l’argomento mi sta a cuore. Bella.

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    • 16 febbraio 2016 21:53

      Ottimo commento. Alla lista che hai fatto ci aggiungo Nicke Andersson, e pure il nostro Gabriele Fiori, che se lo merita. Per inciso, hai notato che praticamente tutti i nomi che hai fatto sono al di fuori del mondo metal? Curiosa circostanza. Forse perché nel metal lo spirito del DIY è entrato tardi, e cioè da quando il metal si è ibridato col punk. E nel metal resta quindi maggioritaria, perché appartiene alla maggior parte delle scene che fanno capo ai singoli sottogeneri, l’idea che, alla fine, bisogna avere successo ad ogni costo, e possibilmente conservarlo. Con le conseguenze comportamentali delle band che ha descritto Charles.
      È per questo motivo che mi trovo in disaccordo con l’idea del “se lo fai principalmente per i soldi non sei un metallaro”: tradizionalmente nel metal l’obiettivo è sempre stato quello tipico del rock, e cioè del successo, che è tour in stadi sold-out, dischi in testa alle classifiche, passaggi in radio, visibilità mediatica ed eccessi di ogni tipo; e l’obiettivo richiede di piazzare convincentemente un prodotto sul mercato. Tutto qua.
      Alla fine il rock ‘n’ roll è la prima forma d’arte che si avvale pienamente delle strutture capitalistiche, e il metal è il rock ‘n’ roll all’ennesima potenza.
      Ora basta però ché mi sono annoiato da solo.

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      • Ranx permalink
        17 febbraio 2016 10:52

        Considerazioni sparse: non mi sembra giusto fare del metal un monolito omogeneo, le anime sono tante e diverse, ad esempio la nwobhm è piena di spirito DIY. Sul rapporto tra rock e capitalismo ci hai preso in pieno secondo me, però l’immagine della band che fa i sold out e passa in radio risponde a uno stereotipo agonizzante, almeno nel metal. Poi, per chiarezza: non credo che avere successo e di conseguenza occuparsi di management necessariamente prostituisca la dignità artistica di chicchessia, a patto che il successo e i soldi non diventino l’unico obiettivo e soprattutto non influiscano troppo sulla produzione artistica.
        Mi sono accorto che i miei esempi sono quasi tutti fuori dall’ambito metal, sono i primi che mi son venuti in mente e cazzo mi son dimenticato di Giulio the bastard, altro esempio di amore per la musica e spirito imprenditoriale.

        Liked by 1 persona

      • 17 febbraio 2016 14:28

        Appunto, la NWOBHM è il metal che è costretto a fare per la prima volta i conti con il punk: a volte musicalmente, a volte solo per spirito organizzativo.
        Concordo con te sulla necessità di trovare un equilibrio tra esigenze mercatorie e ispirazione, ma non dobbiamo dimenticarci che lo scopo ultimo della quasi totalità dei musicisti, per quanto ben celato possa essere dalle intenzioni, dagli atteggiamenti e dalle dichiarazioni, è vendere un prodotto.

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  1. Un tranquillo weekend di feedback: Marnero @Sinister Noise / Beesus @Zoobar | Metal Skunk

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